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Lussuria. Seduzione e tradimento
Lussuriadi Ang Lee
con Tony Leung, Tang WeiSuisdi
 
La Repubblica, 11 gennaio 2008
"Lussuria", sesso e Resistenza
nella Shangai degli anni Quaranta

Dimostrandosi maestro di erotismo al pari di Wong Kar Wai (di Hong Kong), il taiwanese Ang Lee in Lussuria imbandisce una tavola di torbide passioni da far leccare i baffi agli estimatori.

Di sfondo grande affresco storico. Shanghai tra la fine degli anni Trenta e l'inizio dei Quaranta. La Cina è sotto occupazione giapponese. Di un gruppo di studenti e attori dilettanti che si danno alla resistenza fa parte anche la timida Wong cui la cospirazione affida un compito temerario. Trasformarsi nella sofisticata signora Mak ed entrare nelle grazie del signor Yee. Il quale (interpretato dallo stesso Tony Leung di In the mood for love) è a capo della feroce polizia politica giapponese, responsabile di torture ed efferatezze. Ne diventerà l'amante.

A parte il piacere concesso all'occhio da alcuni momenti bollenti, la sottigliezza del film è nel seguire l'itinerario di queste due anime perdute, dove non si sa più chi dei due sia migliore o peggiore. Il raffinato (fino all'estenuazione, al feticismo) gusto del dettaglio d'epoca, su cui il film è molto concentrato, a qualcuno potrà risultare stucchevole: in realtà non cade nel superfluo ma contribuisce da protagonista a dare il senso della vigilia della fine.

Paolo D'Agostini

 
Panorama, n. 2 2008
THRILLER ALLA CINESE CON SESSO ESTREMO

L'attesa è lunga, lenta, rarefatta, poi finalmente, dopo esattamente un'ora e 30 di film, esplode sullo schermo la prima delle scene erotiche promesse dal titolo. Ed è la più dura, dominazione e cinghiate, ma anche l'alba di un inquieto romanticismo sensuale. È probabile che il titolo della pellicola di Ang Lee, così scoperto, metta certe idee in testa che non giovano alla visione di un film affascinante, complesso nella costruzione, ricco nei dettagli e nelle psicologie, ma certo troppo lungo (2 ore e mezzo) e gonfio di derive (vedere «Panorama» 52).

Un mistery thriller tutto cinese, Shanghai, spie e resistenza sotto l'occupazione giapponese, la giovanissima Mata Hari, l'attrice Tang Wei, usata per sedurre e ammazzare il potente collaborazionista, l'involontarietà della passione, l'odio politico che divide e attrae. Certo, le scene di sesso tra i due protagonisti sono circostanziate e passionali, ma lo sono altrettanto le splendide partite a mahjong dove cresce a sguardi il perfido triangolo, l'avvicinamento progressivo tra gli amanti, l'addestramento di Tang Wei a perfetta seduttrice.

L'affresco storico, un po' oleografico, resta invece sullo sfondo e buca a fatica lo schermo. Ma ciò che interessa il regista è filmare l'amore come si filma un delitto e viceversa, proprio come insegnava Hitchcock il cui capolavoro Il sospetto è citato in una scena centrale.

