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Stordito (Lo)
di Molière
La Notte, 9 luglio 1975

Purtroppo, Molière, da noi, non è mai stato molto fortunato. Quest’anno, poi, è stato un anno nero, e non siamo che alla metà. Via una bastonata, sotto per l’altra. Ma cosa ha fatto, poi, di male ai nostri implacabili teatranti in vena di eccentricità, che cavalcano la tigre dei classici come stessero in sella sull’ultimo degli asini da nolo; e se, poi, sono sbalzati di sella e vengono divorati, si lamentano di essere incompresi e maltrattati dalla critica reazionaria e codina, salvo quella, beninteso, che trema dal terrore di non essere mai abbastanza in sintonia con le correnti cosiddette avanzate, e si preoccupa di “mandar avanti il discorso” come scrive ogni mezzo minuto.
E dire che, nove volte su dieci, siamo ancora alla santa “dissacrazione”, ma sì! Mica che non si sia contro il nuovo e in perpetua genuflessione ai piedi dei padreterni; anzi! ne hanno scritto, sì, anche loro delle cose che avrebbero fatto bene a non scrivere; mica che Lo stordito sia Il tartufo; per carità, tra di loro c’è una distanza maggiore di quella tra la luna e il sole. Per amor del cielo, la massima libertà. L’arbitrio? L’arbitrio, purché intelligente, però. In codeste ricorrenti operazioni di presa a calci nel sedere, vorremmo trovare mica tanto, non si dice delle inedite interpretazioni critiche, che si potrebbero anche pretendere una volta concessa l’apertura delle chiuse del rispetto, della prudenza e del buonsenso: ferrivecchi notoriamente ormai inservibili, armi antidiluviane arrugginite; ma almeno un pizzico di coerenza e di divertimento, quelli sì. Sennò che gusto c’è nella mascalzonata? È come masticare il chewing-gum, ci si stracca le ganasce e basta. Se quello che s’è visto ed udito ieri sera nel cortile grande del Castello Sforzesco, da parte del nuovo staff del teatro San Babila, è un saggio dei suoi futuri criteri di gestione, la prossima stagione ci attendono serate a dir poco allarmanti. Avvenire buio come la carriera dell’onorevole Fanfani.
Cosa pensare, ancor prima di subirne i risultati aspettando una risata come si aspetta un miracolo dal più avaro dei santi, di quella che dovrebbe essere la gran risorsa – a parte il poco opportuno ripiego di cacciarci dentro per forza l’espediente del teatro nel teatro – il pilastro portante di un’interpretazione che ha il topè di dichiarare l’epoca e i modi delle comiche di Ridolini senza le trovate e i ritmi e le accelerazioni rapinose che, di quelle comiche, sono l’unica ragion d’essere, nientedimeno che l’esatto equivalente moderno del grand siècle: il Re Sole equiparato a Mack Sennet, in altri termini?
L’esito più appariscente è un gran sudare a vuoto, una vera sauna, di tutti gli attori cristianamente perdonabili per non sapere quel che si fanno; i quali, sopra un specie di spiaggia chiusa da tre variopinte mongolfiere, messe là non  si sa a far che dallo scenografo Paolo Bregni, continuano ad andare e venire a vanvera, in ogni direzione, e con ogni mezzo, salvo che sui loro piedi; con predilezione per i velocipedi, a una a due a tre a quattro ruote, inducendo il giustificato sospetto che, nel segreto delle sue abitudini inconfessabili, Molière fosse un vizioso pervertito della bicicletta. Cosa volete, ognuno ha la sua droga.
Lo stordito (1653) è una delle commedie portate a Parigi da Molière, dopo dieci anni di galera (qualche tempo anche alla lettera, per debiti) consumati nella più fonda provincia. Scritta a 31 anni, dalla sua rappresentazione a corte, nel 1659 – il poeta ne aveva allora 37 – da quella sera fu celebre e cominciò la sua  tormentata fortuna. Pura e semplice farsa, ma storicamente importante, dunque, essa è praticamente un rifacimento, nemmeno troppo originale, dell’Inavvertito del nostro Beltrame, infarcito da apporti di altri canovacci della Commedia dell’Arte, applicata allo schema classico della commedia platina.
Giovani innamorati ardenti, contrastati da padri avari e bisbetici, servi prossenetici e gaglioffi, infaticabili nel combattere per la causa dei padroncini imprevidenti. Qui ce n’è uno, Mascarillo, il cui nome, da “maschera”, è già tutto un programma, alle prese con uno di questi padroni, appunto: uno stordito, un balordo, che manda sistematicamente all’aria, per dabbenaggine, ogni sua iniziativa, ogni sua cabala, ogni suo trucco, ogni suo imbroglio per ottenergli la fanciulla del cuore.
La commedia non fa che ripetere per una dozzina di volte la medesima situazione; i suoi personaggi sono tutti di convenzione, la soluzione si affida alle solite agnizioni dell’ultima pagina. Essa pare in continuo, frenetico movimento; in realtà, non si muove di un passo: è perfettamente immobile, anche se inesauribile è il gioco delle variazioni. L’errore è stato quello di credere di riuscire a movimentarle artificiosamente dall’esterno caricandole di gags incongrue e banali.
La traduzione a ruota libera di Gigi Lunari, così come la regia goliardica dello sfrenato Lamberto Puggelli, quello che non hanno fatto se lo son dimenticato, senza rendersi conto – ed è grave per dei professionisti seri come loro – di bloccare, in tal modo, l’unico discorso critico possibile e necessario da fare sul copione: l’avere, cioè, assunto fino al plagio – “je prend mon bien ou je le trouve!” – i lazzi all’improvviso della Commedia dell’Arte, nonché i moduli e i tipi della commedia classica, ed averli trascesi, quando non trasfigurati, mettendoli per iscritto, col fissarli in un inconfondibile linguaggio comico di originalità e potenza personali fino  allora inaudite; il quale, perfezionato, approfondito, arricchito, ma sostanzialmente già definito nelle sue più significative scansioni, sarà lo stesso anche delle supreme opere future.
Quando – esempio tra un’infinità, rispecchiati da segni fonici e gestuali della stessa qualità – nella traduzione abbondano frange facete del genere: “Va, comprale un rubino… no, un rubino non posso; un rubinetto” –  nella migliore delle ipotesi si spalancano le porte dello Smeraldo per far entrare la festa delle matricole. Tra gli sfacciati partecipi alla sarabanda, si son dati da fare fino ai limiti dell’infarto: il bravo Piero Mazzarella, anche vestito da donna, con tre gambe: due sue e una di legno; l’inesausto Alarico Salaroli che avrei voluto un po’ più losco, il baggeo Enrico Carabelli; il Bondini, la Guerritore, la Minelli, il Barcellini, il Logli, il De Monticelli; e per i couplets umoristici e l’ingabbiatura musicale, naturalmente l’ineluttabile Gino Negri.

   
© Sipario 2011