Ma non è una
cosa seria
di Luigi Pirandello
Commedia in tre atti
Corriere della Sera,
26 novembre 1921
Prima di parlare di questa commedia singolare, voglio dire che Emma
Gramatica merita ormai di esser posta nella esigua schiera di quelle
che si chiamano grandi attrici. Lo ha riconosciuto iersera il pubblico
col fervore dei suoi applausi, nei quali c’era quasi la gioia
di fare una scoperta. Perché ai Milanesi non è concesso
di udire spesso questa coraggiosa signora che lotta da anni sola,
senza aiuti, nella malinconia e nell’ardore del suo sogno d’arte,
non sempre compresa, non mai abbastanza compensata di tanta idealità e
di tanta generosa fatica. Ricordo che un giorno, stanca di sperare
invano, di soffrire invano, di avere inutilmente tanto ingegno, ella
si chiese se non doveva abbandonare il teatro per cercare un posto
di dama di compagnia, sì buio e povero le si presentava l’avvenire.
Ma Emma Gramatica non è di quelle che cedono. Riprese il suo
lavoro coraggiosamente, dolorosamente; e da tutte quelle lunghe e
durissime prove è uscita l’attrice che ammiriamo ora,
d’una sensibilità squisita, di una semplicità delicata,
d’una intensità drammatica fatta di umanità e
di poesia, e di una gaiezza fragile e pensosa. E poiché iersera
ha avuto ancora una volta un successo eccezionale, e poiché ancora
una volta recitò in modo da darci il piacere delle cose perfette,
cogliamo questa occasione per renderle giustizia.
Assolto questo dovere, parliamo della commedia. Eccone la favola:
Memmo Speranza si è appena preso un colpo di sciabola perché, dopo
di essersi fidanzato con una signorina, ha cambiato idea e l’ha piantata.
Memmo Speranza è fatto così, non resiste; appena una giovinetta
gli passa vicino, tutta nuova all’amore, roseo mistero di grazia e di bellezza,
egli è preso da una appassionata curiosità di lei, e decide di
sposarla. Poi se ne pente, perché prevede quello che sarà il matrimonio,
con la pronta sazietà, col mistero già svelato e col peso dei diritti
che la moglie ha sacrosantamente acquisiti. Undici volte Memmo Speranza s’è così infiammato,
e poi gelato; alla dodicesima, come s’è detto, è stato sciabolato
dal fratello della promessa sposa e quasi mandato al mondo di là. Guarito,
Memmo pensa a quello che gli succederà all’inevitabile tredicesimo
fidanzamento; e decide di prendere le sue precauzioni.
Arriva, a fil di ragionamento, a concludere che gli è necessario assumere
un atteggiamento definitivo, che gli tolga per sempre la possibilità di
prender moglie. Finché questa possibilità c’è, egli
cascherà continuamente nella stessa padella del fidanzamento col pericolo
o della brace di una catena legale, o di beghe, duelli e risse per espiare la
sua incostanza.
Memmo Speranza, per non ammogliarsi più, si ammoglia. Spieghiamoci: non
sposa una ragazza della quale sia innamorato: sarebbe una cosa seria. Sposa una
zitella di ventisette anni, che lo tiene, con pochi altri, a pensione; povera
donnetta mortificata, timida, docile, insignificante, senza femminilità,
senza aspirazioni: Gasparina, o Gasparotta, detta dai suoi pensionanti Scarparotta,
tanto ella è logora, senza valore, lasciata da tutti in un canto.
Memmo Speranza sposerà Scarparotta: ossia le darà il nome e la
manderà a vivere in un angoletto rusticano, in una casa al sole, quietamente.
Moglie non sarà neanche per un momento. Ma sul nome degli Speranza sarà posta
una ipoteca. Nessuna signorina potrà più credergli, se Memmo le
si butterà frenetico ai piedi. Con quel matrimonio, che non è una
cosa seria, egli eviterà il matrimonio vero, irto di doveri, costoso,
noioso, mutilatore della libertà d’amore e di piacere, alla quale
il nostro eroe tiene moltissimo. E il pubblico e l’inclita, da queste nozze
beffarde, apprenderanno il disprezzo che Memmo Speranza nutre per l’istituzione
del matrimonio alla quale egli toglie tutto il contenuto ideale e tradizionale.