Piera Detassis

 
Corriere della Sera, 4 gennaio 2008
La guerra del kamasutra

Si fa prima a leggere ad alta voce il bellissimo racconto Lussuria di Zhang Ailing (43 pagine, BUR) che a vedere i 156 minuti del film di Ang Lee premiato a Venezia fra molti contrasti. Il ridicolo titolo italiano, seguito sui manifesti dal sottotitolo «Seduzione e tradimento», non corrisponde all' originale Se, Jei che a quanto pare significa «Voglia sfrenata, prudenza». Ovvero gli opposti sentimenti che si alternano nell' animo del supersbirro Yi (grafia della traduzione libresca) di fronte alle grazie che gli proferisce la giovane Wang Jiazhi. Il film si apre e conclude nel 1942 a Shanghai occupata dai giapponesi nel corso della seconda guerra con la Cina, ma ha al centro un flashback datato 1938 e ambientato a Hong Kong. Mentre sua moglie passa il tempo con le amiche giocando a «maijang» il torvo Yi è sul punto di venir messo a capo della polizia segreta dal governo collaborazionista di Nanchino. Intuendo il pericolo, un groppuscolo di studenti designa la primattrice della filodrammatica a sedurlo per attirarlo in una trappola mortale. Wang accetta l' incarico e in uno slancio di perfezionismo patriottico prende lezioni di sesso dall' unico (e ahimè poco attraente) che nella cerchia frequenta le prostitute. A sorpresa la manovra crea un legame fra Yi e la ragazza, ma tutto porta solo al massacro maldestro di un filogiapponese che aveva fatto da tramite. Anni dopo i congiurati a Shanghai riannodano le fila del complotto: però stavolta l' incontro della traditrice con la vittima diventa una faccenda seria, finché la situazione precipita verso la tragedia. Il film rispecchia nella sostanza la trama del racconto e ogni tanto ne appare un' illustrazione ispirata e accurata. Ma (sorpresa!) sulla pagina non c' è traccia delle tre estenuanti scene di sesso acrobatico che ricordano L' impero dei sensi (1976) di Nagisa Oshima. Si giustifica Ang Lee: «Ho riempito gli spazi che la scrittrice ha lasciato vuoti». Segnalato da Variety come la prima pellicola che trionfa ai botteghini delle tre Cine, Hong Kong, Taiwan e Repubblica Popolare, in quest' ultima le autorità hanno provveduto a tagliare quasi del tutto le parti a luci rosse; e vuoi vedere che una volta tanto la censura, ognora deplorevole sotto il profilo della libertà d' espressione, ha migliorato il risultato artistico? In modo diverso, lei trepidante di giovinezza vulnerata, lui espressivamente impassibile, l' esordiente Tang Wei e il divo Tony Leung incarnano stupendamente i loro personaggi senza bisogno di accoppiarli in morbosi amplessi da kamasutra fra vestiti strappati, cinghiate sadiche e sodomizzazioni a vista. A parte l' impeccabile disegno dei caratteri, sia nudi che vestiti, Lussuria si fa apprezzare per la miracolosa ricostruzione dell' ambiente, forse memore dei film francesi rispecchianti la fosca epoca di Vichy, da L' armata degli eroi di Melville a Lacombe Lucien di Malle, da Mr Klein di Losey a L' ultimo metrò di Truffaut. Miseria e paura, strade vuote di traffico attraversate dalle minacciose macchine nere dei potenti, lunghe code per un po' di cibo, i film interrotti dai cinegiornali di propaganda; e fra la gente sguardi in tralice, diffidenza, soprassalti di orgoglio patriottico e sullo sfondo l' assurda indifferenza delle damazze al tavolo da gioco. Altro che lussuria: questa è la storia di un grande amore che non osa dire il suo nome, ma si effonde in momenti di irrefrenabile tenerezza. Come quando nel rifugio provvisorio di una casa da tè Wang si esibisce in una canzoncina per Yi che la applaude commosso; o quando dal gioielliere la ragazza accetta il prezioso anello offerto da Yi consapevole che in strada stanno aspettando il donatore per ucciderlo.

