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Ultimo Inquisitore (L')
L'Ultimo Inquisitoredi Milos Forman, con Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Skarsgard, Spagna, 2006.
 
L'Unità, 13 aprile 2007
Sulla Spagna e Goya: ha qualche difetto, ma il regista sa inquadrare la follia del potere tra torture degli ecclesiastici e, poi, ghigliottine rivoluzionarie

«L'ultimo inquisitore» di Forman pare Stalin, ma la libertà napoleonica non è tanto meglio

Il nuovo film di Milos Forman, L'ultimo inquisitore/Goya's Ghosts, non è il più bello nella carriera del grande regista cecoslovacco vincitore di Oscar per Qualcuno volò sul nido del cuculo e per Amadeus; e non regge il confronto, per freschezza e originalità, con il precedente Man on the Moon, sul comico tv Andy Kaufman. Nondimeno è un film importante, per il momento in cui esce e per il complesso della carriera di Forman, che a 75 anni sembra voler fare un bilancio della propria full-immersion nella storia del '900 usando Goya e la Santa Inquisizione come «grande metafora». Forman ha visto i propri genitori morire ad Auschwitz, è cresciuto nella Cecoslovacchia comunista, ha vissuto la grande illusione della Primavera di Praga e dopo l'arrivo dei carrarmati sovietici è fuggito negli Usa, diventando uno dei registi più importanti degli anni '70. Da sempre lavora su due temi: la follia come ribellione al sistema, il rapporto fra l'artista e il potere. Nell'Ultimo inquisitore li colloca nella Spagna a cavallo tra '700 e '800, dagli anni bui dell'Inquisizione alla «libertà» portata dai francesi a suon di baionette e ghigliottine. Già Bunuel aveva citato Goya ricostruendo, nel Fantasma della libertà, il famoso quadro dei patrioti spagnoli che gridano «abbasso la libertà» di fronte al fuoco dei plotoni d'esecuzione francesi. Qui, Forman mette in scena il grande pittore (l'attore svedese Stellan Skarsgard) impegnato a salvare dall'Inquisizione una sua giovane modella, Ines (Natalie Portman), arrestata solo perché l'inquisitore Frate Lorenzo (Javier Bardem) è invaghito di lei. Mentre Goya scende a compromessi per avere notizie della ragazza, Lorenzo diventa il vero protagonista: caduto in disgrazia all'interno della chiesa, emigra in Francia, legge Voltaire e diventa «illuminista»; e quando torna in Spagna al seguito di Napoleone,sarà il primo a mandare sulla ghigliottina gli ex confratelli. Salvo fare una brutta fine quando gli inglesi di Wellington restaurano in Spagna la monarchia: in quegli anni la storia faceva molte giravolte...
È un momentaccio per la chiesa, al cinema: da Olmi a Forman tutti sembrano avercela con lei. Ma l'ex cecoslovacco non si limita a denunciare i folli metodi dell'Inquisizione: li usa come metafora dello stalinismo e quindi, nel momento in cui i francesi distruggono in modo violento la dittatura, si interroga su quel che succede quando allo stalinismo si sostituisce una falsa democrazia imposta dall'alto. Napoleone come Putin? Paragone lecito pensando al film, che riflette anche sulla funzione dell'artista descrivendoci un Goya al tempo stesso d'élite e popolare, pronto a tutto pur di dipingere sempre e comunque, non importa chi e che cosa. Esemplare, in questo senso, la disputa fra Goya e Frate Lorenzo per decidere chi dei due sia la vera «puttana»: l'inquisitore riciclato o il pittore di corte? È chiaro che, in questa scena, Forman sta parlando del cinema - e forse di se stesso. Forman ha raccontato spesso questa storia, partendo sia dall'America moderna (Hair, il Cuculo), sia dal filtro del film in costume: un genere che ha i suoi lacciuoli e che a volte impone autentiche assurdità, come la scelta di uno svedese per interpretare Goya e di una giovane diva israeliana (la Portman) per il ruolo di una ragazza falsamente accusata... di pratiche giudaiche! L'unico «in parte» sarebbe lo spagnolo Bardem, che però in originale recita in inglese e in italiano è doppiato con troppa enfasi curiale da Roberto Pedicini. L'ultimo inquisitore non è certo privo di difetti, anche se è un film in cui Forman ha messo tutto se stesso. Sarebbe bello se, prima o poi, si raccontasse in modo diretto: nessuno più di lui potrebbe fare un film su Stalin o sui suoi accoliti.

