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Lussuria. Seduzione
e tradimento
di
Ang Lee
con Tony Leung, Tang WeiSuisdi
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La Repubblica, 11 gennaio 2008
"Lussuria",
sesso e Resistenza
nella Shangai degli anni Quaranta
Dimostrandosi maestro di erotismo al pari di Wong Kar Wai
(di Hong Kong), il taiwanese Ang Lee in Lussuria imbandisce
una tavola di torbide passioni da far leccare i baffi agli
estimatori.
Di sfondo grande affresco storico. Shanghai tra la fine degli
anni Trenta e l'inizio dei Quaranta. La Cina è sotto
occupazione giapponese. Di un gruppo di studenti e attori dilettanti
che si danno alla resistenza fa parte anche la timida Wong
cui la cospirazione affida un compito temerario. Trasformarsi
nella sofisticata signora Mak ed entrare nelle grazie del signor
Yee. Il quale (interpretato dallo stesso Tony Leung di In the
mood for love) è a capo della feroce polizia politica
giapponese, responsabile di torture ed efferatezze. Ne diventerà l'amante.
A parte il piacere concesso all'occhio da alcuni momenti bollenti,
la sottigliezza del film è nel seguire l'itinerario
di queste due anime perdute, dove non si sa più chi
dei due sia migliore o peggiore. Il raffinato (fino all'estenuazione,
al feticismo) gusto del dettaglio d'epoca, su cui il film è molto
concentrato, a qualcuno potrà risultare stucchevole:
in realtà non cade nel superfluo ma contribuisce da
protagonista a dare il senso della vigilia della fine.
Paolo D'Agostini
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Panorama, n. 2 2008
THRILLER ALLA CINESE CON SESSO ESTREMO
L'attesa è lunga, lenta, rarefatta, poi finalmente,
dopo esattamente un'ora e 30 di film, esplode sullo schermo
la prima delle scene erotiche promesse dal titolo. Ed è la
più dura, dominazione e cinghiate, ma anche l'alba di
un inquieto romanticismo sensuale. È probabile che il
titolo della pellicola di Ang Lee, così scoperto, metta
certe idee in testa che non giovano alla visione di un film
affascinante, complesso nella costruzione, ricco nei dettagli
e nelle psicologie, ma certo troppo lungo (2 ore e mezzo) e
gonfio di derive (vedere «Panorama» 52).
Un mistery thriller tutto cinese, Shanghai, spie e resistenza
sotto l'occupazione giapponese, la giovanissima Mata Hari,
l'attrice Tang Wei, usata per sedurre e ammazzare il potente
collaborazionista, l'involontarietà della passione,
l'odio politico che divide e attrae. Certo, le scene di sesso
tra i due protagonisti sono circostanziate e passionali, ma
lo sono altrettanto le splendide partite a mahjong dove cresce
a sguardi il perfido triangolo, l'avvicinamento progressivo
tra gli amanti, l'addestramento di Tang Wei a perfetta seduttrice.
L'affresco storico, un po' oleografico, resta invece sullo
sfondo e buca a fatica lo schermo. Ma ciò che interessa
il regista è filmare l'amore come si filma un delitto
e viceversa, proprio come insegnava Hitchcock il cui capolavoro
Il sospetto è citato in una scena centrale.
Piera Detassis
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Corriere della Sera, 4 gennaio
2008
La guerra del kamasutra
Si fa prima a leggere ad alta voce il bellissimo racconto
Lussuria di Zhang Ailing (43 pagine, BUR) che a vedere i 156
minuti del film di Ang Lee premiato a Venezia fra molti contrasti.
Il ridicolo titolo italiano, seguito sui manifesti dal sottotitolo «Seduzione
e tradimento», non corrisponde all' originale Se, Jei
che a quanto pare significa «Voglia sfrenata, prudenza».
