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Lo zoo di vetro
di Tennessee Williams
traduzione di Gerardo Guerrieri
musica e regia: Andrea Liberovici
scene: Lucia Goj
costumi: Silvia Aymonino
luci: Sandro Sussi
interpreti: Claudia Cardinale, Ivan Castiglione, Olga Rossi, Orlando Cinque
Roma, Teatro Eliseo
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Il Giornale, 22 ottobre 2006
Una Madonna-bambina nello «Zoo di vetro» dipinto da opera rock
a Roma
Nemmeno alla Scala negli anni d'oro di Maria Callas si era mai visto un pubblico da gran soirée come quello che ha affollato l'Eliseo alla prima di Claudia Cardinale. Dai politici fino ai teatranti di chiara fama (Umberto Orsini, Lavia e la Melato) accorsi in smoking gli uomini e in argenteo le signore per non mancare all'evento clou della stagione. Dove si fosse dato convegno quel Bel Mondo umbertino che il secolo scorso, ai tempi del Piacere, il divino D'Annunzio stigmatizzò quando era il più accreditato cronista mondano della capitale. La sorpresa ha raggiunto il culmine quando, all'alzarsi del sipario, al posto dell'infernetto borghese previsto da Tennessee Williams, ci si è trovati immersi in un macroscopico acquario. Infatti, per merito (o per colpa) del regista Andrea Liberovici, audace sperimentatore di inedite forme espressive, il patetico salottino di Amanda, la madre-ape regina compiaciuta del proprio passato di gentildonna del Sud che sogna un impossibile riscatto immaginandosi tra ampie vallate e piantagioni immote sotto il sole è diventato una lattea trasparenza di luce soffusa. Dove, prima ancora di scorgere Claudia Cardinale, udiamo la sua voce più roca e suadente di quella di Marlene echeggiare tra le quinte ingigantita dal microfono mentre sul velario che racchiude la bolla d'aria della scena si stampa in splendidi primi piani il suo volto da Divina del cinema.
È la voce registrata dell'attrice, dissolto a priori il personaggio pubblico nella successione fantasmagorica del suo passato di star, a introdurci nella favola nera di Zoo di vetro. Il primo di una serie di capolavori d'antan a cui l'autore, nel primo dopoguerra, dedica la saga dolente della matriarca Amanda e dei suoi figli. I quali, da Tom romantico sognatore che si prepara a seguire sul mare aperto, come un eroe di O'Neill, le orme del padre fino a Laura, la ragazzina zoppa che allevia la sua frustrazione baloccandosi con le figurine di vetro che ai suoi occhi assumono l'aspetto di fragili divinità, hanno la macabra consistenza flou dei fantasmi. Sulle immagini evocate da questa lanterna magica che ci restituisce intatto nella sua impotenza un mondo perduto, Liberovici intesse la sua tela di ragno. A sinistra, inquadrato in un rettangolo gigio che disegna attorno all'attore un reticolato che ricorda un'aureola, il Tom di Ivan Castiglione insieme personaggio e io narrante, enuncia l'avvento di Claudia. Che, in questa singolare edizione del dramma d'anime immaginato da Williams, assume l'aspetto e le movenze di una Madonna degradata a vittima delle proprie pulsioni distruttive.
Memore delle indimenticabili eroine cui ha dato vita sullo schermo, Claudia Cardinale invece di rifarsi alla chiacchiera implacabile di Uta Hagen o all'alto manierismo isterico di Katharine Hepburn che incarnò Amanda in un film cult, disegna con suadente tenerezza un ritratto di donna-bambina prigioniera delle proprie ossessioni. Nel frattempo, davanti a lei il velario si tramuta in uno specchio rifrangente su cui si imprimono, come in un film muto, le didascalie del dramma da camera che l'attrice sarà chiamata a interpretare come se fosse un ectoplasma generato dallo schermo. Non più persona ma immagine evocata dalla luce bianca dei riflettori che costellano il sipario delle battute che in parte dirà, in parte saranno anticipate dal sonoro fuori campo e infine finalmente pronuncerà una volta assolta la sua funzione di portatore cinetico degli eventi, Claudia, alla prova più impegnativa della sua carriera, si conferma come la sola attrice multimediale del nostro tempo. L'unica che, con un coraggio pari alla sua determinazione di proporre nuove sfide al suo talento, sa comporre in un affascinante mosaico di segni concomitanti un personaggio a mezza via tra l'avvenire e il passato grazie al suo mimetismo che passa senza soffrire dall'uno all'altro medium di comunicazione. Che raggiunge il culmine quando, sotto il palco, si alza la pedana rivelando ingigantiti di segno gli animali di vetro di Laura ridotti a eccentrici strumenti di un'opera dove la parola diviene musica seriale e, al posto del rock, regna sovrana la melodia.