Alberto Crespi

 
La Stampa, 13 aprile 2007
Natalie Portman musa di Goya in odor di eresia

Bardem Ultimo Inquisitore per Forman. La Spagna del 1792 vista attraverso gli occhi del pittore

Milos Forman, 75 anni, cecoslovacco emigrato in America, magnifico autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo e Amadeus, torna al cinema dopo una lunghissima assenza per raccontare ne L'ultimo Inquisitore una tragedia storica, un periodo del passato che segnò la fine di un mondo. Come sempre nel lavoro del gran regista, la narrazione avviene attraverso personaggi esemplari: il potere è rappresentato da frate Lorenzo, ultimo Inquisitore (Javier Bardem); le vittime sono impersonate da una ragazza torturata, imprigionata, violata dall'Inquisizione (Natalie Portman); il testimone è il grande pittore spagnolo Francisco Goya y Lucientes le cui opere riflettono prima la gloria della monarchia spagnola (era primo pittore di Corte), poi i terribili disastri della guerra (Stellan Skarsgard, così bravo da rendere meno grottesca la scelta d'un attore svedese per interpretare un Maestro spagnolo).

Il periodo storico è quello che comincia dal 1792: gli ultimi anni dell'Inquisizione spagnola (era stata creata nel 1478 dai sovrani di Spagna con compiti di crudele spionaggio politico praticato in nome della religione, venne ufficialmente abolita nel 1820), l'occupazione della Spagna da parte delle truppe francesi di Napoleone, la loro sconfitta, la restaurazione della monarchia spagnola da parte del potente esercito inglese di Wellington. Nell'affannoso, sanguinoso disordine bellico, il potere ipocrita, voltagabbana, sopraffattorio dell'Inquisizione trova costante nutrimento: una volta scoperte le sue colpe, Frate Lorenzo fugge in Francia da dove tornerà in Spagna come governatore rivoluzionario; la vittima innocente e inerme ridotta alla follia resterà vittima perenne; il testimone Goya, colpito dalla sordità (la guerra era per lui senza suono) farà il meglio, dipingere, disegnare.

Molti pregi cinematografici: la scelta del colore di fondo fumoso, bituminoso, della pittura di Goya; l'illustrazione esatta delle tecniche del Maestro per le incisioni e le stampe; la cura minuziosa della ricostruzione militare e quotidiana, l'interpretazione degli attori. Senza avere particolari qualità da autore, L'ultimo Inquisitore, scritto dal regista insieme con Jean-Claude Carrière, è un film còlto, molto ben fatto, molto interessante: non cade mai nella retorica del dramma popolare, rimane all'altezza della tragedia.

Lietta Tornabuoni

 
La Repubblica, 13 aprile 2007

Il regista ceco racconta Goya e il suo tempo, con un occhio alla tragedia sovietica

"L'ultimo inquisitore" di Forman
tra la Spagna e il comunismo

E' dall'incontro tra il grande regista di Qualcuno volò sul nido del cuculo e di Amadeus, formatosi nella Cecoslovacchia sovietizzata e poi emigrato in America, e cioè Milos Forman, con l'altrettanto grande sceneggiatore Jean-Claude Carrière, francese, a lungo collaboratore di Luis Buñuel, è dall'incontro tra due non spagnoli che nasce questo film sulla Spagna di Francisco Goya, tra l'ultimo decennio del 700 e il primo dell'800.

