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Lunga giornata verso la notte
di Eugene O'Neill
Corriere Lombardo, 17 ottobre 1956

Ieri sera, al Piccolo Teatro, Compagnia di Renzo Ricci ed Eva Magni: Lunga giornata verso la notte, opera postuma e confessione autobiografica di Eugene O’Neill rappresentata per disposizione testamentaria solo dopo la sua morte e a quindici anni dacché fu scritta.
Ecco un esempio rispettabile, e voluminoso, che non è vero che, in letteratura, i famigerati generi non esistano. Non si tratterà di argomenti, ma i modi del sentimento, le prospettive della memoria, gli atteggiamenti morali onde uno scrittore si pone di fronte alla sua materia poetica, e quanto più si tratta di scrittori autentici, tendono naturalmente a condizionare la propria forma. Solo a prezzo di forzature, squilibri, compromessi: in ultima analisi a scapito del risultato artistico – il solo che conta – possono venir per così dire trasferite in meno adatto domicilio.
Sia pure affetta da una sorta di elefantiasi espressiva, come al solito, Lunga giornata verso la notte ci si presenta quale una commedia, coi dialoghi, le scene, la struttura, la progressione del più abituale, sperimentato e tradizionale teatro; scevra da quella ricerca, sperimentazione ed eccentricità tecnica inguaribile che fu la spia più sconcertante del sostanziale dilettantismo di O’Neill lasciata in eredità al teatro americano. Una volta tanto, egli ci appare anche completamente sincero ed estraneo alle culturalistiche e intellettualistiche assimilazioni che, a poca distanza di anni, hanno deposto rughe incancellabili su quasi tutto il suo sterminato repertorio. Di tutto ciò prendiamo atto molto volentieri.
E tuttavia, si tratta di una commedia truccata. In realtà, ieri sera abbiamo assistito a un diario intimo faticosamente costretto nelle vesti di un dramma. Dio sa se il sottoscritto è un tipo da formalizzarsi, eppure sarebbe impossibile non ammettere che, per quanto estesi si vogliono tenere, oltre certi limiti non si può far violenza alle esigenze della scena.  Quattro ore di rappresentazione ad onta dei generosissimi e acconci tagli – O’Neill si può tagliare come il burro – dove non succede niente di niente; e, dalla ribalta, non fa che rovesciarsi sulla platea, il fiume in piena, torbido, tumultuoso e limaccioso di un interminabile monologo interiore, con confessioni sopra confessioni, devono venir ammirate come atletico esercizio di bravura, ma non riescono a convincere come opera drammatica.
L’analisi, che è lo sconfinato regno della pagina, non può impunemente invadere il palcoscenico senza minimamente tener conto di esser penetrata nell’incontrastato dominio della sintesi. Né va trascurato l’inconveniente che il teatro, con la sua spietata facoltà di evidenziare e rendere plastica ogni cosa non giova alla discrezione, ai pudori, ai rossori dell’anima e alle vergogne del pensiero, connaturati, per non dire essi medesimi prezioso strumento espressivo dell’intima ricerca del tempo perduto, resuscitato lungo il filo della memoria di un’opera a chiave come è questa. Ne risulta un impercettibile ma fastidioso senso di ostentazione quasi di compiacimento, sicuramente estraneo alle intenzioni dell’autore nel momento in cui si accinse ad indagare, a definire ed a fissare nei moduli dell’arte le angosciose esperienze umane della sua formazione di uomo e di poeta.
Che l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza di O’Neill, tipica figura di americano fattosi dal nulla e tutto da sé, non siano state felici, era cosa nota. La sua ascesa fino alle cime di uno dei più clamorosi successi e delle fortune più perentorie che la storia del teatro conosca, è alle origini, seminata di tappe aspre e sanguinose: miseria, malattie, incomprensione, vagabondaggi, umilianti e più umilianti mestieri.
Ma, evidentemente, tutto ciò è stato ancora il meno: le ferite più fonde, insanabili e traumatizzanti gli vennero dalla famiglia, da una casa che non era una casa, dai tarli segreti che gli passarono nel sangue dopo aver minato corpo e anima dei suoi ascendenti, dal contatto coi genitori, dai rapporti col fratello, dalla esistenza irregolare e scombinata di tutti loro, egli medesimo non escluso. State attenti, nella commedia, a Edmund: è lui.