Ovvero gli opposti sentimenti che si alternano nell' animo
del supersbirro Yi (grafia della traduzione libresca) di fronte
alle grazie che gli proferisce la giovane Wang Jiazhi. Il film
si apre e conclude nel 1942 a Shanghai occupata dai giapponesi
nel corso della seconda guerra con la Cina, ma ha al centro
un flashback datato 1938 e ambientato a Hong Kong. Mentre sua
moglie passa il tempo con le amiche giocando a «maijang» il
torvo Yi è sul punto di venir messo a capo della polizia
segreta dal governo collaborazionista di Nanchino. Intuendo
il pericolo, un groppuscolo di studenti designa la primattrice
della filodrammatica a sedurlo per attirarlo in una trappola
mortale. Wang accetta l' incarico e in uno slancio di perfezionismo
patriottico prende lezioni di sesso dall' unico (e ahimè poco
attraente) che nella cerchia frequenta le prostitute. A sorpresa
la manovra crea un legame fra Yi e la ragazza, ma tutto porta
solo al massacro maldestro di un filogiapponese che aveva fatto
da tramite. Anni dopo i congiurati a Shanghai riannodano le
fila del complotto: però stavolta l' incontro della
traditrice con la vittima diventa una faccenda seria, finché la
situazione precipita verso la tragedia. Il film rispecchia
nella sostanza la trama del racconto e ogni tanto ne appare
un' illustrazione ispirata e accurata. Ma (sorpresa!) sulla
pagina non c' è traccia delle tre estenuanti scene di
sesso acrobatico che ricordano L' impero dei sensi (1976) di
Nagisa Oshima. Si giustifica Ang Lee: «Ho riempito gli
spazi che la scrittrice ha lasciato vuoti». Segnalato
da Variety come la prima pellicola che trionfa ai botteghini
delle tre Cine, Hong Kong, Taiwan e Repubblica Popolare, in
quest' ultima le autorità hanno provveduto a tagliare
quasi del tutto le parti a luci rosse; e vuoi vedere che una
volta tanto la censura, ognora deplorevole sotto il profilo
della libertà d' espressione, ha migliorato il risultato
artistico? In modo diverso, lei trepidante di giovinezza vulnerata,
lui espressivamente impassibile, l' esordiente Tang Wei e il
divo Tony Leung incarnano stupendamente i loro personaggi senza
bisogno di accoppiarli in morbosi amplessi da kamasutra fra
vestiti strappati, cinghiate sadiche e sodomizzazioni a vista.
A parte l' impeccabile disegno dei caratteri, sia nudi che
vestiti, Lussuria si fa apprezzare per la miracolosa ricostruzione
dell' ambiente, forse memore dei film francesi rispecchianti
la fosca epoca di Vichy, da L' armata degli eroi di Melville
a Lacombe Lucien di Malle, da Mr Klein di Losey a L' ultimo
metrò di Truffaut. Miseria e paura, strade vuote di
traffico attraversate dalle minacciose macchine nere dei potenti,
lunghe code per un po' di cibo, i film interrotti dai cinegiornali
di propaganda; e fra la gente sguardi in tralice, diffidenza,
soprassalti di orgoglio patriottico e sullo sfondo l' assurda
indifferenza delle damazze al tavolo da gioco. Altro che lussuria:
questa è la storia di un grande amore che non osa dire
il suo nome, ma si effonde in momenti di irrefrenabile tenerezza.
Come quando nel rifugio provvisorio di una casa da tè Wang
si esibisce in una canzoncina per Yi che la applaude commosso;
o quando dal gioielliere la ragazza accetta il prezioso anello
offerto da Yi consapevole che in strada stanno aspettando il
donatore per ucciderlo.
Tullio Kezich
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Il Mattino, 5 gennaio 2008
Ultimo tango a Shanghai
Eterogeneo, estenuato, fluviale eppure avvincente - grazie
anche alle circoscritte ma cruciali sequenze di sesso (l'avranno
fatto davvero?) - «Lussuria» del superpremiato
Ang Lee non solo tratteggia un verosimile affresco della resistenza
cinese all'occupazione nipponica tra il '38 e il '42, ma si
distingue per un taglio melò tanto estremo da diventare
provocatorio. Non si spiegano altrimenti i mugugni della critica
benpensante, già estasiata e plaudente al cospetto de «I
segreti di Brokeback Mountain», il precedente titolo
del regista la cui svenevole apologia gay poteva peraltro rientrare
nella gabbia del politicamente corretto. Tratto da un racconto
della cinese Eileen Chang, il film s'immerge con adeguata accuratezza
nelle cupe e morbose atmosfere della Shanghai amministrata
dai collaborazionisti: la signora Mak (interpretata dalla flessuosa
esordiente Tang Wei), ospite fissa di alcune ciarliere damazze
a un tavolo di «maijang», entra in un caffé,
fa una telefonata, si siede ad aspettare e poi ricorda in flashback...
