Testata

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog


 

 
  recensioni online Renato Simoni    
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
  ricerca per titolo    
   
  A - Z
             

Uccello di paradiso (L')
di Enrico Cavacchioli
Confessione in tre atti
Corriere della Sera, 20 giugno 1919

C’è, in questa confessione, come la chiama l’autore, una quantità di cose diverse, vecchie e nuove, intenzioni chiare e intenzioni oscure, immagini fresche e immagini contorte; ma, la si ami o non la si ami, la si giudichi il prodotto d’una fantasia naturalmente bizzarra, o il frutto d’una elaborazione volutamente artificiosa, la si ascolta con sempre desta attenzione, talora più con curiosità per quello che certi suoi atteggiamenti enigmatici promettono, che con vero piacere, ma sempre con rispetto intellettuale.
Una irrequieta signora Anna Corelli, che ha copiosamente e scandalosamente tradito il marito, celebre naturalista, e s’è divisa da lui, per vivere e di amori venali e di lusso, un giorno ottiene che sua figlia, Donatella, già diciannovenne, che era rimasta col padre, vada a vivere con lei. Donatella corre verso la madre, perché la madre è la bellezza, l’eleganza, la gioia, mentre il padre rappresenta il tedio della vita ordinata, limitata, senz’ali. Ora Anna ha per amante un signor Mimotte, avventuriero senza scrupoli e tutto rapace sensualità, che si fa comodamente mantenere da lei. Costui, arso da tanti bassi piaceri, è preso dalla pura freschezza di Donatella, e Donatella, dal canto suo, ignorando quali legami avvincano Mimotte a sua madre, s’abbandona al giuoco di questo amore. Quando Anna se ne accorge, confessa alla figlia tutto: e quale donna essa è, e in quale orribile ma invincibile modo ami Mimotte; e convince la ragazza a tornare da suo padre, mentre Mimotte, per la prima volta, si spoglia della sua cinica insensibilità e grida che soffre.
Antico contrasto, che il teatro conosce da un pezzo. Ma l’autore vi ha cacciato dentro un personaggio che forse non è sostanzialmente originale, ma dell’originalità ha gli aspetti, e sopra tutto l’ostentazione. Costui non ha nome: si chiama Lui. Lo impersonava ieri sera l’attore Betrone, che figurò un vecchio curvo e piccino, con un viso segnato d’ombre sì profonde alle occhiaie e alle gote da rappresentare un teschio, sulla nuca del quale tremavano alcuni ciuffi di aridi capelli bianchi. È la morte costui? No, sebbene qualche volta, un lugubre ghigno, irridente di tra le labbra secche e i denti rotti e radi, aggiungesse alle parole che egli diceva un che di fatale e di funereo. Il Cavacchioli lo ha chiamato “il senso dell’opportunità”. In realtà è una specie di proiezione della coscienza di tutti i personaggi. Egli è chiamato in scena per dire quello che si muove nel più occulto sentimento delle figure della commedia. Quindi consiglia, suggerisce, ispira il desiderio, la cupidigia, l’irrisione, la crudeltà, la lussuria, la viltà, quando in fondo ai cuori pullula il fango; poi, nelle crisi risolutive, nelle ore nelle quali il rimorso parla, egli rimprovera acerbamente, voce esterna che non è che l’eco di paurose voci interiori. Lo dice egli stesso. “io non esisto, io non ho corpo; siete voi, miei interlocutori, che mi create colla vostra immaginazione”. Ora questo personaggio, che iersera ci è apparso spolpato, ha avuto altre volte carne sulla scena. E quando le sue operazioni non eran solo arguto fiato di parole, ma fatti, egli si chiamava De Ryons nell’Amico delle donne, o era il diavolo nella commedia di Molnar.
Né, questo porre in mezzo ad uomini vivi una pura astrazione ragionante, è un’invenzione recente. Il teatro dei secoli remoti mandò sulle sue rozze scene tutte le virtù e tutti i vizi personificati, e li volle loici, come il diavolo dantesco.
D’altra parte, questo signor Lui è una bella comodità. Dispensa i personaggi dal dovere elementare d’avere un contenuto psicologico che si riveli con le piane parole che esprimono le cose che si vogliono dire, e insieme con le più difficili parole che tradiscono le cose che si vorrebbero nascondere. E questo, a mio parere, costituisce il più arduo assunto per uno scrittore di commedie, di qualunque genere esse siano, partano dal vero per restarvi o partano dal vero per giungere al paradosso. Quella che in iscena ha da essere vita attuata, acutamente e vigorosamente riprodotta, iersera, per opera del signor Lui, è divenuta descrizione dei sentimenti di un personaggio fatta da un altro personaggio. Quindi, a me, questa curiosa e interessante figura da danza macabra, è sembrata in certo modo una furberia dell’autore, che si è sottratto dalla fatica di strappare con mani audaci e delicate  il cuore delle sue creature fuori dal loro corpo fremente.
Conviene aggiungere che la morte, il senso dell’opportunità, la voce interiore, la coscienza, tutte quelle cose insomma che voleva o pareva rappresentare il signor Lui, sono state disturbate per rivelarci cose che in fondo sapevamo. Un avventuriere parlò per bocca di Lui di sensualità, e poi di amore e di rimorso; una donna parlò per sua bocca di sogni rovinati, e poi di amore materno, e poi di rimpianto, di essere stata, come fu, l’uccello del paradiso che la leggenda credette senza piedi, creatura aerea ed irrequieta, destinata a voli sempre più alti e, se caduta a terra, incapace di rialzarsi; alcune donne parlarono dei loro vizi acri di professioniste dell’amore; ma nessuno andò più in là o più in giù di questa scoperta, che l’uomo è capace di menzogna e di bassezza, di desiderii irraggiungibili misti di colpa e di purezza; nessuno mostrò, per mezzo di quel misteriosissimo Lui, qualche cosa di veramente intimo e segreto, di più profondo di quello che è il male e il bene abituali nelle persone del teatro.

Abbiamo, è vero, sentito frustar la morale, la società, la vita; abbiamo sentito parecchie bocche dichiarare che non siamo che marionette mosse da molteplici fili; ma questo pessimismo era più brillante che sostanzioso, e ci ricordava quello che fu in voga negli anni romantici, quando essere colpevoli e cupi come Lara costituiva una eleganza e una signorilità spirituali che affascinavano le donne e rendevano ostentatamente disperati e macabri i rappresentanti del sesso forte. Sì, in questa interessante ricerca di vita fatta con mezzi che certo non sono ora consueti, il Cavacchioli, più che la vita, ha raggiunto, mi pare, la letteratura; con gli splendori di una prosa sovrabbondante anche nell’immaginosità, ma bella, agile, ben costrutta, tanto che ci faceva malinconia che una virtù sì ricca e singolare di scrittore fosse piuttosto impiegata a velare, a ottenebrare, che a chiarire e a precisare.
   
© Sipario 2011