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L'ultima missione
di Olivier Marchal
con Daniel Auteuil, Catherine Marchal (Francia/Italia, 2007)
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Il Mattino, 19 aprile 2008
Un antieroe sul baratro
Si astengano gli spettatori impressionabili o nemici delle tinte forti perché «L'ultima missione» porta davvero al diapason la vocazione del cinema francese al polar, il poliziesco autarchico cupo e cruento. Olivier Marchal, ex sbirro passato al cinema portandosi appresso un cumulo di orribili ricordi, completa con «MR 73» (il titolo originale del film, riferito al modello di pistola in dotazione alla polizia francese negli anni Settanta) la trilogia inaugurata da «Gangsters» nel 1992 e proseguita con «36 Quai des Orfèvres» nel 2004: da una parte esaltando i propri stilemi neoveristici, dall'altra penalizzandoli con un'overdose di assortiti simbolismi. Daniel Auteuil monopolizza il fulcro dell'azione interiore ed esteriore e il film punta tutto sulla sua ennesima incarnazione da antieroe degradato, affidando alla granitica personalità dell'attore il compito di salvaguardare uno spettacolo sospeso, appunto, sul baratro del compiacimento e del manierismo. Louis Schneider, più che un crociato della legge inquadrato nella Brigata Criminale di Marsiglia, appare da subito un (povero)cristo giunto all'ultimo stadio del martirio: alloggia in un sudicio motel, sbevazza a tutto spiano e non esita a dirottare un autobus per futili motivi. Si scopre a poco a poco - mentre la regia s'inventa momenti straordinari come quello concitato del prologo, contrappuntato dalla voce grave del cantautore Leonard Cohen - che il suo pietoso stato è dovuto a un (alquanto oscuro) senso di colpa coniugale e l'unica chance di riscatto potrebbe fornirgliela la caccia a un feroce omicida condannato all'ergastolo, ma prossimo a uscire di galera grazie a una vergognosa libertà condizionata. Anche perché si tratta di proteggere la giustamente terrorizzata ragazza (Olivia Bonamy), che venticinque anni prima aveva visto massacrare i genitori proprio per mano del maniaco. Molto efficace per almeno un'ora, «L'ultima missione» mette troppa carne al fuoco e nella girandola di flashback non riesce più a controllare la violenza con cui attacca a testa bassa la corruzione della polizia e l'universo mondo... La somma delle infamie marsigliesi risulta tanto alta, in effetti, da chiamare in causa quel coacervo di tragedie senza causa né scopo in cui tutti saremmo oggi condannati a sopravvivere. Un nichilismo ostentato e pretenzioso che finisce per sfociare in troppe allegorie, tra cui quella finale incredibilmente kitsch.
Valerio Caprara
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Il Messaggero, 18 aprile 2008
Regista e poliziotto,
ma stavolta non va
«Dio mi ha tradito. E io lo punirò». Parole non troppo sante di Louis Schneider (Daniel Auteuil), poliziotto traumatizzato che si trascina per una Marsiglia bruciata da luce bianca. La bottiglia, i fantasmi del passato e il "gemello" fedele sono gli unici amici di un uomo detestato da colleghi e superiori. Qualcosa lo scuote: bisogna trovare un serial killer e dare una mano a una giovane donna che vuole sapere se l'assassino dei suoi genitori è cambiato dopo l'uscita dal carcere. Capitolo finale della trilogia della disillusione dopo i meravigliosi Gangsters e 36 (lo rifanno a Hollywood) da parte dell'ex poliziotto diventato il miglior regista di polizieschi europeo. Ma stavolta l'intenso Marchal delude. Le sue tematiche ci sono tutte: i poliziotti sono pazzi esaltati, vermi corrotti o idealisti perdenti, la politica fa schifo e il male spesso trionfa sul bene. Ma rispetto ai due mezzi capolavori precedenti, le immagini si fanno estetizzanti, i dialoghi fiacchi e gli attori poco emozionanti. Specie un Auteuil forzatamente maledetto con stonati occhiali da sole arancioni. Massimo rispetto per una trilogia comunque pazzesca. Quando la malinconia di Melville incontra la potenza di Ellroy viene fuori Oliver Marchal. La prossima missione andrà meglio.
Francesco Alò
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La Repubblica, 18 aprile 2008
"L'ultima missione" del poliziotto Auteuil
II poliziotto della squadra omicidi Louis Schneider, anima lacerata da un evento che gli ha distrutto la famiglia, cerca di darsi un'ultima ragione di vita perseguendo un serial-killer specializzato in donne con la passione degli animali da compagnia. Dopo l'ennesimo atto d'indisciplina, i superiori gli tolgono l'indagine, ma non lo convincono a desistere. Intanto sta per essere rilasciato dal carcere l'uomo che, un quarto di secolo prima, ha massacrato i genitori della giovane Justine. Il tutto in una Marsiglia ostile e oscura, decadente e battuta dalla pioggia invernale dove, se gli assassini sono particolarmente efferati, il più pulito dei tutori dell'ordine ha la rogna.
