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Lunga
giornata verso la notte
di Eugene O'Neill
traduzione di Masolino D'amico
con Remo Girone, Annamaria Guarnieri,
Luca Lazzareschi e Daniele Salvo
scene di Gianni Carluccio
costumi di Nanà Cecchi
musiche di Antonio Di Pofi
regia di Piero Maccarinelli
Roma, Teatro Eliseo, dal 16 ottobre al 4 novembre 2007
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www.Sipario.it,
1 febbraio 2008
La lunga giornata verso la notte di Eugene O’Neill è una
sorta di metronomo del dolore che nell’arco di una
giornata scandisce la crisi della famiglia Tyrone. Interno
borghese, di fronte madre, padre e due figli: sullo sfondo
quattro diversi fallimenti esistenziali: questa in estrema
sintesi il nucleo della lunga e verbosa pièce messa
in scena dal regista Piero Maccarinelli con Remo Girone,
Anna Maria Guarnieri, Luca Lazzareschi e Daniele Salvo.
La lunga giornata verso la notte è uno spettacolo
contraddittorio. Gli attori mostrano un’apprezzabile
unità recitativa che utilizza tutti i canoni della
grammatica accademica, la regia di Maccarinelli è corretta,
chiara nel suo rispetto assoluto del testo, nello sforzo
di delineare con essenziale semplicità i meccanismi
di scontro e crisi che muovono i quattro personaggi in
un continuo e feroce procedere verso l’abisso del
dolore. Malgrado ciò la messinscena si dimostra
faticosa, ridondante nell’accumulo di dolore e angoscia,
unica soluzione praticabile per un disagio borghese palese
fin dalle prime battute. Tutto si svolge nell’arco
di una giornata. A confrontarsi sono James Tyrone (Remo
Girone), vecchio attore di teatro – si scoprirà nel
procedere dell’azione – che ha vissuto errabondo,
sacrificando al successo ormai passato moglie e figli,
costringendo tutti ad un’austerità di vita
di cui è incolpato dai figli e dalla moglie. La
consorte Mary (Anna Maria Guarnieri) nasconde un segreto
che si svela quasi subito: è una morfinomane, nella
droga ha consumato la sua vita, gli affetti e alla fine
l’esito è quello di un delirio in abito nuziale,
anelito ultimo di una consolazione nella fede che sa di
rifugio fanciullesco.
I due figli risentono degli squilibri di mamma e papà.
Il più grande Jamie (Luca Lazzareschi) fa l’attore, è uno
sbruffone che si consuma fra alcool e puttane e nutre una
certa invidia nei confronti di Edmund (Daniele Salvo),
il piccolo di casa, malato di tubercolosi, colui che fa
scatenare in fondo il senso di quella Lunga giornata verso
la notte.
Il testo di O’Neill risente della natura eclettica
di tutta la drammaturgia statunitense, contiene un po’ di
tutto: c’è il dramma naturalista, ci sono
riferimenti a Ibsen e Strindberg – ovvero alla crisi
del nucleo familiare -, c’è l’incombere
di una tragedia che ha alla sua origine l’egoismo
del capo famiglia. In questo mix drammaturgico l’esito
per un regista come Piero Maccarinelli è quello
di mettere in fila la storia, di raccontarla senza troppe
forzature, tutt’al più cercando di sforbiciare
qua e là l’eccesso verboso di quel contrasto
che si vorrebbe titanico ed invece è un po’ naïf
e basta.
Remo Girone colora col tono caldo della sua voce l’egoistica
tranquillità e cecità del protagonista, Anna
Maria Guarnieri è invece una Mary che alterna momenti
di apparente lucidità e amore materno al delirio
finale in abito nuziale, in un procedere recitativo che
usa tutti i gesti, i toni della sintassi attorale. Luca
Lazzareschi e Daniele Salvo non sfigurano al confronto
dei due protagonisti, sanno essere corretti e precisi nel
delineare la disperazione di due giovinezze destinate al
baratro dell’esistenza. In La lunga giornata verso
la notte Maccarinelli ha confezionato uno spettacolo corretto,
ma che nell’anteprima del Bellini, non va oltre la
correttezza, non emoziona, anzi a volte rischia la monotonia,
pur nel ben dosato equilibrio di tutte le sue parti: recitative,
sceniche e registiche.