Tullio Kezich

 
Il Mattino, 5 gennaio 2008
Ultimo tango a Shanghai

Eterogeneo, estenuato, fluviale eppure avvincente - grazie anche alle circoscritte ma cruciali sequenze di sesso (l'avranno fatto davvero?) - «Lussuria» del superpremiato Ang Lee non solo tratteggia un verosimile affresco della resistenza cinese all'occupazione nipponica tra il '38 e il '42, ma si distingue per un taglio melò tanto estremo da diventare provocatorio. Non si spiegano altrimenti i mugugni della critica benpensante, già estasiata e plaudente al cospetto de «I segreti di Brokeback Mountain», il precedente titolo del regista la cui svenevole apologia gay poteva peraltro rientrare nella gabbia del politicamente corretto. Tratto da un racconto della cinese Eileen Chang, il film s'immerge con adeguata accuratezza nelle cupe e morbose atmosfere della Shanghai amministrata dai collaborazionisti: la signora Mak (interpretata dalla flessuosa esordiente Tang Wei), ospite fissa di alcune ciarliere damazze a un tavolo di «maijang», entra in un caffé, fa una telefonata, si siede ad aspettare e poi ricorda in flashback... Quattro anni prima è solo la spaurita e dimessa Wong Chia, coinvolta per caso nelle attività di una compagnia filodrammatica che cerca di tenere alto il morale dei cittadini mentre incalzano i funesti venti della guerra. Il gruppuscolo studentesco mette in atto un piano ambizioso per assassinare il signor Yee (superbamente interpretato dall'icona del cinema asiatico Tony Leung), capo spietato della polizia del governo fantoccio: Wong si trasforma, così, nella ricca e sofisticata Mak che prima conquista la fiducia di Yee e della moglie e poi fa innamorare l'uomo alla follia. La cospirazione fallisce, ma la resistenza torna ad arruolarla qualche anno più tardi: riavvicinando la preda in un gioco pericoloso tra recitazione, imitazione e trasformismo, Wong scopre, però, che la pantomima non solo la sta coinvolgendo nei piaceri della carne, ma è anche arrivata a contaminarne l'anima. I famelici, acrobatici amplessi tra gli amanti clandestini - filmati con trepidante realismo e almeno un flash hard - arroventano la suspense spionistica, ma il tocco di Ang Lee sta tutto nella maestria con la quale si fa sempre più sfumata la linea divisoria tra ideali e tradimento, paura e desiderio, masochismo e voluttà. L'intreccio - come in «Senso» di Visconti o certi classici francesi ambientati all'epoca di Vichy come «Lacombe Lucien» - assume, così, una valenza politica insolita ed eversiva in quanto esplicita l'irrefrenabilità della passione fra la giovane congiurata e il torvo capo della polizia collaborazionista. Amputate - deo gratias - le attenuanti moralistico-psicoanalitiche, resta solo il piacere del feuilleton e quello dei corpi che, come è noto, non sono buoni o cattivi bensì frementi o spenti. Sino a sfociare nel virtuosistico finale a montaggio alternato che materializza la velata minaccia del titolo originale («Lust, Caution» cioé «Lussuria, pericolo), grazie alla luce assassina e ai lampi di follia che squassano all'improvviso l'impassibilità di Leung e all'abbandono di Tang Wei tra fuoco e languore che l'ha fatta giustamente paragonare alla Schneider di «Ultimo tango a Parigi».

Valerio Caprara

 
Il Manifesto, 4 gennaio 2008
Pericoloso divertirsi coi fascisti, prima di cancellarli. «Lussuria»

