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Uomo dell'anno (L')
L'Uomo dell'annodi Barry Levinson
con Robin Williams, Christopher Walken, Laura Linney, Stati Uniti, 2006
 
La Repubblica, 18 maggio 2007

Una commedia alla Frank Capra ricca di battute, con la verve di Robin Williams

Se il politico più votato è un comico qualunquista

IL "terzo incomodo" o candidato outsider tra il democratico e il repubblicano. I dubbi sollevati dal funzionamento (e dagli interessi coinvolti) del voto elettronico. Infine la figura dell'uomo di spettacolo prestato alla politica. Ce n'è abbastanza per agganciare il film di Barry Levinson L'uomo dell'anno, con Robin Williams, ai reali sfondi recenti e meno recenti della vita americana.
Tom Dobbs è un entertainer famoso che entra nell'agone delle elezioni presidenziali investendo con la forza del suo parlare diretto le regole ingessate dei confronti televisivi, mettendo in piazza gli interessi economici e di lobby che sostengono e rendono dipendenti gli altri due contendenti, e sbugiardando la sostanziale equivalenza dei rispettivi messaggi. E vince a sorpresa le lezioni.
Ma davvero le ha vinte? Eleanor (Laura Linney), addetta della società cui è stata appaltata la gestione del voto elettronico, che pur ammira Dobbs e sarebbe ben felice se il popolo avesse effettivamente premiato la sua semplicità e sincerità, non ne è sicura. Cerca tenacemente e trova il difetto del sistema ma i suoi capi (uno è Jeff Goldblum) la trattano da pazza e la mettono fuori. Non le resta che tentare di avvicinare il presidente designato. Operazione che, grazie all'apparato molto informale di cui Dobbs si circonda (numero uno il suo manager, Christopher Walken), non solo sarà facile ma porterà perfino a una reciproca tenerezza. I dubbi di Eleanor sono alle stelle: tacere di un'irregolarità che ha però prodotto un esito buono e giusto, oppure denunciarla perdendo così quello che sarebbe sicuramente un buon leader? Scioglierà la riserva l'onesto Dobbs, il solo che continuerà a crederle nel discredito generale in cui la donna è stata trascinata non senza aver subito concrete minacce fisiche. Non è difficile immaginare come e con quale rilevanza mediatica.
L'apparenza iniziale di un film alla Sidney Pollack (I tre giorni del Condor) inganna, perché si fa presto a capire che è invece un film della scuola Frank Capra. Arciricco di battute e perle di dialogo cui l'accurato doppiaggio del protagonista mantiene ritmo e verve. Tipo: "I politici sono come i pannolini. Bisogna cambiarli spesso e per lo stesso motivo". Abile mélange di schiettezza e qualunquismo.

Paolo D’Agostini
 
Il Tempo, 11 maggio 2007
Farsi eleggere negli States diventa una barzelletta

Barry Levinson, che ebbe un Oscar per «Rain Man», da qualche tempo si è dato al cinema politico («Good Morning Vietnam», «Sesso e potere»). Oggi prosegue su questa strada, però sul versante comico: il suo protagonista, infatti è un attore comico di professione, tale Tom Dobbs, che miete da anni successi clamorosi in spettacoli televisivi di intrattenimento. La sua fama e il suo seguito sono così vistosi che un giorno, quasi continuando a scherzare, si candida alla presidenza degli Stati Uniti. Presto, nonostante contro di lui abbia due avversari qualificati, un democratico e un repubblicano, arriva quasi in vetta, da ultimo, tra lo stupore di molti, piazzandosi in testa. Ecco così Tom Dobbs, dopo una campagna elettorale sempre a mezza strada tra la comicità e il buon senso spicciolo, salutato con tutti gli onori, Presidente designato degli Stati Uniti: in attesa della cerimonia di insediamento. In quel lasso di tempo, però, si fa avanti una circostanza suscettibile di mandare tutto all’aria. Per la prima volta il computo dei voti se l’è assunto una grande società che, per farvi fronte, si è servita dell’elettronica ed ecco che una sua onesta e zelante impiegata si accorge che il meccanismo non era a prova di errore e Tom Dobbs, così, non potrebbe considerarsi legittimamente eletto. Naturalmente, per prima cosa, la sua scoperta mette in allarme i dirigenti di quella società, pronti a ricorrere a tutto pur di farla tacere e, d’altro canto, il gruppo di diretti sostenitori di Tom Dobbs sarebbe dell’opinione di lasciare le cose come stanno. Alla donna, così, non resterà che andare a dir tutto al Presidente designato. Deciderà lui... All’inizio il giochino è divertente, anche perché consente a Barry Levinson di indagare, questa volta in cifre di satira, tra i meandri del potere americano, poi, quando si scivola nel «giallo», con i cinici da una parte e i «cattivi» dall’altra che vogliono bloccare quella rivelazione sgradita, il racconto, anziché procedere spedito, si sfilaccia, prima di arrivare alla soluzione del pasticcio esita fra i vari toni ed anche un po’ tra i generi, dimenticando quasi le iniziali intenzioni comiche. Così, se si segue, lo si deve soprattutto all’interpretazione di Robin Williams specialmente quando, con barzellette e giochi di parole, riesce a suscitare risate allegre. Gli fanno da spalla Laura Linney, la donna decisa a far trionfare la verità, Christopher Walker, il suo agente, Jeff Goldblum, alla testa dei «cattivi». Tutti efficaci.

Gian Luigi Rondi
© Sipario 2011