Nicola Arrigoni
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Avanti,
28 ottobre 2007
Scheletri di famiglia
Remo Girone e Annamaria Guarnieri sono stati protagonisti
in questi giorni del dramma di Eugene O' Neill "Lunga
giornata verso la notte", un testo di forte impegno
che ha inaugurato la stagione del Teatro Eliseo di Roma.
L'autore, premio Nobel nel 1936, volle che questo testo
autobiografico scritto nel 1941 venisse messo in scena
solo a venticinque anni dalla sua morte. Il regista Piero
Maccarinelli che ne ha curato la regia, ponendo da parte
il naturalismo della vicenda per esaltarne invece il realismo,
ha fatto sì che la storia cominciasse quasi in un
chiarore solare, per poi evidenziare nello scorrere del
tempo i tormenti e le lacerazioni dei singoli protagonisti
d'una famiglia in disfacimento, fino al sopraggiungere
delle tenebre. I temi che l'autore qui affronta sono ancora
oggi forti e sconvolgenti, rappresentando di per se stessi
la crisi dell'epoca in cui viviamo. L'ambizione e la sete
di denaro si raffrontano, entrando in crisi con l'affetto,
i sentimenti, i legami di sangue. Va detto che Remo Girone
ha ben centrato la figura del padre, ponendo nella sua
interpretazione tutte quelle stizze e quelle avversità di
un uomo insoddisfatto della propria carriera come della
sua famiglia e Annamaria Guarnieri, un'attrice ricca di
gestualità che ha lasciato trasparire a pieno i
suoi più riposti stati d'animo. Il ruolo dei figli
viene ricoperto in maniera egregia da Luca Lazzareschi
e Daniele Salvo. Due giovani attori che ben completano
con la loro professionalità il cast artistico. Che
questo sia un dramma autobiografico di Eugene 'O Neill, è più che
noto. La fa miglia Tyrone, altri non è che la famiglia
O' Neill. Il padre dello scrittore, proprio come James
Tyrone era americano di origine irlandese. Fu attore d'una
certa notorietà, dapprima impegnato nel repertorio
shakespeariano, per poi tradirlo con i più facili
successi della così detta commedia di cassetta.
Si sa pure che la madre di O' Neill, Ella Quinlan, era
morfinomane come la Mary Tyrone del dramma, e che suo fratello
maggiore fu anche lui attore come James Tyrone junior.
Non ci vuole poi molto ad identificare nel figlio minore
Edmund, lo scrittore stesso, là dove si apprende
che il ragazzo ama il mare, i porti di mare e quel vento
di mare che schiaffeggia il viso e penetra nelle ossa.
Quando il testo del suo lavoro teatrale fu stampato, O'
Neill dichiarò a sua moglie di aver scritto questo
dramma "con lacrime e sangue". Nel raccontarne
la storia egli aveva in certo qual modo aperto l'armadio
dov'erano racchiusi gli scheletri di famiglia. James Tyrone,
il protagonista, è ricco ma avaro come lo è un
avaro della più classica commedia. Per avarizia
affidò la moglie nelle mani di un medicastro, quando
stava per dare alla luce Edmund. Soffriva molto: le dettero
la morfina e da qui le prese il vizio. Quando il dramma
comincia, Mary Tyrone è da poco tornata a casa da
una clinica per disintossicati. Sempre per avarizia, il
vecchio attore aveva intanto persuaso il figlio maggiore
a non impegnarsi troppo, sbarcando il lunario in una compagnia
teatrale di second'ordine, facendo altresì di lui
uno scontento e peggio ancora un fallito e un alcolizzato.
Quanto a Edmund probabilmente egli sarebbe guarito dal
male che prese a insidiare i suoi polmoni, se solo fosse
stato affidato a più bravi medici. Ma il vecchio
non faceva che ripetere all'ossesso che non poteva permettersi
il lusso di clinici e cliniche di lusso. Ci si accorge
qui però che il racconto come il dramma dei Tyrone,
rischia di venire scambiato per un dramma naturalista,
ma c'è da fare attenzione al fatto che l'avarizia
di James Tyrone è solo una delle serpi che formano
quel groviglio di vipere in cui i quattro componenti la
famiglia si spiano l'un l'altro, e l'uno attraverso parole
dell'altro, ne evidenzia l'orrore e la condanna. Le altre
serpi sono la morfina, di cui la madre sarà di nuovo
preda; l'alcool di cui sono soggiogati i tre maschi; la
tubercolosi che cova nei polmoni di Edmund. La famiglia
Tyrone trascorre così la lunga giornata di un caldo
agosto del 1912 nella sua dimora di campagna del Connecticut,
stando in attesa del parere del medico e nello spavento
che la madre sia stata ripresa dal vizio. Il peggio accade
tra interminabili scene di reciproche, spietate accuse,
di improvvisi sviscerati perdoni reciproci, di nuove esplosioni
di ira, e quindi di rinnovata pietà, di parole estreme
di odio e di amore, mentre il livello inevitabilmente cala
nelle bottiglie di whisky. Il diagramma di quest'opera
resta complesso: alla linea ondeggiante che rappresenta
il va e vieni di rancore e di affetto, un'altra se ne intreccia,
che rappresenta il continuo allontanarsi e alienarsi dei
personaggi, specialmente la madre, che fugge dalla sordida
realtà per rifugiarsi in un passato ideale o caparbiamente
idealizzato.
