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Ospite inatteso (L')
L'ospite inattesodi Tom McCarthy
con Richard Jenkins, Hiam Abbass, Haaz Sleiman, Danai Gurira
 
Panorama, n. 52 2008

Così cambia una vita grigia

Inatteso per intensità e bellezza il film di Tom McCarthy, piccola scoperta in grado di ravvivare la povertà di questo cinenatale. Storia tesa, sommessa, in mezzi toni: un professore universitario rimasto vedovo e demotivato ritorna per lavoro nel suo appartamento a New York e lo scopre occupato da due giovani fidanzati, un siriano e un'africana, privi di permesso di soggiorno. A sorpresa, la vita grigia di Walter prende un altro corso: Tarek gli insegna a battere il jambèè sulle tracce del leggendario Fela Kuti e il professore scorda i tentativi falliti con il pianoforte abbracciando le percussioni e il ritmo. Così, quando il giovane arabo viene arrestato innocente in metropolitana e deportato in una prigione speciale in vista dell'espulsione, il professore abbandona la vita precedente e si dedica interamente a Tarek e alla madre di lui, sbarcata all'improvviso a New York. Operetta morale (e niente lieto fine) nell'onda multietnica post Obama annunciata da The Millionaire. Un film accorato, ma privo di retorica e ghirigori, almeno sino a quell'esplosione di nervi contro la fredda burocrazia dell'impiegato dell'immigrazione che alle domande del professore risponde glaciale: «Si allontani dal vetro. Si allontani dal vetro. Per l'ultima volta: si allontani dal vetro...». Speciale bonus: Richard Jenkins che ci regala una delle più grandi interpretazioni dell'anno.

Piera Detassis

 
Corriere della Sera, 5 dicembre 2008

Se l' amico è un siriano

Esistono film-Davide e film-Golia. Questi ultimi sono le superproduzioni, i blockbusters che spendono in pubblicità più di quanto sono costati e ammiccano da tutti i manifesti, giornali e tv. I Davide sono i film piccoli, fatti con pochi soldi, che per forza propria si assicurano un durevole spazio nella memoria senza clamori a pagamento. Rientrano in tale categoria i classici del neorealismo italiano, le scoperte della Nouvelle Vague, gli esordi di Ferreri e Olmi, le sortite di Cassavetes e altri americani indipendenti. Tutte imprese di stazza orgogliosamente inferiore, il cui segno incide più di molte roboanti chiamate cadute presto nell' oblio. A tale schiera, che recuperando una remota espressione dagli scritti musicali di Schumann potremmo chiamare dei «seguaci di Davide», appartiene certo L' ospite inatteso: tenuto a battesimo dal Sundance e vincitore a Deauville sempre in virtù della qualità. Saldamente poggiato sulle robuste spalle di Richard Jenkins, attore con splendidi precedenti teatrali che il cinema si accontenta di usare come caratterista, il film scritto e diretto da Tom McCarthy presenta un uomo di mezza età insegnante di economia in un' università provinciale, disamorato della vita e con il bicchiere a portata di mano. Vani risultano i suoi tentativi di imparare a suonare il pianoforte in omaggio alla moglie scomparsa, che era una brava concertista. A spezzare la triste routine di Walter Vale interviene un viaggio di lavoro a New York, dove ha mantenuto, senza più utilizzarlo, un appartamento al Village che scopre occupato da una coppia di squatters: il siriano Tarek (Haaz Sleiman) con la compagna senegalese Zainab (Danai Gurira). Smaltito il primo scontro i due accettano di sloggiare, ma vedendoli spaesati Walter si rassegna a tenerseli per un pò. E subito Tarek incuriosisce il professore con i suoi esercizi di percussione sullo «jambè», che gli fa rimediare qualche soldo come ambulante, e si accinge a insegnarglielo. Pian piano Walter si concede tante passeggiate con il nuovo amico, mangia il kebab e partecipa suonando a certi collettivi che gli fanno recuperare un' inattesa pulsione di vita. Sostituendo l' impossibile ritorno del pianoforte, il tamburo risuona come una metafora della sopravvivenza al lutto. Il dramma scoppia quando Tarek viene arrestato perché senza documenti e rinchiuso fra altri 300 nel centro di detenzione di Queens. Toccato con mano il frutto avvelenato delle leggi emanate dopo l' 11 settembre, Walter ospita Mouna (Hiam Abbas, splendida attrice anche lei), la madre dello sventurato accorsa dalla Siria, si unisce al gruppo etnico degli stambureggiatori e perfino sostituisce Zainab quando deve assentarsi dalla bancarella dove vende ninnoli artigianali. Nello sforzo di rasserenare un pò le due donne in ambasce, l' amico americano le asseconda nell' ingenuo svago di andare su e giù gratis sul traghetto di Ellis Island, all' ombra di quella Statua della Libertà simbolo di valori ben lontani dalla cieca xenofobia dell' amministrazione Bush. A sorpresa, infine, Walter realizza il sogno di Mouna di vedere a Broadway Il fantasma dell' opera e nel corso della serata si capisce che fra i due potrebbe nascere qualcosa di più. Ma il film è troppo serio per scivolare su un finale consolatorio... Alla sincerità che McCarthy sa unire a un talento di osservatore della realtà e direttore di attori, bisogna rispondere adeguatamente. Siamo di fronte, rara avis, a un bel film che fa del bene. Ti insegna ad accettare l' «ospite inatteso» anche quando è profondamente diverso; e chiamiamolo pure «abbronzato», secondo la nota espressione del Cavaliere. Un tipico film-Davide che pur maneggiando la fionda del messaggio politico non trascura di impartire un augurio esistenziale: possa il ritmo vitale dello jambè rimettere la tua anima in movimento facendo balenare due soldi di speranza.