Lust, Caution!, mélo cinese, spionistico, «patriottico» e quasi noir diretto da Ang Lee, è tradotto Lussuria, smorzando un più confuciano «Attenzione alla voluttà». Siamo negli anni '40. Tony Leung è il vero oggetto del desiderio, con ricognizioni integrali del suo corpo, davanti e di dietro. Il set è la diva metropolitana del momento, Shanghai, ma interessa meno al regista.
Questo film politico quasi porno, tratto dal controverso (per il Pcc) romanzo di Eileen Chang, esordio degli studi di Shanghai in coproduzioni internazionali dal budget ambizioso, rischia di sbriciolare in realtà delicati apparati simbolici, giocando su (e a volte confondendo) una triade di effetti-suspense differenti (per cui, in Cina, dove è un successo, il ricorso alla forbice).
Il primo tragitto è storico-politico: riusciranno i nostri eroi, studenti-patrioti, terroristi simpatici, anzi addirittura attori dilettanti passati alla lotta armata, ad assassinare Ye Lee, sadico uomo politico traditore della Cina, che si è venduto ai giapponesi invasori?
Il secondo è erotico. Tang Wei, la giovane attrice prescelta alla cellula per intrappolare l'obiettivo e render più facile l'agguato, diventerà l'amante di Ye Lee. Ma la scelta, apparentemente avventurista - perché lei è del tutto inesperta di sesso, e l'addestramento sarà ancora più controproducente - sarà invece vincente.
Lui si perde dietro a una seducente novità, l'ingenuità pudica, l'opposto delle solite spie astute alla Dietrich (di cui ascoltiamo l'inequivocabile «Do you something to me», di Cole Porter, proprio all'inizio) e che ha dovuto, annoiato, smascherare, torturare, uccidere. E lei sarà ancora più credibile e eroticamente appetitosa perché si innamora davvero di quella «bestia» assetata di sangue che, usando il manuale del piccolo sergente sadico sia con i prigionieri che a letto (dove le frustrate, i pugni e i riti bondage sono però molto più elementari), la manda in estasi e le fa toccare con mano livelli ludici mai neppure lontanamente sospettati (anche perché il presidente Mao, che sarà il vibratore di un intero continente, è ancora di là da venire).
Il terzo livello di suspence, emozionale, è quello che Ang Lee sa usare meglio: catturerà - sospiro dopo sospiro, domino dopo domino, appuntamento dopo appuntamento, «odio dopo odio» (il carburante della passione erotica) - totalmente lo spettatore (ormai disinteressato alla posta in gioco politica, o a chi sia il misterioso Partito di cui si parla, e che sembra antipatico e dogmatico rispetto ai «plenum» tra i cuscini), costi quel che costi. Perfino rubando ai rivali Hou Hsiao Hsien e Wong Kar Wai lo splendore cromatico di un gioco da tavolo o il dettaglio fashion.
La platea è rapita dal destino dei due amanti, come non capitava dal Portiere di notte. Gli attori collaborazionisti pensano a altri tipi di rivoluzione, con altri tempi, riti, monumenti, che non quelli della banale Storia. Stanno facendo, con professionalità, sovrastruttura.
Questo melodramma ascensionale cervello-cuore-sesso sulla giovane comunista anni 40 che preferisce l'abisso all'assassinio del suo amato fascista, inventando forse così l'ultimo, estremo, crudele gioco erotico di coppia (il vero perdente storico sarà infatti l'amante, vendutosi ai giapponesi) annegato nelle luci giallo shocking di Rodrigo Prieto fu Leone d'oro della 64a Mostra d'arte cinematografica di Venezia, tra i fischi dei colleghi.

Roberto Silvestri

 
Il Messaggero, 4 gennaio 2008

A letto col nemico

Ang Lee parla di sé

Che cosa significa davvero recitare, quali forze scatena lavorare su un ruolo, fino a dove si può spingere l'identificazione, che cosa rischia di scoprire un attore su se stesso quando pretende di essere un altro?
Può sembrare curioso accostarsi così al nuovo film di Ang Lee premiato con un discusso leone d'oro a Venezia, Lussuria - Seduzione e tradimento. Eppure al cuore di questo sontuoso kolossal asiatico che ricostruisce in studio con glaciale perfezione la Shanghai anni 40 occupata dai giapponesi, c'è proprio il gioco di maschere e disvelamenti, finzioni esibite e segreti trasalimenti, che alimenta ogni cerimoniale erotico (in questo senso siamo tutti "attori"). Specie se i due partner, come accade qui, non sono comuni amanti ma nemici mortali.
Naturalmente, da Senso in poi, l'attrazione rovinosa fra personaggi che si dovrebbero odiare non è certo una novità. Qui però non c'è nessuna parità: la giovane partigiana cinese incaricata di sedurre e intrappolare il maturo uomo d'affari che collabora con i giapponesi, è una spia con un piano preciso da eseguire. Di più: è un'attrice scelta non solo per la sua bellezza innocente ma per il suo talento, affinato con i futuri compagni di lotta in un gruppo teatrale agit-prop attivo nella Shanghai fine anni 30.
È perché può recitare quel ruolo che Wang (l'esordiente Tang Wei, notevole) viene spinta fra le braccia del cupo signor Yee, collaborazionista e torturatore (un indurito e invecchiato Tony Leung). Ed è perché il suo partner sadico pure a letto, ma capace di un trasporto inatteso non recita affatto, che l'inesperta Wang si ritrova travolta da un gioco molto più forte di lei. Il film insiste anche sulla causa di questo cedimento: se i suoi ardenti ma casti compagni di lotta, accecati dal puritanesimo dei ribelli, non avessero trascurato la donna errore fatale! forse l'attrice non sarebbe stata sopraffatta dalla passione. Non a caso nefandezze e torture perpetrate dal suo amante sono solo dette, mai mostrate, mentre alla goffa violenza dei partigiani ragazzini è dedicata un lungo, barbarico, teatralissimo omicidio collettivo.
Il resto, amplessi sfrenati, sgomento, doppio tradimento, ne consegue così logicamente che Lussuria, bel paradosso, è il film più rovente e insieme più "freddo" di Ang Lee, proprio perché astratto come un teorema. Ma anche forse il più personale. Non solo perché il regista, come Flaubert, ripete "Wang sono io". Ma perché questo gioco mortale di odio e attrazione, imitazione e assimilazione, sembra alludere da un lato al cinema di Ang Lee, ex-attore e regista capace di rifare alla perfezione tutti i generi del cinema occidentale. E dall'altro, pensiamo al vagabondare di Wang fra le vetrine in sottofinale, ai rapporti Oriente/Occidente dalla seconda metà del '900 in poi.