Non ci fossero i flashback in bianco e nero, a volte esplicativi ma più spesso pleonastici, L'ultima missione (il sottotitolo, "MR73", si riferisce a un modello di pistola in uso nella polizia francese negli anni 70) sarebbe un grande noir.
Niente di nuovo sotto il sole, dirà qualcuno: tutto il repertorio del genere (delitti ignobili, poliziotti in cerca di redenzione, donne in pericolo, alcolismo, violenza bestiale, corruzione) sono chiamati a raccolta da Olivier Marchal, l'ex-agente francese passato al cinema che completa la trilogia iniziata con "Gangster" e proseguita con "36 Quai des Orfèvres".
Sia pure; se non conta nulla che il suo sia un film pieno di vigore drammatico e di tensione, capace di coniugare con stile maturo e autoconsapevole diverse stagioni del genere: un film di gangster alla Jean-Pierre Melville (il personaggio di Auteuil ricorda quello interpretato da Yves Montand nei "Senza nome"), vorremmo dire, ma passato attraverso gli universi allucinatori di "Seven".
Non solo per i serial-killer, che sarebbe banale, ma soprattutto per una Marsiglia degradata, buia, ripresa con una fotografia sapientemente "sporca" (di Denis Rouden) che evoca quella di Darius Khondji nel film di David Fincher. Perfino la trama, abbastanza complicata, è dipanata con apprezzabile padronanza, mettendo in parallelo per la maggior parte del tempo i destini di due creature torturate - il poliziotto e la ragazza - per farli convergere solo verso l'epilogo.
Si potrebbe obiettare, ancora, sul finale catartico non imprevedibile, dove ad alcune morti corrisponde, in montaggio parallelo, la nascita di un bebé. Salvo che anche questo è, una volta accettate le regole del melodramma di colpa-espiazione, un momento emotivamente "forte". Tanto da farci invidiare il coraggio del cinema francese, per come rivisita i generi (il noir, l'horror...) con una passione al cui confronto la produzione italiana appare timida e incapace di osare.
"Rifare" un film noir alla maniera di Melville, comunque, non è cosa da tutti: lo attesta il recente "Le dernière souffle" di Alain Corneau, visto alla Festa di Roma e non ancora uscito nelle sale italiane. Anche là Daniel Auteuil portava i baffi, ma finiva per somigliare a Peppino De Filippo; qui, invece, dà vita ai tormenti di un uomo scorticato vivo con l'autorevolezza - commovente - del grande attore.
Roberto Nepoti
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Corriere della sera, 18 aprile 2008
L' indagine contro tutto e tutti di un poliziotto (troppo) solo
Tra la cultura francese e il poliziesco c' è un' affinità che risale almeno a un paio di secoli fa, ai tempi dei Mémoires di Vidocq e alla sua capacità di coniugare l' indagine giudiziaria con la descrizione del «milieu», i bassifondi urbani dove si nasconde la malavita. Non stupisce quindi che al cinema quella sintonia sia diventata fonte d' ispirazione di un genere che non ha mai subito pause d' arresto (diversamente che dagli Stati Uniti, dove il genere sembra subire le oscillazioni delle mode hollywoodiane). L' ultimo regista ad aver raccolto il lascito che fu di Deray, Melville e Giovanni (senza tornare troppo indietro nel tempo) è Olivier Marchal, poliziotto per dodici anni prima nella brigata criminale di Versailles e poi aggregato all' antiterrorismo, quindi sceneggiatore e occasionalmente attore di telefilm polizieschi e regista di una trilogia - Gangsters nel 1992, 36 Quai des Orfèvres nel 2004 e adesso L' ultima missione - dove utilizza a piene mani la propria esperienza diretta tra le forze dell' ordine. Anche se il termine «forze dell' ordine» non è proprio l' ideale per identificare il suo sguardo sulla polizia. Perché se i suoi film proseguono nella tradizione nazionale del poliziotto dall' anima stropicciata e disillusa, costretto a combattere non solo contro la malavita ma anche contro un ambiente mediocre quando non decisamente cinico, quello che sembra essere diventato il suo marchio distintivo è la virulenza con cui racconta la corruzione e l' abiezione della polizia, di cui svela colpi proibiti, inganni, bassezze e meschinità. L' ultima missione inizia addirittura con un poliziotto ubriaco e fuori di sé che dirotta un autobus perché va nella direzione opposta di casa sua: è Louis Schneider (Daniel Auteuil), membro della Brigata Criminale di Marsiglia di cui veniamo così immediatamente a conoscenza della situazione di disperazione e confusione mentale. La causa verrà spiegata durante il film da una serie di flashback, dove scopriamo che la moglie è