Renato Ribaud
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Il
Manifesto, 4 novembre 2007
Come una bevuta andata a male
La «Lunga giornata verso la notte» di una vera
famiglia americana
Testo mitico e un po' maledetto, Lunga giornata verso
la notte fu quasi lo psicanalitico testamento del suo autore
Eugene O'Neill, scritto all'inizio della seconda guerra
mondiale poco dopo aver vinto il Nobel nel 1936. Solo nel
'56 andò in scena, subito dopo la sua morte, anche
se l'autore avrebbe voluto che passassero 25 anni. Forse
perché quello storia lo riguardava direttamente,
disperante fotografia della propria famiglia, teatranti
alcolisti e drogati. In Italia se ne ricordano poche edizioni,
ma si è vista quella, folgorante nella sua oscurità chilometrica,
di Ingmar Bergman, meravigliosa e sporca, cavernosa eppure
lineare. È il contrario esatto la versione che all'Eliseo
(fino all'11, poi in tournée) porta ora Piero Maccarinelli,
sua ennesima regia di quest'anno ipertrofico, e solo alla
vigilia, dopodomani, di quella che dovrebbe essere la sua
più impegnativa, Ritter Dene Voss.
Prodotta da Teatro e Società, Lunga giornata verso
la notte è una sorta di carrellata, aristotelicamente
unitaria per tema tempo e luogo, su una famiglia Usa che
somiglia tanto a quella del suo autore. Il padre è un
popolare vecchio attore, rincoglionito dentro il proprio
successo; sua moglie, ansiosa madre, è preda della
morfina; il figlio maggiore è attore anch'egli,
già perso dietro all'alcool e al gioco e il figlio
minore, intellettuale di belle speranze è minato
dalla tbc, ove O'Neill adombra se stesso.
Una vera famiglia americana, ritratta da un grande drammaturgo
come un losco affresco spettacolare, in cui le ipocrisie
e i luoghi comuni fanno trasparire la disperazione e il
dolore veri, impossibili da cancellare. Un grumo sempre
più sanguinolento tanto più cerca di essere
glamour. La regia di Maccarinelli, per scelta o costrizione,
lascia gli attori a se stessi, così che ognuno infila
la propria strada, e la propria lettura. Forse consapevole,
il regista, di avere in palcoscenico quattro attori bravissimi,
tutti, si concentra solo sul resto, forse esagerando. La
casa (disegnata da Giovanni Carluccio) è quasi un
modello di modernismo; i costumi di Nanà Cecchi,
cambiati in continuazione nonostante il pugno di ore in
cui si svolge l'azione, sembrano usciti dal Grande Gatsby.
A restituirci la grandezza torbida di O'Neill restano solo
gli attori. Che non è poco ovviamente, ma non può essere
tutto. Remo Girone suscita perfino affetto in quel padre
incapace e vanesio; Anna Maria Guarnieri gioca tutte le
sfumature di una carriera grandiosa; Luca Lazzareschi e
Daniele Salvo, sobri in tutti i sensi meno che in quello
alcolico, fanno un bel duello di sensibilità. Lo
spettatore sente in bocca il sapore di una bevuta andata
a male.