Fabio Ferzetti

 
Il Giornale, 4 gennaio 2008
Che meraviglia la Shangai di Ang Lee
deturpata da un goffo titolo tradotto

Una magnifica ricostruzione storica come quella di Ang Lee, che ha vinto il Leone d'oro a Venezia, esce spacciata da film porno come Lussuria. Seduzione e tradimento. Il goffo titolo italiano cela invece un intreccio politico e sentimentale fra Hong Kong e Shanghai, durante l'occupazione giapponese. Il sesso reale c'è, ma lo si coglie per un attimo ed è connesso con la vicenda, quindi non gratuito, come quasi sempre accade nei film. Taiwanese, ma originario della Cina continentale, Ang Lee racconta vicende note ai connazionali ma ignote agli europei, ai quali sembrerà strano che - nella Shanghai bellica - ci fossero tanti europei. Ma c'erano. Non c'erano invece i vestiti nuovissimi che tutti indossano, ma questa ingenuità è l'unico difetto del film. Il titolo originale, Lust, Caution , alludeva alla voglia sfrenata di vivere, non solo di godere.

Maurizio Cabona

 
La Stampa, 4 gennaio 2008
Brucia con arte il fuoco di Ang Lee

Da Banchetto di nozze a Brokeback Mountain, non c'è dubbio che Ang Lee, regista taiwanese ormai americanizzato (vive in Usa dal 1978), appartenga alla schiera dei grandi eclettici, una qualifica che di solito contrasta con quella di autore. Basta mettere in fila fra Orsi, Leoni e Oscar i suoi numerosi premi per capire che siamo di fronte a un maestro la cui filmografia sembra fatta apposta per scardinare certi assunti. Ovvero che ogni vero artista sia caratterizzato da una scelta rigorosa di temi e di stile e dal bisogno quasi fisiologico di alimentarsi alle proprie fonti culturali. Figuriamoci Ang Lee, che ispirandosi agli scrittori e ai generi più disparati, si è dimostrato ogni volta capace di calarsi in epoche e realtà lontane dalla sua esperienza.

Ora con Lussuria, premiato a Venezia, il cineasta torna alle origini realizzando una pellicola certamente cinese, ma non per questo meno in sospetto di maniera. Modelli del film - basato sull'omonimo racconto della famosa romanziera Zhang Ailing (pubblicato dalla Bur)- sono infatti da un lato il melodramma bellico hollywoodiano degli anni '40 e dall'altro il melò erotico giapponese nella chiave estrema fra sesso e morte di Oshima.

Sull'arco di quattro anni (1938-42), passando da Hong Kong alla Shanghai occupata dai giapponesi, si consuma la vicenda dell'attraente Wang, studentessa e filodrammatica incaricata da un gruppo di resistenti di adescare il potente collaborazionista Yee trascinandolo in un'imboscata mortale. Ma suo malgrado sarà la giovane cospiratrice a farsi coinvolgere da Yee in un incandescente rapporto sessuale.

Raffinato nelle esplicite scene erotiche, curatissimo nell'ambientazione e nella psicologia, recitato con intensità e senso delle sfumature dall'inedita Tang Wei e dall'incisivo Tony Leung, Lussuria è un film di stile impeccabile, anche se non sempre equilibrato nella struttura: nel senso che sembra di vedere mescolate due parti distinte che ogni tanto non collimano. Tuttavia nel raffronto con il testo scritto - una quarantina di paginette di laconica efficacia che condensano la trama nelle poche ore del suo scioglimento - si arguisce come Ang Lee, pur essendosi accostato alla storia con spirito di fedeltà, si sia impadronito della materia fino a renderla intimamente propria. Autore, dunque, e non solo talentoso calligrafo.