Tullio Kezich

 
Il Giornale, 12 dicembre 2008

Solidarietà antirazzista a New York

Toccante, tenero dramma sull'amicizia, che si scaglia con furore, temperato dal sarcasmo, contro l'ottusità delle leggi sull'immigrazione, amplificata dalla fobia anti-araba del dopo 11 settembre. Protagonista di L'ospite inatteso è lo scostante Walter, prof universitario di economia, che tornando dopo anni nella sua casa newyorchese, la trova occupata da una coppia di immigrati, siriano lui, senegalese lei. Quando il ragazzo è arrestato, il docente, che dall'ospite ha imparato a suonare il tamburo, si batte per scarcerarlo. Un gran bel film con un eccellente Richard Jenkins, catapultato a 54 anni dal purgatorio dei caratteristi all'olimpo dei divi.
voto: 7,5

Massimo Bertarelli

 
Il Mattino, 13 dicembre 2008

A lezione di tolleranza

Si possono raccontare l'intolleranza, il disagio, la resistenza all'integrazione dell'America del dopo 11 settembre, senza ricorrere alle denunce urlate, agli scenari bellici, all'incubo terroristico. È ciò che ha fatto Thomas McCarthy con «L'ospite inatteso», lavorando su una struttura piacevolmente teatrale, una messa in scena sobria, una regia sorvegliata, ed efficaci sfumature drammaturgiche. Protagonisti di un incontro tra generazioni diverse sono l'anziano professore vedovo Walter Vale (Richard Jenkins, nella foto) e due giovani immigrati palestinesi. Quando torna a New York per un congresso, il docente trova nel suo appartamento del Greenwich Village Tarek e Zainab, che lo hanno preso in affitto. Dopo l'iniziale reciproca diffidenza, nasce un'amicizia cementata dalla passione per la musica: Tarek è un percussionista jazz e la moglie di Walter suonava il piano. Il rapporto diventa più profondo quando il giovane viene arrestato ed entra in scena sua madre... Negli Stati Uniti della tolleranza zero e della paranoia della sicurezza nazionale, McCarthy con sguardo lucido e spietato e il giusto dosaggio di emozioni costruisce un'edificante storia di tolleranza.

Alberto Castellano

 
Corriere della Sera, 12 dicembre 2008

Tolleranza razziale a suon di tamburi

La fortuna di Richard Jenkins, fantastico, finissimo attore, professore universitario quasi pensionato, è di trovare nel suo appartamento a New York una coppia di immigrati, lui un siriano e lei senegalese. Invece di cacciarli, fa amicizia e coltiva perfino l'arte della percussione, al tamburo: quando il ragazzo viene arrestato, s'adopererà per confortarlo e ci sarà anche un tentativo sentimentale, complice Il fantasma dell'opera, con la mamma venuta dalla Siria. È la morale di aggiungi un posto a tavola aggiornata alle velenose leggi di Bush dopo l'11 settembre: in questo senso McCarthy tocca con mano la delusione americana e ci insegna con sottili tocchi etnici, da un Lévi Strauss di stanza a New York, l'arte della tolleranza, che può passare anche attraverso il rullo di un tamburo. Sono gli incastri affettivi a sedurre e Hiam Abbas, nel ruolo della madre, è una presenza quasi magica.

VOTO: 8
Maurizio Porro

 
Il Messaggero, 5 dicembre 2008

L'America del dopo 11 settembre
come non era mai stata raccontata

Prima di bere la cicuta Socrate chiese di provare a suonare il flauto. Il professor Vale, maturo docente di economia nel Connecticut, vuole iniziarsi al tamburo africano. Non perché stia per morire, ma perché una vera vita non ce l'ha più da tempo. È vedovo, solo, insegna cose che non lo interessano da un'eternità, insomma tira avanti. Finché una sera, tornando dopo anni nel suo pied-à-terre newyorkese, lo trova abitato da una giovane coppia di immigrati illegali, il siriano Tarek e la senegalese Zainab. Chiunque altro chiamerebbe la polizia. Il professor Vale è così educato che se qualcuno legge una lettera in sua presenza, si volta per non spiare le sue emozioni.
Così, anziché cacciarli, stringe con loro un'insolita quanto profonda amicizia. Che proseguirà anche quando Tarek, dopo avergli impartito i primi rudimenti di tamburo, finisce in un carcere per clandestini. Il resto conviene scoprirlo al cinema, ma se vedete un solo film americano in un anno questo potrebbe essere quello giusto. Mai visto in effetti gli Usa lacerati del dopo 11/9 rappresentati con tanta quieta drammaticità. Ogni gesto, ogni dettaglio, ogni parola detta o taciuta, urlata o bisbigliata, compone il quadro di un paese (e di un'anima) lacerata. Letteralmente incarnato dal prodigioso Jenkins, l'ingessato professor Vale, personaggio magnifico, porta su di sé tutto ciò che il resto del cinema Usa nega o rimuove. Lo strazio, il dolore, ma anche il desiderio e il piacere che può darci l'altro, il diverso. E la rabbia e l'infelicità che provoca la repressione. Tutto con un pugno di personaggi e di ambienti. Chapeau!

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011