Gianfranco Capitta
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Avvenire,
30 ottobre 2007
Nella «Lunga giornata» di
O'Neill Girone e Guarnieri genitori accerchiati
Il Novecento ha partorito un vero, grande tragediografo:
Eugene O'Neill. Si offre ora l'occasione di ribadire (o
contestare) il giudizio, con la riproposizione, all'Eliseo
di Roma, di Lunga giornata verso la notte, l'opera che
riepiloga la tematica di tutta la sua produzione calandola
nell'inferno autobiografico della famiglia. I quattro atti
della Lunga giornata, che nell'originale suonano come «lungo
viaggio del giorno verso la notte», sono appunto
un cammino di passione dei coniugi Tyrone e dei loro due
figli, ricalcati sulla vera famiglia di O'Neill, collocati
in un tempo e luogo precisi della loro esistenza, con l'intento
suo di farne il paradigma di un rapporto malsano, condito
di rancori, alcol e morfina. Appunto Eugene vi raffigura
la 'sua' verità identificandosi nel figlio Edmund,
raffigurando gli altri, con lampi di ironia, nell'ottica
di un atto d'accusa per il male e il dolore sofferti anche
dopo aver intrapreso l'avventura di scrittore. Il nucleo
tragico di questo cammino fra la mattina e la notte di
un giorno, che trasfigura il caso personale, è però nell'incapacità e
nella non volontà di recidere comunque il legame
familiare di antico ceppo irlandese. Per continuare dopo
tutto a vivere stendendo sul male un velo di pietà. È la
'catarsi' che O'Neill aveva appreso dai tragici greci e
dagli elisabettiani. Nel cast eccellente composto da Remo
Girone e Anna Maria Guarnieri per gli anziani, e da Daniele
Salvo e Luca Lazzareschi per i figli, nell'amalgama ben
concertata dalla regia di Piero Maccarinelli, che lascia
sottotono l'ironia, la Guarnieri si ritaglia una prestazione
maiuscola nel grido di disperata solitudine fino all'afasia,
o nella rarefazione poetica del finale.
Toni Colotta
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La
Stampa,
21 ottobre 2007
La Guarnieri nel lungo viaggio
verso la follia
L'attrice a Roma interprete di O'Neill. Con lei, nel dramma
di una famiglia, un solido Giron
Possiamo tranquillamente definirla angoscia. E' la stretta
che afferra lo spettatore via via che procedono i quattro
atti di Lunga giornata verso la notte, dramma complesso
e quasi insondabile che Eugene O'Neill scrisse nel 1940,
in un periodo per lui frenetico, nel quale, leggiamo nel
suo diario, progettava 'di scrivere cinque lavori, poi
sette, poi otto, poi nove, e ora undici! Non vivrò mai
tanto da arrivarci'. Ed è il dramma più scopertamente
autobiografico, così legato alle radici dello scrittore
da indurlo a vietarne la pubblicazione e la rappresentazione
finché lui fosse stato in vita. Evidentemente non
bastava attribuire le vicende della Lunga giornata all'ipotetica
famiglia Tyrone per annullare le storture e le 'vecchie
pene': gli O'Neill restavano graniticamente sullo sfondo,
visibili anche ai distratti.
Il fosforo di un simile calco torna a brillare ogni volta
che il dramma va in scena. Anche in quest'ultima edizione,
Al teatro Eliseo fino al 4 novembre con la regia di Piero
Maccarinelli e nella nuova, sensibilissima traduzione di
Masolino d'Amico, l'opera va incontro allo spettatore con
tutto il suo carico di conflitti irrisolti, con il peso
di un ménage segnato da avarizia, fede religiosa,
malattia fisica e mentale, alcol, morfina. La casa di campagna
dei Tyrone è il luogo in cui convergono tutte le
tensioni fra un padre attore mediocre, una madre fluttuante
in un mondo immateriale e i due figli: uno, attore a sua
volta, ma disoccupato cronico; l'altro, tisico, mosso da
velleità letterarie. Tutti costoro vanno alla ricerca
di una motivazione, e sono quasi convinti del valore della
'crisi', dell'importanza di arrivare al cuore del notte
per riuscire a scorgere il brillare di una luce. Tuttavia è il
tema del fallimento ciò che emerge dallo squallore
delle piccole abiezioni quotidiane, in un crocevia terribile
nel quale 'la bellezza del passato' non fa che esasperare
la miseria del presente.
O'Neill conduce il gioco con maestria suprema, percorrendo
il doppio binario dell'analista e del teatrante. Quest'ultimo
si preoccupa di fornire ai propri attori solide occasioni
interpretative, a ciascuno assegna il proprio momento.
Il quart'atto, per esempio, sembra obbedire a questo principio,
con i lunghi monologhi che, a turno, il vecchio Tyrone,
sua moglie Mary, i figli Edmund e Jamie snocciolano nel
tentativo di tirar via 'il maledetto velo' che copre l'immagine
delle cose.