Il complesso che mantiene nell’angoscia Edmund e gli altri componenti della famiglia: il padre, la madre e il fratello maggiore consiste nel nodo di serpi di un sotterraneo conflitto amore-odio, ben noto alla moderna psicologia dell’inconscio. Mescolato – tanto da formare un sentimento mobile, volubile, autonomo e indefinibile continuamente in ebollizione – all’affetto, alla sollecitudine alla pietà che li lega l’uno all’altro, esiste un sottaciuto e perpetuo astio per non dire odio; dove il risentimento, l’invidia, la malevolenza, la estraneità, l’insofferenza intrecciano un indissolubile nodo di serpi. La conseguenza, è, per ognuno, uno stato di provvisorietà intollerabile, alimentata da un diffuso senso di colpa e di rimorso che cercano il loro superamento in una serie di “atti sbagliati”, e tentano l’evasione in squallidi paradisi artificiali, comunque inseguiti, anche solo per breve tempo e si rivelano peggiori dell’inferno al quale vogliono sfuggire.
La vicenda se così si può chiamare il loro alterno affrontarsi bilanciando momenti di tenerezza rimordente a non calcolate e non volute cattiverie dell’animo, è collocata nell’estate del 1912, dalla mattina alla sera di un giorno qualunque, esemplare come ogni altro della loro esistenza comune. È il giorno in cui i medici dichiarano Edmund – cioè O’Neill – tubercolotico e si impone la decisione di ricoverarlo in un sanatorio. Niente altro, – se si accetta una spropositata quantità di whisky ingerita per sfuggire ai cattivi pensieri.
Ciò che resta nel ricordo di questo cupo diario familiare sceneggiato, sono quattro potenti ritratti: quattro figure con caratteri e abitudini comuni alla superficie, e diversissime nel segreto mistero della profondità dell’animo. Quattro infelici impastati di bene e di male come qualsiasi creatura umana.
Tyrone, il padre, attore di second’ordine, ossessionato da un curioso sentimento tutto materiale ed estensivo della proprietà che gli fa acquistare, accavallando ipoteche, ogni pezzo di terra che gli venga offerto, anche il meno conveniente; mentre obbliga tutti a vivere nel disordine e nella mezza indigenza di una casa senza intimità e senza calore, e che comunque, serve solo per i pochi mesi estivi, quando il lavoro non li costringe, lui, la moglie e il primogenito, pure attore, a trascinare la provvisoria e instabile vita delle camere d’albergo. La sua è un’avarizia complessa, sottoposta a sommovimenti e inquietudini varie.
Mary, la madre, la figura artisticamente meglio riuscita della commedia per l’arcano mistero che la esclude dalla vita di ogni giorno respingendola sempre più lontano nel passato, o per la discrezione con cui si rivela, è un essere delicato, mite, gentile, vulnerabile e inquieto con punte di aggressività improvvisa; che sfugge la realtà, coi suoi dolori e le sue responsabilità, rifugiandosi nelle illusorie beatitudini della morfina, dove fantastica, di sé, favole remote quali avrebbe sognato e non realizzò. Un angelo caduto – come del resto, in parte, gli altri – con nostalgia dal cielo.
James il fratello maggiore ha bloccato il suo consapevole fallimento di uomo e di artista nella scostante armatura di un cinismo schernitore esaltato dall’alcol, e tuttavia insufficiente a nascondere, al momento giusto, l’invidia che prova per il fratello pur teneramente amato.
Edmund, infine, isola sé stesso in una sorta di perpetua attesa, incapace di uscire dall’inerzia ma balenante di una febbrile sensibilità che lo accosta all’arte e alla poesia, e gli fa anelare avventurose evasioni sui mari sgombri, in faccia agli sterminati orizzonti; il tutto coinvolto in un panteismo programmatico, generico ed effusivo. È, il loro, un mondo buio, attraversato senza un filo di luce; popolato di morfina, di alcol, di cinismo, di tubercolosi; sotto la cappa di piombo di quella sorta di pessimismo generoso tipico di O’Neill; dal quale si effonde un dolore fatale, pesante, cupo, irrimediabile e pensieroso, scrutato al microscopio con un’insistenza e un accanimento che rasentano il masochismo. Nero su nero.

Elemento non trascurabile della tesa attenzione e del vivo successo decretati dal pubblico allo spettacolo, è stata la intelligentissima e penetrante regia – non eslcusi, in essa, i capaci e opportunissimi tagli operati nel copione – di Renzo Ricci, il quale, non ha sprecato una sola occasione, sempre lavorando sull’umanità dei personaggi, per attribuire animazione, varietà e ritmo teatrale, al dialogo. Quale interprete, è stato di un ammirevole verità, carico di rassegnata malinconia e percorso da subitanee accensioni di fugace protesta; esemplare, per la nervosa e mutevole schiettezza e la originalità degli accenti, Giancarlo Sbragia: compresso da mal trattenuta violenza Glauco Mauri; efficace la signorina Nogara e di grande suggestione la scenografia di Luciano Damiani. Ma, ancora una volta, dobbiamo esprimere la nostra predilezione ad Eva Magni per la genialità e la ricchezza delle intuizioni psicologiche. Quante, anche tra le primissime nostre attrici, possono vantare la fiamma al calor bianco che arde nell’animo di questa piccola fragile donna dalla tempra d’acciaio?
   
© Sipario 2011