Quattro anni prima è solo la spaurita e dimessa Wong
Chia, coinvolta per caso nelle attività di una compagnia
filodrammatica che cerca di tenere alto il morale dei cittadini
mentre incalzano i funesti venti della guerra. Il gruppuscolo
studentesco mette in atto un piano ambizioso per assassinare
il signor Yee (superbamente interpretato dall'icona del cinema
asiatico Tony Leung), capo spietato della polizia del governo
fantoccio: Wong si trasforma, così, nella ricca e sofisticata
Mak che prima conquista la fiducia di Yee e della moglie e
poi fa innamorare l'uomo alla follia. La cospirazione fallisce,
ma la resistenza torna ad arruolarla qualche anno più tardi:
riavvicinando la preda in un gioco pericoloso tra recitazione,
imitazione e trasformismo, Wong scopre, però, che la
pantomima non solo la sta coinvolgendo nei piaceri della carne,
ma è anche arrivata a contaminarne l'anima. I famelici,
acrobatici amplessi tra gli amanti clandestini - filmati con
trepidante realismo e almeno un flash hard - arroventano la
suspense spionistica, ma il tocco di Ang Lee sta tutto nella
maestria con la quale si fa sempre più sfumata la linea
divisoria tra ideali e tradimento, paura e desiderio, masochismo
e voluttà. L'intreccio - come in «Senso» di
Visconti o certi classici francesi ambientati all'epoca di
Vichy come «Lacombe Lucien» - assume, così,
una valenza politica insolita ed eversiva in quanto esplicita
l'irrefrenabilità della passione fra la giovane congiurata
e il torvo capo della polizia collaborazionista. Amputate -
deo gratias - le attenuanti moralistico-psicoanalitiche, resta
solo il piacere del feuilleton e quello dei corpi che, come è noto,
non sono buoni o cattivi bensì frementi o spenti. Sino
a sfociare nel virtuosistico finale a montaggio alternato che
materializza la velata minaccia del titolo originale («Lust,
Caution» cioé «Lussuria, pericolo), grazie
alla luce assassina e ai lampi di follia che squassano all'improvviso
l'impassibilità di Leung e all'abbandono di Tang Wei
tra fuoco e languore che l'ha fatta giustamente paragonare
alla Schneider di «Ultimo tango a Parigi».
Valerio Caprara
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Il Manifesto, 4 gennaio 2008
Pericoloso divertirsi
coi fascisti, prima di cancellarli. «Lussuria»
Lust, Caution!, mélo cinese, spionistico, «patriottico» e
quasi noir diretto da Ang Lee, è tradotto Lussuria,
smorzando un più confuciano «Attenzione alla voluttà».
Siamo negli anni '40. Tony Leung è il vero oggetto del
desiderio, con ricognizioni integrali del suo corpo, davanti
e di dietro. Il set è la diva metropolitana del momento,
Shanghai, ma interessa meno al regista.
Questo film politico quasi porno, tratto dal controverso (per
il Pcc) romanzo di Eileen Chang, esordio degli studi di Shanghai
in coproduzioni internazionali dal budget ambizioso, rischia
di sbriciolare in realtà delicati apparati simbolici,
giocando su (e a volte confondendo) una triade di effetti-suspense
differenti (per cui, in Cina, dove è un successo, il
ricorso alla forbice).
Il primo tragitto è storico-politico: riusciranno i
nostri eroi, studenti-patrioti, terroristi simpatici, anzi
addirittura attori dilettanti passati alla lotta armata, ad
assassinare Ye Lee, sadico uomo politico traditore della Cina,
che si è venduto ai giapponesi invasori?
Il secondo è erotico. Tang Wei, la giovane attrice prescelta
alla cellula per intrappolare l'obiettivo e render più facile
l'agguato, diventerà l'amante di Ye Lee. Ma la scelta,
apparentemente avventurista - perché lei è del
tutto inesperta di sesso, e l'addestramento sarà ancora
più controproducente - sarà invece vincente.