Nel salotto disegnato da Gianni Carluccio e che pare ricalcato
- in grigio - su un dipinto di Mondrian, Maccarinelli cerca
innanzi tutto di comprimere la vicenda della Lunga notte
in una durata accettabile. Elimina il personaggio della
domestica, sfronda dove può, ma, pur con tutta la
buona volontà, non riesce ad evitare le tre ore
con intervallo. Dopo di che, quasi nascondendosi e preoccupandosi
di garantire la correttezza del racconto scenico, affida
la materia a un eccellente quartetto d'attori: Remo Girone,
solido e plausibile nel tratteggiare la figura quasi contadinesca
del capofamiglia; Luca Lazzareschi e Daniele Salvo, davvero
molto bravi nella parte dei figli; Annamaria Guarnieri,
nel ruolo complesso di Mary. Alla recita cui abbiamo assistito
la Guarnieri era un po' sottotono, tuttavia con i suoi
fremiti, le sue nevrotiche spezzature di gesto e di voce,
restava straordinaria nell'incarnare il lungo viaggio di
una donna verso la follia.
Osvaldo Guerrieri
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Il
Messaggero,
20 ottobre 2007
Il dramma di O'Neill
in scena all'Eliseo, regia di Maccarinelli
con Guarnieri e Girone
Un "Lungo viaggio"
di amore disperato
Sta vivendo, il nostro Teatro, una stagione particolare:
da una parte riscopre i "drammoni", spesso grandi
testi, due o tre atti, vere e proprie saghe di impatto
estetico e morale; dall'altra, ritrova l'impegno civile,
la vocazione alla denuncia. In entrambi i casi, la gente
ci sta. Spettatori abituati all'estrema rapidità televisiva,
viziati da un cinema troppe volte ridotto a una concatenazione
di spot, li ritroviamo, pazientissimi (anzi, coinvolti)
davanti a un palcoscenico che fa fluire davanti a loro
storie emblematiche, problemi universali, scontri tra figure-simbolo;
oppure, con uguale efficacia, la vita minimale, il giorno
per giorno capace di diventare Storia.
Mentre le Tre sorelle di Cechov sono ancora in scena all'Argentina,
ecco, all'Eliseo, l'opera più dolorosa e forte di
Eugene O'Neill, Lungo viaggio verso la Notte , scritto
fra il 1939 e il 1941 e messo in scena solo nel 1956. Uno
spettacolo da non perdere. Piero Maccarinelli, il regista,
si avvale della traduzione felice di Masolino D'Amico,
qui particolarmente giusta e partecipe della materia originale,
sempre emotiva, acuta e dolce nella scelta di termini a
volte aulici, a volte desueti, per rendere al meglio in
italiano i modi, i climi e la disfatta della famiglia Tyrone.
Si sa che O'Neill versa in questo dramma una confessione
e un'analisi: i Tyrone rappresentano il complicato nucleo
dal quale egli stesso proviene. Il padre, attore di successo
ormai in pensione, ha esasperato negli anni l'avarizia
che gli viene da un'infanzia infelice, ai limiti dell'indigenza.
La madre è una povera donna vibratile e scossa:
a causa di un'infermità curata con la morfina, non
riesce più a liberarsi dalla schiavitù della
droga. Dei due figli, Jamie e Edmund, il primo ha forzatamente
seguito le orme paterne, ma recita senza talento e senza
voglia; il secondo, fragile come colei che lo ha partorito
(il drammaturgo descrive se stesso in questo personaggio),
si ritrova tisico dopo un brano di vita avventurosa speso
sulle navi come marinaio, alla ricerca di un irraggiungibile
equilibrio. Quattro figure simbolo. Le unisce uno sfrenato
amore reciproco, tanto più crudele quanto più contrastato.
Rivendicazioni, accuse, frustrazioni mai sublimate diventano
arma di distruzione e insieme collante di una copresenza
terribile, ma "necessaria". Fino all'epilogo,
che sancisce la simbiosi del tragico gruppo come ineluttabile.
Maccarinelli non forza nulla e nessuno. Accetta, anzi esalta,
una drammaturgia d'attore che richiede agli interpreti
sforzi fisici e mentali quasi irripetibili. Remo Girone
(il capofamiglia), Anna Maria Guarnieri (la morfinomane),
Luca Lazzareschi (Jamie) e Daniele Salvo (Edmund) lo ripagano
rendendo credibile una materia che continua a valere, e
a "mordere", proprio grazie a questo stile e
a questa abnegazione. All'Eliseo fino al 4 novembre.
Rita Sala
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