«Maometto II» titanico Rossini in stile cinema
Pregevole allestimento di un'opera dal tema ancora attuale:
lo scontro tra cristiani e musulmani
Pesaro. Due cruente tragedie
della passione amorosa, non corrisposta in «Ermione», reciproca ma impossibile
in «Maometto II», entrambe rifiutate da un
pubblico disorientato dalla loro violenza e complessità di
dettato musicale. Due storici fiaschi e due straordinari
capolavori coraggiosamente programmati dal 29esimo Rossini
Opera Festival di Pesaro, ricompensato da uno dei suoi
più meritati successi, in un operazione culturale
per la quale l'abusato termine di evento una volta tanto
si addice in assoluto. E un omaggio indiretto a quel San
Carlo dove le due opere videro la luce, creazioni ripudiate
allora come troppo difficili e troppo diverse, ma consegnate
a un futuro che vi riconoscerà il prodotto più alto
del settennio napoletano del loro autore. Se «Ermione» è riaffiorata
in tutta la sua concisa, aspra violenza, altra è la «tinta» (come
avrebbe detto Verdi) del «Maometto II», che
rievoca accadimenti seguiti alla caduta di Costantinopoli
ad opera del terribile sultano le cui delicate fattezze
appaiono ritratte da Gentile Bellini. Ne sarà vittima
la guarnigione veneta di Negroponte con Anna, figlia del
provveditore, che ama, corrisposta, Maometto, ma che sceglie
la morte per non tradire i suoi. Come Beethoven nella «Sinfonia
Eroica», così in quest'opera la creatività rossiniana
esplode in una grandiosità inventiva senza precedenti.
Vediamo qui l'artefice delle forme che stavano già diventando
patrimonio dell'opera italiana del primo Ottocento, assillato
da un'ansia tutta moderna di «verità» drammatica
che lo spinge a forzar la mano, sorpassando il librettista
nelle sue proposte più audaci. Quanto la straordinaria
partitura sembra rinunciare al fascino edonistico di pagine
che avevano fatto il successo delle opere precedenti, tanto
reinventa in ricchezza, novità e profondità di
sentire musicale e drammatico. Tratti come quello che collega
in un'ideale unità morfologica ed espressiva il
primo e l'ultimo coro dell'introduzione al primo atto (manca
la sinfonia, non ultima tra le innovazioni maturate nel
settennio napoletano), collegamento che avviene tramite
una palese affinità tematica, discendono dalle alte
sfere di un far musica di cui Vienna non è stata
esclusiva autrice. Già intrapreso in «Ermione» e
poi nella «Donna del lago», questo orientarsi
di Rossini verso strutture sempre più grandiose,
congeste e audaci, raggiunge qui un titanismo che investe
le forme tradizionali e le ingigantisce dall'interno; così un
terzetto diverrà (parola del compositore) un «terzettone» inglobando
una quantità di episodi drammatici che un altro
operista avrebbe distribuito in varie scene e che Rossini
collega audacemente con una tecnica che oggi si direbbe
cinematografica. A differenza dell'allestimento di «Ermione»,
concepito nei termini di un moderno atemporale dai ritmi
aspri e violenti, quello di «Maometto» proponeva
una verosimiglianza storica di scene e di costumi, dovuti
ad Alberto Andreis e a Chiara Donato, in sintonia con la
regia realistica e qualche poco decorativa di Michael Hampe.
Un ritorno a una tradizionale spettacolarità, dopo
la crudezza della precedente tragedia greca, non senza
qualche concessione al «politically uncorrect»,
con quella croce monumentale del campo veneziano, divelta
e calpestata dai fieri Musulmani vincitori. Decisamente
eccezionale la qualità della compagnia di canto,
costituita nelle prime parti da Marina Rebeka, Daniela
Barcellona, Michele Pertusi e Francesco Meli. Sul podio,
Gustav Kuhn ha onorato le peculiarità di una partitura
rossiniana atipica con una lettura fervida e vigorosa,
sensibile, nella scelta dei colori e delle sonorità orchestrali
e nel loro rapporto con le voci, alle non ordinarie soluzioni
strutturali dell'opera, nella quale era lodevolmente impegnato
il coro da camera di Praga.
Giovanni Carli Ballola