Alessandra Levantesi

 
Il Tempo, 3 gennaio 2008
«Lussuria», l'amore
è un vero agguato

Si è fatto ispirare da un romanzo di una scrittrice cinese, Bileen Chang, morta negli Stati Uniti qualche anno fa e ci ha dato con «Lussuria», ancora una volta premiato a Venezia con un Leone d'oro, un film teso, commovente, tragico, ma anche visualmente sontuoso, che va degnamente ad aggiungersi ai tanti della sua feconda e fortunata carriera.
In Cina, prima a Hong Kong e poi a Shanghai, durante l'occupazione giapponese ai tempi della seconda Guerra Mondiale. Degli studenti, fieri, animosi, ma poco preparati, cercano di organizzare una sorta di resistenza clandestina per contrastare dei compatrioti che, asserviti all'invasore, sono diventati dei collaborazionisti feroci e spietati sullo stesso modello di quelli che, in Europa, erano le S.S. e i loro tristi adepti. Tra questi, il nemico n. 1 è un superpoliziotto, anche a capo di truci servizi segreti, un certo Mr. Yee, che ritengono necessario eliminare: nell'interesse della causa. Per riuscirci (è perennemente circondato e protetto da agenti fedelissimi) pensano, ricorrendo ad uno stratagemma (un'amicizia di copertura con la moglie di lui) di farlo sedurre da una giovane collega che generosamente si presta. Alla fine, però, anche se si dice pronta ad assolvere con ogni mezzo al suo impegno, prova una fortissima attrazione sessuale per l'uomo che doveva invece circuire. Furiosamente ricambiata. Lo salva così dall'attentato che pure aveva concorso a predisporre e, con tutti i suoi, pagherà con la vita.
Azione, sentimenti, sesso (anche estremo, anche sfrenato), caratteri forti, un'ambientazione splendidamente rievocata con immagini — nel privato, e in esterni nel pubblico — affidate a un realismo spesso sublimato in pittura. Con quel segno che ha sempre distinto Ang Lee fin dai suoi esordi in Cina e poi a Hollywood, pronto ad ogni svolta a proporsi come stile: di qualità affascinanti, specie da un punto di vista figurativo.
La protagonista, Tang Wei, è una esordiente ma, a parte la sua bellezza, sa imporsi dal principio alla fine con un fascino dagli accenti, spesso, allusivi e segreti. Anche quando il suo personaggio si fa travolgere dalla passione. Di fronte a lei il divo più celebre del cinema asiatico, Tony Leung, per una volta in vesti negative. Dominate con asciutto rigore. E quasi con ferocia.