La povera Gasparina si assoggetta, con quella passività che le è propria,
a questa decisione di Memmo. Se non altro, avrà finito di far la serva
a una mezza dozzina di pensionanti, di strascinare la sua povertà sfiancata
fra i fornelli e l’acquaio, strapazzata da tutti.
Memmo, dunque, ha operato secondo un suo ragionamento. Come quel personaggio
del Giuoco delle parti dello stesso Pirandello, per guardarsi dagli
altri e dalle necessità della natura, ha, con un giuoco dell’intelletto,
chiarificato tutto il torbido dei suoi sentimenti e fissato in linee placide
e precise ciò che gli si muoveva dentro tumultuosamente. Dalla passione
dei sensi, dall’ebbrezza amorosa, ha tratto freddamente il concetto del
matrimonio; o, meglio, ha vuotato il matrimonio del sentimento; e ha preso, di
fronte ad esso, una posizione da padrone. Ma questo esercizio, che era riuscito
splendidamente e tragicamente al protagonista del Giuoco delle parti,
rimasto fisso nel suo atteggiamento premeditato tra il tempestare degli avvenimenti,
non conduce lo Speranza agli stessi risultati. Sulle prime, quello che aveva
previsto avviene, egli è ripreso da una sua passione passata; impreca
al giorno in cui si è legato con Gasparina, ciò che vuol dire che
ha fatto benissimo a sposarla, perché, altrimenti, quella nuova crisi
d’amore lo condurrebbe senz’altro a naufragare in un matrimonio serio.
Il matrimonio che non è una cosa seria gli ha impedito questa spaventosa
bestialità. Ma quando è guarito dalla tredicesima febbre, quando è di
nuovo convinto di aver agito con saggezza unendosi a quella moglie decorativa,
gli succede un guaio: si innamora di sua moglie.
Gasparina, infatti, in pochi mesi di vita tranquilla e più dignitosa e
più libera, tra la casetta gaia e l’orto, è rifiorita. I
suoi occhi spauriti hanno imparato a riflettere il ridere del cielo. Da quel
nulla che ella era, è diventata qualche cosa: una donna, nella età che
fu detta del massimo pregio, con il vigore aureo dei suoi trent’anni sanissimi.
Non basterebbe, no, questa nuova e impensata leggiadria di Gasparina a conquistare
Memmo. Ci vuol altro! Gasparina gli è sembrata una donna inconcludente
quando l’ha sposata; inconcludente gli sembra ancora, ché la sua
bellezza è, egli crede, senza mistero. Quella povera figliola sarà certo
stata, quando teneva con tanta umile servilità la sua pensione, la cosa
facile e grigia e rassegnata dei pensionanti. Di ciò non si è curato
Memmo, perché il matrimonio non doveva essere una cosa seria; e più pregiudizi
egli superava sposando Scarparotta, più gusto ci provava, perché con
più allegra acredine schiaffeggiava il sentimento pubblico. Ma ora succede
una cosa strabiliante. Un vecchione, amico di Gasparina, che l’amava tacitamente
da quel burbero che è, e s’è inferocito quando la poverina
divenne in quel modo la signora Speranza, vuol liberarla per prendersela, conforto
e ristoro della sua egoistica canizie. Anche Gasparina è disposta a lasciarsi
liberare, perché, adesso che è rinata alla vita, che ha acquistato
una certa coscienza di sé, si duole di essere così lo strumento
di una burla cinica; e anche perché, permanendo in lei la stessa docilità di
una volta, capisce che, in certi momenti, Memmo è tremendamente seccato
di quel matrimonio non serio. Che modo c’è di sciogliersi? Il vecchio
aspirante afferma che basterà dimostrare che il matrimonio non fu consumato,
e sarà facile perché Gasparina è ancora nuova all’amore
come quelle giovinette per le quali Memmo soleva perdere la testa. Memmo, ad
apprender questo, poiché sua moglie è anch’essa un roseo
mistero di grazia e di bellezza, mistero che nessuno conosce, che egli solo conoscerà,
e poiché non ha neppure da sposarla perché l’ha già sposata,
tramuta quel matrimonio, che non è una cosa seria, in una cosa serissima.
