Il Bergamo musica festival non regge la modernità di «Lucrezia
Borgia»
Gennaro, Maffio e compagni, che Gaetano Donizetti ritrae in Lucrezia Borgia,
sono giovani che tanto assomigliano a quelli che vagano nei nostri sabati sera
da una discoteca all'altra: frenesia per lo sballo, ma anche capacità di
lasciarsi andare a sentimenti che sanno di antico. La storia della duchessa avvelenatrice
diventa con Donizetti un viaggio negli affetti: Gennaro, che disprezza i Borgia
tanto da sfregiarne lo stemma, scopre solo alla fine, quando il veleno lo ha
condannato, di essere figlio di Lucrezia e si abbandona nell'abbraccio di quella
madre che ha cercato per tutta la vita. Il musicista di Bergamo racconta tutto
questo con una musica che va dritta al cuore e una drammaturgia da brivido come
sul finale quando l'allegria della canzone di Maffio, Il segreto per esser felici, è interrotta
da un coro lugubre che annuncia la morte. La modernità, sconvolgente e
inquietante, di Lucrezia Borgia, terzo titolo donizettiano del Bergamo musica
festival, ha vinto anche questa volta nonostante gli elementi in campo non fossero
all'altezza di una rassegna che meritevolmente ha intrapreso la riscoperta dei
capolavori del musicista. Monocorde la direzione di Tiziano Severini che non
ha dato mordente alla partitura. E dispiace dire che questa volta Dimitra Theodossiu
ha deluso: la sua Lucrezia è discontinua e inciampa spesso in difficoltà di
intonazione e acuti non riusciti. Lo stesso accade al Gennaro di Roberto De Biasio.
Lo spettacolo di Francesco Bellotto, che in aprile si vedrà al Regio di
Torino, si colloca nel solco della più consolidata tradizione, anche se
non si capisce il perché delle apparizioni stile horror che sottolineano
i momenti salienti dell'azione.
Pierachille Dolfini