Lui si perde dietro a una seducente novità, l'ingenuità pudica,
l'opposto delle solite spie astute alla Dietrich (di cui ascoltiamo
l'inequivocabile «Do you something to me», di Cole
Porter, proprio all'inizio) e che ha dovuto, annoiato, smascherare,
torturare, uccidere. E lei sarà ancora più credibile
e eroticamente appetitosa perché si innamora davvero
di quella «bestia» assetata di sangue che, usando
il manuale del piccolo sergente sadico sia con i prigionieri
che a letto (dove le frustrate, i pugni e i riti bondage sono
però molto più elementari), la manda in estasi
e le fa toccare con mano livelli ludici mai neppure lontanamente
sospettati (anche perché il presidente Mao, che sarà il
vibratore di un intero continente, è ancora di là da
venire).
Il terzo livello di suspence, emozionale, è quello che
Ang Lee sa usare meglio: catturerà - sospiro dopo sospiro,
domino dopo domino, appuntamento dopo appuntamento, «odio
dopo odio» (il carburante della passione erotica) - totalmente
lo spettatore (ormai disinteressato alla posta in gioco politica,
o a chi sia il misterioso Partito di cui si parla, e che sembra
antipatico e dogmatico rispetto ai «plenum» tra
i cuscini), costi quel che costi. Perfino rubando ai rivali
Hou Hsiao Hsien e Wong Kar Wai lo splendore cromatico di un
gioco da tavolo o il dettaglio fashion.
La platea è rapita dal destino dei due amanti, come
non capitava dal Portiere di notte. Gli attori collaborazionisti
pensano a altri tipi di rivoluzione, con altri tempi, riti,
monumenti, che non quelli della banale Storia. Stanno facendo,
con professionalità, sovrastruttura.
Questo melodramma ascensionale cervello-cuore-sesso sulla giovane
comunista anni 40 che preferisce l'abisso all'assassinio del
suo amato fascista, inventando forse così l'ultimo,
estremo, crudele gioco erotico di coppia (il vero perdente
storico sarà infatti l'amante, vendutosi ai giapponesi)
annegato nelle luci giallo shocking di Rodrigo Prieto fu Leone
d'oro della 64a Mostra d'arte cinematografica di Venezia, tra
i fischi dei colleghi.
Roberto Silvestri
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Il Messaggero, 4 gennaio 2008
A letto col
nemico
Ang Lee parla di sé
Che cosa significa davvero recitare, quali forze scatena lavorare
su un ruolo, fino a dove si può spingere l'identificazione,
che cosa rischia di scoprire un attore su se stesso quando
pretende di essere un altro?
Può sembrare curioso accostarsi così al nuovo
film di Ang Lee premiato con un discusso leone d'oro a Venezia,
Lussuria - Seduzione e tradimento. Eppure al cuore di questo
sontuoso kolossal asiatico che ricostruisce in studio con glaciale
perfezione la Shanghai anni 40 occupata dai giapponesi, c'è proprio
il gioco di maschere e disvelamenti, finzioni esibite e segreti
trasalimenti, che alimenta ogni cerimoniale erotico (in questo
senso siamo tutti "attori"). Specie se i due partner,
come accade qui, non sono comuni amanti ma nemici mortali.
Naturalmente, da Senso in poi, l'attrazione rovinosa fra personaggi
che si dovrebbero odiare non è certo una novità.
Qui però non c'è nessuna parità: la giovane
partigiana cinese incaricata di sedurre e intrappolare il maturo
uomo d'affari che collabora con i giapponesi, è una
spia con un piano preciso da eseguire. Di più: è un'attrice
scelta non solo per la sua bellezza innocente ma per il suo
talento, affinato con i futuri compagni di lotta in un gruppo
teatrale agit-prop attivo nella Shanghai fine anni 30.
È perché può recitare quel ruolo che Wang (l'esordiente
Tang Wei, notevole) viene spinta fra le braccia del cupo signor Yee, collaborazionista
e torturatore (un indurito e invecchiato Tony Leung). Ed è perché il
suo partner sadico pure a letto, ma capace di un trasporto inatteso non recita
affatto, che l'inesperta Wang si ritrova travolta da un gioco molto più forte
di lei. Il film insiste anche sulla causa di questo cedimento: se i suoi ardenti
ma casti compagni di lotta, accecati dal puritanesimo dei ribelli, non avessero
trascurato la donna errore fatale! forse l'attrice non sarebbe stata sopraffatta
dalla passione. Non a caso nefandezze e torture perpetrate dal suo amante sono
solo dette, mai mostrate, mentre alla goffa violenza dei partigiani ragazzini è dedicata
un lungo, barbarico, teatralissimo omicidio collettivo.