Gian Luigi Rondi

 
L'Unità, 21 dicembre 2007
La rivoluzione può attendere

Guardando agli ultimi due film di Ang Lee si ha la curiosa sensazione che l'autore sino-americano sia attratto da racconti brevi di scrittrici schive. E' un caso, s'intende, ma prima ha tradotto in un drammone dagli spazi sconfinati le 50 pagine di Annie Proulx con Brokeback mountain. Adesso è toccato alla breve storia condensata in 28 pagine dalla scrittrice cinese Eileen Chang, scomparsa qualche anno fa (come la Proulx) nella casa californiana dove aveva deciso di ritirarsi. Lust, caution (Voglia sfrenata, prudenza), premiata a Venezia come miglior film, che in Italia esce col titolo ammiccante Lussuria, è una torrida spy story di due ore e mezza che mostra, ostenta la geografia anatomica dei due protagonisti laddove Brokeback era stato reticente, pudibondo. Una lunghezza spropositata ben governata da Lee, che affresca un periodo sanguinario e fratricida della storia cinese. Racconta di Wang (l'esordiente Tang Wai), studentessa universitaria che nel '38 a Shanghai, durante gli anni dell'occupazione giapponese, si unisce ad un gruppo di giovani della resistenza ed è designata per adescare un collaborazionista dal potere crescente, Mr. Yee (Tony Leang). Il primo tentativo di assassinarlo fallisce, si riprova una seconda volta alcuni anni dopo. Ma.
Lo sfondo vorrebbe essere quello della citt à più cosmopolita d'Oriente, dove si balla pericolosamente sul Titanic che sta per affondare. Wang deve fingersi la moglie di un ricco commerciante per entrare nel salotto buono dove avvicina prima la moglie e poi direttamente Mr. Yee, un uomo sempre più oppresso dal clima terribile di delazioni e stato di polizia. Nel rapporto molto carnale che instaura con la ragazza, alla quale si avvinghia come una bestia, cerca la sua via umana e disperata per sopravvivere. Lee tira la corda per metà film, poi scatena un eros animalesco che irretisce e conquista Wang. In un doppio-gioco che ci mostra i due amanti nella condizione di vittime e carnefici a un tempo. L'esplosione violenta, sadica, poi sempre più dolce, infine disarmante dei loro istinti confonde le carte, scombussolando i valori in campo, sparigliando le fazioni dei buoni e dei cattivi. La Storia intanto entra ed esce dalla narrazione ma non sembra essere il cruccio principale del regista. Che a metà del film dimentica volontariamente dove siamo per tentare di spiegare come i due amanti stanno scavando l'uno nell'altro.

Nella posizione privilegiata di riuscire a parlare alle due culture - quella cinese e quella americana – con cui abbiamo fatto e faremo i conti da qui nel futuro, Ang Lee è un autore hollywoodiano nel senso migliore: lavora con grandi mezzi, grandi ambizioni, grande senso dello spettacolo. La lunghezza della pellicola potrebbe scoraggiare i più pigri, quelli che per esempio non leggono libri che superano le 200 pagine per principio. Aiuta il fatto che non ci sono calligrafismi alla Wong Kar Wai (da cui un Tony Leang mai così bastardo è preso in prestito) né cineserie indigeste e folk. Mentre arricchisce l'operazione le citazione degli stilemi noir o addirittura pittoriche, come la scena della fucilazione dei resistenti che ricalca Goya. Esatta e tagliente la fotografia di Rodrigo Prieto. Ghiaccio bollente e femme fatale dallo sguardo quasi adolescenziale, va riconosciuto a Tang Wai la bravura di reggere il confronto con un attore icona come Tony Leang. Non solo per le contorsioni sul letto d'amante.

Pasquale Colizzi

 
L'Espresso, 27 dicembre 2007
Amore traditore

Siamo al tempo della guerra cino-giapponese, 1937-1945. Nel 1942 l'esercito dei signori della guerra occupa Shanghai, deciso a trasformare in dominazione coloniale diretta e univoca il controllo sino allora plurimo esercitato sulla Cina da varie potenze. A loro si oppongono i comunisti, guida della resistenza contadina, e i giovani operai o studenti. Un gruppo studentesco che vuole eliminare un importante collaborazionista (Tony Leung) convince una ragazza (Tang Wei) a entrare in intimità con il traditore.

Lei se ne innamora, lui s'innamora di lei, i loro abbracci sono rischiosi, segnati dalla precarietà, incontrollabili come la passione tra l'ufficiale nazista Dirk Bogarde e la prigioniera del lager Charlotte Rampling nel 'Portiere di notte' di Liliana Cavani. Le scene di sesso sono le migliori del film, il primo che Ang Lee giri in Asia dopo dodici anni a Hollywood. L'empito del desiderio non provoca disordine, ma una geometrica profonda unione dei corpi. La fame reciproca non suscita movimenti sconnessi, ma una ricerca dell'altro dolce e potente. Gli ordini brutali dell'uomo, l'obbedienza remissiva della ragazza, sono un'ardente recita messa in opera per stimolare la passione. Nessuna variante, acrobazia o esercitazione sessuale. Nessuna freddezza, nessuno slancio: una assimilazione reciproca forte, immaginabile e desiderabile forse soltanto dall'ultra cinquantenne che è il regista.

Per il resto, 'Lussuria' è soprattutto un fastoso polpettone d'epoca tratto da un romanzo di Eileen Cheng, una storia d'amore senza amore.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011