Enrico Groppali
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Sipario 2007
In avvio di stagione di prosa, il Teatro Eliseo propone la accattivante
interpretazione di Claudia Cardinale, che aveva creato con il suo solo
nome una aspettativa di evento eccezionale. La regia ha ritenuto opportuno
far muovere i personaggi su di una scena semibuia, rischiarata da inserti
cinematografici e da singolari bande di luce che s’irradiano da
un grammofono d’epoca – a meno che non alludano al dramma
delle coscienze dei personaggi.
Amanda (la Cardinale) è la madre di Tom e Laura, i due figli causa entrambi
di continui affanni per una donna sola abbandonata dal marito. Tom scontento
del suo umile lavoro in un magazzino, evade tutte le sere nel mondo irreale del
cinema; Laura, afflitta da una imperfezione ad un piede, si rifugia nella cura
della sua collezione di animaletti di vetro, che la scenografa Lucia Goj ha messo
in risalto su una mensola a filo esterno del palcoscenico. Amanda è ossessionata
dal futuro della figlia, che non ha un lavoro, né amicizie, né tanto
meno un corteggiatore. Questo trio di sconfitti appartenenti alla piccola borghesia
dell’America anni Trenta vive la sua giornata particolare quando Amanda
riesce a convincere un riottoso Tom ad invitare a cena Jim, un compagno di lavoro.
Nella grande eccitazione per la preparazione della cena e per la scelta degli
abiti per lei e per la figlia, la madre, come spesso le accade, evoca feste giovanili
in cui primeggiava e non le mancavano i corteggiatori. Durante la cena, Laura
ha modo di ricordare al giovane Jim che sono stati compagni al Liceo; al termine
della cena, opportunamente lasciata sola, la coppia finisce col vivere un breve
ingenuo momento d’amore, che ingentilisce la cupa atmosfera della pièce.
Ma l’idillio finisce presto: e in un sussulto di puritanesimo Jim (Orlando
Cinque) confessa a Laura di essere fidanzato con una giovane che sta per raggiungerlo
in città. Anche Jim, a guardar bene, è uno sconfitto: brillante
e corteggiato idolo al liceo, ora si appresta a un regolare matrimonio e ambisce
a far carriera nel magazzino in cui lavora. E Amanda non nasconde la sua profonda
delusione per l’onesta ammissione del giovane Jim. Ma una prova più grande
l’attende: il figlio Tom la lascerà sola con Laura, privando entrambe
del sostegno materiale. Una decisione sotto questo profilo censurabile, ma che
in definitiva impone il suo personaggio come l’unico positivo – in
quanto ha il coraggio di troncare una situazione soffocante e affrontare l’ignoto!
Nottetempo pertanto Tom saluta la comprensiva sorella e lascia la casa. È del
resto singolare che il personaggio di Tom rispecchi in una certa misura una esperienza
analoga dello stesso Williams, che per due anni dovette accettare uno sgradito
lavoro in un calzaturificio, sottraendo ore al sonno per scrivere fino ad ammalarsi.
La regia, decisamente antitradizionale di Andrea Liberovici non ha esaltato la
personalità artistica di Claudia Cardinale, fatta segno di moderati applausi
di stima. Bravi tutti i giovani comprimari.
Fernando Bevilacqua
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