Il resto, amplessi sfrenati, sgomento, doppio tradimento, ne
consegue così logicamente che Lussuria, bel paradosso, è il
film più rovente e insieme più "freddo" di
Ang Lee, proprio perché astratto come un teorema. Ma
anche forse il più personale. Non solo perché il
regista, come Flaubert, ripete "Wang sono io". Ma
perché questo gioco mortale di odio e attrazione, imitazione
e assimilazione, sembra alludere da un lato al cinema di Ang
Lee, ex-attore e regista capace di rifare alla perfezione tutti
i generi del cinema occidentale. E dall'altro, pensiamo al
vagabondare di Wang fra le vetrine in sottofinale, ai rapporti
Oriente/Occidente dalla seconda metà del '900 in poi.
Fabio Ferzetti
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Il Giornale, 4 gennaio
2008
Che meraviglia la Shangai di Ang Lee
deturpata da un goffo titolo tradotto
Una magnifica ricostruzione storica come quella di Ang Lee,
che ha vinto il Leone d'oro a Venezia, esce spacciata da film
porno come Lussuria. Seduzione e tradimento. Il goffo titolo
italiano cela invece un intreccio politico e sentimentale fra
Hong Kong e Shanghai, durante l'occupazione giapponese. Il
sesso reale c'è, ma lo si coglie per un attimo ed è connesso
con la vicenda, quindi non gratuito, come quasi sempre accade
nei film. Taiwanese, ma originario della Cina continentale,
Ang Lee racconta vicende note ai connazionali ma ignote agli
europei, ai quali sembrerà strano che - nella Shanghai
bellica - ci fossero tanti europei. Ma c'erano. Non c'erano
invece i vestiti nuovissimi che tutti indossano, ma questa
ingenuità è l'unico difetto del film. Il titolo
originale, Lust, Caution , alludeva alla voglia sfrenata di
vivere, non solo di godere.
Maurizio Cabona
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La Stampa, 4 gennaio 2008
Brucia con arte il fuoco di Ang Lee
Da Banchetto di nozze a Brokeback Mountain, non c'è dubbio
che Ang Lee, regista taiwanese ormai americanizzato (vive in
Usa dal 1978), appartenga alla schiera dei grandi eclettici,
una qualifica che di solito contrasta con quella di autore.
Basta mettere in fila fra Orsi, Leoni e Oscar i suoi numerosi
premi per capire che siamo di fronte a un maestro la cui filmografia
sembra fatta apposta per scardinare certi assunti. Ovvero che
ogni vero artista sia caratterizzato da una scelta rigorosa
di temi e di stile e dal bisogno quasi fisiologico di alimentarsi
alle proprie fonti culturali. Figuriamoci Ang Lee, che ispirandosi
agli scrittori e ai generi più disparati, si è dimostrato
ogni volta capace di calarsi in epoche e realtà lontane
dalla sua esperienza.
Ora con Lussuria, premiato a Venezia, il cineasta torna alle
origini realizzando una pellicola certamente cinese, ma non
per questo meno in sospetto di maniera. Modelli del film -
basato sull'omonimo racconto della famosa romanziera Zhang
Ailing (pubblicato dalla Bur)- sono infatti da un lato il melodramma
bellico hollywoodiano degli anni '40 e dall'altro il melò erotico
giapponese nella chiave estrema fra sesso e morte di Oshima.
Sull'arco di quattro anni (1938-42), passando da Hong Kong
alla Shanghai occupata dai giapponesi, si consuma la vicenda
dell'attraente Wang, studentessa e filodrammatica incaricata
da un gruppo di resistenti di adescare il potente collaborazionista
Yee trascinandolo in un'imboscata mortale. Ma suo malgrado
sarà la giovane cospiratrice a farsi coinvolgere da
Yee in un incandescente rapporto sessuale.
Raffinato nelle esplicite scene erotiche, curatissimo nell'ambientazione
e nella psicologia, recitato con intensità e senso delle
sfumature dall'inedita Tang Wei e dall'incisivo Tony Leung,
Lussuria è un film di stile impeccabile, anche se non
sempre equilibrato nella struttura: nel senso che sembra di
vedere mescolate due parti distinte che ogni tanto non collimano.