Questa commedia non è tutta egualmente bella, ma è di uno stile
comico di primissimo ordine. La comicità è, nel teatro italiano,
quasi sempre tradizionale; spesso non è neppure genuinamente nostrana.
Il Pirandello ha trovato in Ma non è una cosa seria una comicità maschia,
franca, tutta lampeggiamenti di cerebralità, secca ma potente. Non è una
comicità di “situazioni”; anzi le “situazioni”,
se si bada alla loro apparenza esteriore, sono tutt’altro che nuove. La
scena conosce altre mogli solo rappresentative, che, a poco a poco, riescono
a diventare mogli effettive. Per dir tutta la verità, noi non crediamo
a queste donne brutte che diventano belle, e a quei mariti che le han prese per
burla e che, d’improvviso, se ne innamorano da senno. Noi sappiamo benissimo
che questi sono luoghi comuni del teatro, accettati, patentati, largamente sfruttati.
Ma nella commedia di ieri sera non sono la conversione di Memmo e il trionfo
di Gasparina che contano. La comicità è tutta nel modo nel quale
le cose serie, a un tratto, perdono la serietà e le cose che non sono
serie diventano serie; sta nel mostrarsi, degli stessi fatti e degli stessi personaggi,
ora sotto una luce ora sotto un’altra, sicché prima noi ci convinciamo
che sono ridicoli, e subito dopo sentiamo che il nostro riso è ingiusto
perché abbiamo, invece, il dovere di provare un poco di pietà.
Quando poi abbiamo creduto che il diavolo si sia fatto davvero eremita, ecco
che egli rimette fuori il suo ghigno beffardo.
Naturalmente, una comicità simile non è spensierata. Genera un’allegria
aspra; talvolta un’allegria crudele. C’è, in essa, qualche
cosa di convulso, quasi di iracondo. E i personaggi, travolti da quest’impeto,
sono anch’essi quasi sempre impazienti, irritati, litigiosi, clamorosi.
Quando la comicità alza il tono, anch’essi alzano la voce, e, da
questo punto di vista, c’è una certa monotonia di procedimento.
E c’è, anche, qua e là, mancanza di chiarezza. Ogni avvenimento,
anche piccolo, prima di essere spiegato, è preannunciato ripetutamente,
oscuramente, con insistenze, soste, riprese inutili e inquietanti. In fondo,
metà del secondo atto è superflua; fatta di parole che acquisteranno
per noi senso solo quando avremo udita tutta la commedia.
Questi personaggi, che portano il loro segreto essenziale, e ad ogni momento
stanno per parlare, e ad ogni momento rimandano a più tardi la rivelazione,
sono frequenti nel teatro di Pirandello, e i loro indugi a svelarsi non sono,
di questo nobilissimo teatro, un pregio. Tanto più che, quando finalmente
si spiegano, lo fanno più commentandosi che vivendo, più giudicandosi
che soffrendo, più schernendosi che ridendo; la loro verità nascosta
non è mai una passione del cuore, ma un vizio dell’intelletto.
Queste commedie, in ogni modo, vanno prese come sono, con la loro perfezione
di logica e con la loro apparente incoerenza sentimentale, con il loro
sapore disperato di originalità, grandeggianti in una specie
di solitudine, ricche di una forza densa che talvolta erompe troppo
impetuosa, e talvolta, per liberarsi, si sottilizza fino all’evaporazione.
E bisogna riconoscere che sono tra le più significanti non del
solo teatro italiano. |