L'ultimo inquisitore non è una biografia del pittore e non è un film sull'Inquisizione. È un film sul mondo e sulla società di quel tempo, di cui Goya per un verso e l'Inquisizione per l'altro sono testimoni privilegiati. Da una parte c'è Goya, al tempo stesso celebrato artista di corte ma anche osservatore infallibile della miseria e dell'orrore. Dall'altra c'è l'istituzione repressiva della Chiesa, ancora ampiamente attiva nella Spagna di fine Settecento, incarnata da un monaco, padre Lorenzo, affidato alla star spagnola Javier Bardem.
Padre Lorenzo attraversa la storia e le vicende turbolente del suo tempo, cioè il passaggio dal regime oscurantista al capovolgimento rivoluzionario portato dalle armate di Napoleone, adattandosi alla storia sempre con lo stesso gelido opportunismo e sempre con la stessa proterva sicurezza di essere nel giusto. Di commettere le stesse infamie, sia pur secondo principi opposti, in nome del bene superiore. Goya è invece un uomo senza ideologia, diremmo oggi, ma guidato sempre dalla stessa vigile diffidenza verso i potenti e dalla medesima passione umana verso la realtà.
La lettura di Forman contiene in trasparenza un riferimento molto chiaro ad altri sfondi storici e ad altre tragedie, quelle delle ideologie novecentesche da lui personalmente conosciute e vissute. Nel cieco fideismo di padre Lorenzo il regista rappresenta il comunismo del XX secolo, la presunzione di sapere anche per gli altri che cosa è la libertà e quella d'imporla con la forza delle armi e del regime poliziesco. Questa è una caratteristica del film. L'altra è quella di servirsi della forma del feuilleton secondo l'inconfondibile spirito ironico e graffiante del suo regista.

di Claudia Morgoglione
 
Il Tempo, 13 aprile 2007

MILOS Forman e le biografie. Nelle sue cifre, però. Come modo per dire anche dell’altro, di un’epoca, ad esempio, come in "Amadeus" tramite Mozart, di una società travolta dalla televisione in "Man on the Moon" su Andy Kaufman. Oggi prende Goya come guida, ma il personaggio che gli ha messo di fronte, inventandolo insieme con Jean-Claude Carriére, lo sceneggiatore storico di Buñuel, è un terribile esponente degli ultimi tempi dell’Inquisizione in Spagna, frate Lorenzo, che mentre Goya fa ritratti a lui, alla Regina e alla famiglia di Carlo IV, si indigna, implacabile, perché, in quegli anni, si sono mandati al rogo "solo" otto eretici, mentre attorno, a suo dire, il peccato dilaga. Così quando Ines, la giovanissima figlia di un mercante, viene imprigionata perché sospetta di essere ebrea, lui, nonostante Goya gli chieda di salvarla, non solo non fa nulla ma, nel carcere, abusa sessualmente di lei, finendo per metterla incinta. Di sfondo, però, la Storia cammina. Dopo il Terrore, in Francia è arrivato Napoleone che adesso, con la scusa di portare la libertà, porta quel terrore in Spagna così ben descritto da Goya nei suoi "Disastri della guerra". Mentre però Goya si limita a quelle incisioni e a quei dipinti, frate Lorenzo cambia idea e si allea, con gli stessi metodi di prima, agli invasori. La Storia cammina ancora. Gli inglesi di Wellington, il ritorno della monarchia, la fine di frate Lorenzo su quel patibolo cui a suo tempo aveva condannato tanti infelici. In mezzo, ma non solo a margine, il dramma di Ines, da cui aveva avuto una bambina che finirà pazza mentre la figlia, cresciuta, si darà alla prostituzione. Ancora una volta, entrambe, inutilmente soccorse da Goya. Le pagine migliori: quelle dell’invasione dei napoleonici citata quasi secondo le stesse indicazioni pittoriche con cui Goya l’aveva rappresentata; quelle dell’Inquisizione, con le sue vittime che, sotto tortura, finivano per confessare colpe mai commesse, e alcune strette sul personaggio di frate Lorenzo, un’anima nera di cui alla fine si riconoscono anche, nel suo orrore, certe ragioni, tanto che, anche se spesso descritto come un voltagabbana, gli si farà accettare la morte pur di non rinnegarsi. Non mancano, però, degli scompensi, specie nella vicenda di Ines e della figlia, ai confini del melodramma, e anche nel disegno della figura di Goya, così diversa da come ce l’aveva raccontata Saura nel film omonimo, qui, pur con molte buone intenzioni, più dedito solo alla sua pittura che non veramente partecipe degli eventi contraddittori via via esplosi attorno a lui. Gli da volto, senza molte increspature, l’attore svedese Stellan Skarsgard. Più incisivo, sfumato, saldo, al suo opposto, Javier Bardem come frate Lorenzo. La sventurata Ines è Natalie Portman, anche nella parte della figlia adulta.

GIAN LUIGI RONDI
© Sipario 2011