Tuttavia nel raffronto con il testo scritto - una quarantina
di paginette di laconica efficacia che condensano la trama
nelle poche ore del suo scioglimento - si arguisce come Ang
Lee, pur essendosi accostato alla storia con spirito di fedeltà,
si sia impadronito della materia fino a renderla intimamente
propria. Autore, dunque, e non solo talentoso calligrafo.
Alessandra Levantesi
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Il Tempo, 3 gennaio 2008
«Lussuria»,
l'amore
è un vero agguato
Si è fatto ispirare da un romanzo di una scrittrice
cinese, Bileen Chang, morta negli Stati Uniti qualche anno
fa e ci ha dato con «Lussuria», ancora una volta
premiato a Venezia con un Leone d'oro, un film teso, commovente,
tragico, ma anche visualmente sontuoso, che va degnamente ad
aggiungersi ai tanti della sua feconda e fortunata carriera.
In Cina, prima a Hong Kong e poi a Shanghai, durante l'occupazione
giapponese ai tempi della seconda Guerra Mondiale. Degli studenti,
fieri, animosi, ma poco preparati, cercano di organizzare una
sorta di resistenza clandestina per contrastare dei compatrioti
che, asserviti all'invasore, sono diventati dei collaborazionisti
feroci e spietati sullo stesso modello di quelli che, in Europa,
erano le S.S. e i loro tristi adepti. Tra questi, il nemico
n. 1 è un superpoliziotto, anche a capo di truci servizi
segreti, un certo Mr. Yee, che ritengono necessario eliminare:
nell'interesse della causa. Per riuscirci (è perennemente
circondato e protetto da agenti fedelissimi) pensano, ricorrendo
ad uno stratagemma (un'amicizia di copertura con la moglie
di lui) di farlo sedurre da una giovane collega che generosamente
si presta. Alla fine, però, anche se si dice pronta
ad assolvere con ogni mezzo al suo impegno, prova una fortissima
attrazione sessuale per l'uomo che doveva invece circuire.
Furiosamente ricambiata. Lo salva così dall'attentato
che pure aveva concorso a predisporre e, con tutti i suoi,
pagherà con la vita.
Azione, sentimenti, sesso (anche estremo, anche sfrenato),
caratteri forti, un'ambientazione splendidamente rievocata
con immagini — nel privato, e in esterni nel pubblico — affidate
a un realismo spesso sublimato in pittura. Con quel segno che
ha sempre distinto Ang Lee fin dai suoi esordi in Cina e poi
a Hollywood, pronto ad ogni svolta a proporsi come stile: di
qualità affascinanti, specie da un punto di vista figurativo.
La protagonista, Tang Wei, è una esordiente ma, a parte
la sua bellezza, sa imporsi dal principio alla fine con un
fascino dagli accenti, spesso, allusivi e segreti. Anche quando
il suo personaggio si fa travolgere dalla passione. Di fronte
a lei il divo più celebre del cinema asiatico, Tony
Leung, per una volta in vesti negative. Dominate con asciutto
rigore. E quasi con ferocia.
Gian Luigi Rondi
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L'Unità, 21 dicembre 2007
La rivoluzione può attendere
Guardando agli ultimi due film di Ang Lee si ha la curiosa
sensazione che l'autore sino-americano sia attratto da racconti
brevi di scrittrici schive. E' un caso, s'intende, ma prima
ha tradotto in un drammone dagli spazi sconfinati le 50 pagine
di Annie Proulx con Brokeback mountain. Adesso è toccato
alla breve storia condensata in 28 pagine dalla scrittrice
cinese Eileen Chang, scomparsa qualche anno fa (come la Proulx)
nella casa californiana dove aveva deciso di ritirarsi. Lust,
caution (Voglia sfrenata, prudenza), premiata a Venezia come
miglior film, che in Italia esce col titolo ammiccante Lussuria, è una
torrida spy story di due ore e mezza che mostra, ostenta la
geografia anatomica dei due protagonisti laddove Brokeback
era stato reticente, pudibondo. Una lunghezza spropositata
ben governata da Lee, che affresca un periodo sanguinario e
fratricida della storia cinese. Racconta di Wang (l'esordiente
Tang Wai), studentessa universitaria che nel '38 a Shanghai,
durante gli anni dell'occupazione giapponese, si unisce ad
un gruppo di giovani della resistenza ed è designata
per adescare un collaborazionista dal potere crescente, Mr.