ridotta a uno stato quasi vegetativo per le conseguenze di un incidente stradale che forse (la sceneggiatura non è molto chiara) lei stessa aveva «cercato» per reazione a un tradimento del marito. Oppure (anche questa ipotesi potrebbe reggere), Schneider è divorato dal senso di colpa perché invece di accompagnare la consorte in macchina e subire lo stesso destino stava appunto consumando un tradimento con una collega. In ogni caso la sua vita è schiacciata dal rimorso, che annega nella solitudine, nell' alcol e nell' autodistruttività, visto che colleghi invidiosi o solo troppo ligi al regolamento non perdono occasione per umiliarlo e allontanarlo dai suoi incarichi. Perché naturalmente da quelle parti c' è un maniaco che si diverte a violentare e sodomizzare le donne sole. E ce n' è un altro (Philippe Nahon) che sta cercando di farsi ridurre la condanna all' ergastolo e uscire così dal carcere dopo aver sgozzato un uomo e massacrato una donna. Due percorsi - quello più apertamente poliziesco e quello più sottilmente autopunitivo - che si intrecciano continuamente perché le disavventure e l' irosità personale di Schneider lo fanno allontanare dalle inchieste ufficiali, ma non gli impediscono di indagare da solo e di arrivare alla «soluzione» dei due casi (anche se con due finali che sono tutto meno che tradizionali o prevedibili). A fargli da spalla, o meglio da specchio dentro cui guardarsi davvero e riflettere, ci sono due donne, il commissario e sua superiore Marie (Catherine Marchal, moglie del regista) e la giovane Justine (Olivia Bonamy), la figlia sopravvissuta al massacro del maniaco che vuole uscire di prigione. Due mondi antitetici ma ugualmente fragili, anche se la collega maschera le sue esitazioni dietro la durezza del ruolo mentre Justine non ha paura di mostrare la propria angoscia. Quello che non convince è l' eccesso di simbolismo e in qualche modo di compiacimento che Marchal mette nel descrivere sia la caduta del protagonista sia la corruzione e le meschinità della polizia. Troppe bottiglie di whisky tracannate, troppe pareti scrostate e sporche, troppo sangue che lascia ovunque il suo segno, troppe notti piovose e buie: troppa retorica troppo scontati (c' è persino un crocefisso sporcato dal sangue e un bambino che nasce mentre un adulto muore) che finisce per sovraccaricare di simboli una storia che avrebbe potuto essere molto più secca. E che finisce per trasformare il protagonista in una specie di «vendicatore solitario» compiaciuto e ridondante, ricacciando in secondo piano sia il tema della fragilità umana di fronte al dolore sia quello dell' inadeguatezza morale della polizia, che quella «morale» dovrebbe cercare di far rispettare.
Paolo Mereghetti
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Il Giornale, 18 aprile 2008
Auteuil, un poliziotto tra whisky e killer
Non esce in Italia il bel poliziesco marsigliese di Alain Corneau, Le deuxième souffle, che in ottobre aprì la Festa di Roma; ma esce il meno bello poliziesco marsigliese di Olivier Marchal, L'ultima missione (in originale Mr 73, cioè Manurhin 1973, pistola della polizia francese). Li accomuna anche Daniel Auteuil interprete; li oppongono i suoi personaggi: nel Deuxième souffle c'è un criminale-samurai in giacca e cravatta, ideato dall'ex condannato a morte José Giovanni; nell'Ultima missione c'è un poliziotto maleolente e malvestito, alter ego di Marchal. Quel che càpita a questo poveraccio evoca quel che capitava a Parigi in 36, quai des Orfèvres, sempre di Marchal, all'altro poliziotto di Auteuil, sempre un alter ego di Marchal. Siamo a Marsiglia, dunque, dove piove col sole e dove, in due ore di film, si vedono solo due telefonini. Auteuil reca il dolore per la moglie e la figlia fino ad abbrutirsi non col marsigliese pastis, ma col bolognese JB! E i colleghi lo screditano, perché lui, sebbene ubriaco, ha individuato un maniaco che non era da individuare... Nella realtà, quando si distraeva da casi che non avrebbe dovuto risolvere per volontà dei superiori, Marchal deve aver visto sia i film ambiziosi di Petri sul potere che uccide per sentirsi davvero potere, sia quelli meno ambiziosi ma più riusciti di Martino sui poliziotti-giustizieri. Nell'Ultima missione Marchal ha così opposto questi filoni complementari in un polpettone tenebroso (la prima mezz'ora è notte profonda, in ogni senso) retto dal mestiere di Auteuil e tollerato solo dallo spettatore insensibile alle incongruenze.
Maurizio Cabona
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