A Montalcino «Luce e Fiamma» di
Valentino Zeichen, regia di Ugo Margio
Due sorelle condannate
ad amarsi
Se è condizione che vi sia un rapporto sessuale
per definire omosessuale un amore, lo ignoro. Suppongo
di no, come per ogni altro tipo di amore. Un rapporto d'
amore è un rapporto d' amore e basta. E tale è il
rapporto che lega Luce e Fiamma, le due protagoniste eponime
della commedia di Valentino Zeichen, messa in scena da
Ugo Margio. A questa riflessione sono indotto dalla suggestione
della giornata. Tornavo a Montalcino a distanza di un quarto
di secolo. Lassù, in quella Fortezza, avevo visto
Eduardo nella sua ultima esibizione in pubblico. Era contrastato
dal vento e lui, nonostante la fragilità fisica,
gli si opponeva con straordinaria energia. Ma il primo
dei due spettacoli della giornata non era propriamente
teatrale. Essendo a Montalcino, come resistere alla tentazione?
A pochi chilometri, nell' Abbazia del Monte Oliveto, c' è un
meraviglioso ciclo di affreschi: episodi della vita di
San Benedetto, dipinti dal vercellese Antonio Bazzi, detto
il Sodoma. Vi si intuiscono le inclinazioni sessuali del
suo autore? Per niente, se non per la scarsa presenza di
figure femminili e per la grazia dei frati giovinetti.
Quello che si vede bene, è l' energia narrativa,
o rappresentativa. Se il Sodoma non fu un originale stilista,
diviso com' era tra influssi provenienti da ogni dove (da
Leonardo a Raffaello), fu però un grande narratore
popolare, o un grande regista: ogni affresco (ogni episodio)
un quadro di vita, una spinta nel tempo. Così Luce
e Fiamma si configurava nella mia mente come una vicenda
di amore oscuro, inespresso, indisponibile a dichiarare
se stesso. Pensando al suo autore, non era sorprendente.
Non è il poeta Zeichen uno spirito elusivo, bizzarro,
inafferrabile? Zeichen è tanto diretto e, si direbbe,
infantile, quanto avveduto nel vestire d' una qualche metafora
il suo sentimento. Anche in Luce e Fiamma è così,
a partire dal titolo. Il sentimento che lega le due sorelle
appare come una voluta, un ghirigoro, una successione di
linee che sempre scartano dal punto fermo: un sentimento
così intrinseco da sfiorare l' omosessualità,
ma sempre insidiato da un tocco di frivolezza. Le due sorelle
si amano ma, anche, si detestano. Nel loro rapporto l'
uomo è inammissibile. Sono condannate l' una all'
altra, l' una a sottomettere l' altra. Fermo restando che
i ruoli potranno di colpo rovesciarsi: lo testimonia una
geniale scenografia, autentico esempio di scenotecnica
iperespressiva. Due piattaforme triangolari sono unite
da 3 scale e - si badi bene, perché qui i numeri
diventano eloquenti, diventano esoterici - da 4 catene:
il 3 e il 4 sono in lotta tra loro e tra loro si congiungono
come le due sorelle. Fiamma era la padrona e Luce la sua
schiava? Così abbiamo creduto, anche se la prima
scena, cupa e ossessiva, si risolveva come svelamento di
un sogno (di Luce). Ma per Margio, l' anti-frivolezza in
persona, l' aerea elusività di Zeichen era troppo
inafferrabile. Per il regista che lui è (per l'
uomo che è), due donne sono un maschio e una femmina,
e una femmina e un maschio sono il femminile e il maschile.
Bisogna stare sempre con i piedi per terra o nei grandi
sistemi misterici. Per Margio, la vera vincitrice era Luce:
con Luce, Anna Paola Vellaccio, terrestre portabandiera
del regista, e Fiamma, Isabella Valentini, spirituale portabandiera
del drammaturgo, a combattere l' eterna battaglia di ogni
racconto teatrale, tra ciò che realmente accade
e il suo platonico presupposto. La tenzone, una fantasia
alla Borges-Zeichen (il Borges del racconto «I teologi»),
si concludeva con un nuovo sogno, anzi un incubo. A sognare
adesso era Fiamma, la vera vittima: quella figura alla
Munch-Margio, le mani davanti al viso, a nascondere la
vergogna della troppa intimità, anzi il suo orrore.
Franco Cordelli