Yee (Tony Leang). Il primo tentativo di assassinarlo fallisce,
si riprova una seconda volta alcuni anni dopo. Ma.
Lo sfondo vorrebbe essere quello della citt à più cosmopolita
d'Oriente, dove si balla pericolosamente sul Titanic che sta
per affondare. Wang deve fingersi la moglie di un ricco commerciante
per entrare nel salotto buono dove avvicina prima la moglie
e poi direttamente Mr. Yee, un uomo sempre più oppresso
dal clima terribile di delazioni e stato di polizia. Nel rapporto
molto carnale che instaura con la ragazza, alla quale si avvinghia
come una bestia, cerca la sua via umana e disperata per sopravvivere.
Lee tira la corda per metà film, poi scatena un eros
animalesco che irretisce e conquista Wang. In un doppio-gioco
che ci mostra i due amanti nella condizione di vittime e carnefici
a un tempo. L'esplosione violenta, sadica, poi sempre più dolce,
infine disarmante dei loro istinti confonde le carte, scombussolando
i valori in campo, sparigliando le fazioni dei buoni e dei
cattivi. La Storia intanto entra ed esce dalla narrazione ma
non sembra essere il cruccio principale del regista. Che a
metà del film dimentica volontariamente dove siamo per
tentare di spiegare come i due amanti stanno scavando l'uno
nell'altro.
Nella posizione privilegiata di riuscire a parlare alle due
culture - quella cinese e quella americana – con cui
abbiamo fatto e faremo i conti da qui nel futuro, Ang Lee è un
autore hollywoodiano nel senso migliore: lavora con grandi
mezzi, grandi ambizioni, grande senso dello spettacolo. La
lunghezza della pellicola potrebbe scoraggiare i più pigri,
quelli che per esempio non leggono libri che superano le 200
pagine per principio. Aiuta il fatto che non ci sono calligrafismi
alla Wong Kar Wai (da cui un Tony Leang mai così bastardo è preso
in prestito) né cineserie indigeste e folk. Mentre arricchisce
l'operazione le citazione degli stilemi noir o addirittura
pittoriche, come la scena della fucilazione dei resistenti
che ricalca Goya. Esatta e tagliente la fotografia di Rodrigo
Prieto. Ghiaccio bollente e femme fatale dallo sguardo quasi
adolescenziale, va riconosciuto a Tang Wai la bravura di reggere
il confronto con un attore icona come Tony Leang. Non solo
per le contorsioni sul letto d'amante.
Pasquale Colizzi
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L'Espresso, 27 dicembre
2007
Amore traditore
Siamo al tempo della guerra cino-giapponese, 1937-1945. Nel 1942 l'esercito
dei signori della guerra occupa Shanghai, deciso a trasformare in dominazione
coloniale diretta e univoca il controllo sino allora plurimo esercitato sulla
Cina da varie potenze. A loro si oppongono i comunisti, guida della resistenza
contadina, e i giovani operai o studenti. Un gruppo studentesco che vuole
eliminare un importante collaborazionista (Tony Leung) convince una ragazza
(Tang Wei) a entrare in intimità con il traditore.
Lei se ne innamora, lui s'innamora di lei, i loro abbracci sono rischiosi,
segnati dalla precarietà, incontrollabili come la passione tra l'ufficiale
nazista Dirk Bogarde e la prigioniera del lager Charlotte Rampling nel 'Portiere
di notte' di Liliana Cavani. Le scene di sesso sono le migliori del film,
il primo che Ang Lee giri in Asia dopo dodici anni a Hollywood. L'empito
del desiderio non provoca disordine, ma una geometrica profonda unione dei
corpi. La fame reciproca non suscita movimenti sconnessi, ma una ricerca
dell'altro dolce e potente. Gli ordini brutali dell'uomo, l'obbedienza remissiva
della ragazza, sono un'ardente recita messa in opera per stimolare la passione.
Nessuna variante, acrobazia o esercitazione sessuale. Nessuna freddezza,
nessuno slancio: una assimilazione reciproca forte, immaginabile e desiderabile
forse soltanto dall'ultra cinquantenne che è il regista.
Per il resto, 'Lussuria' è soprattutto un fastoso polpettone d'epoca
tratto da un romanzo di Eileen Cheng, una storia d'amore senza amore.
Lietta Tornabuoni
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