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Spazio bianco (Lo)
di Francesca Comencini
con Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Guido Caprino, Salvatore Cantalupo
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Panorama, n. 43 2009
La maternità s’impara
Maria, quarant’anni, colta, single, con amori di poche sere, insegna agli anziani e agli immigrati, veste un po’ così , parla nervosa, sempre un po’ arrabbiata, brusca e fragile in una Napoli sfatta. Da sola fa una figlia, Irene, e si ritrova in uno spazio bianco, una sospensione, ad aspettare che nasca, perché la piccola, prematura, è nell’incubatrice e bisogna capire se ce la farà, un giorno, a respirare da sola senza l’aiuto delle macchine cui è attaccata. Proprio come Maria, alla ricerca di quella parte intima, affettiva, relazionale che finora le è sfuggita o ha sfuggito. Dal romanzo di Valeria Parcella, Francesca Comencini trae un film insolito, pieno di spigoli e di limatura, sporco nell’immagine, con qualche confusione temporale e ingenuità che spiazzano, ma anche con la capacità di raccontare sottotraccia la confusione sentimentale e la fatica persistente di essere donna libera. Di bello, nel film, c’è che la maternità è un dono, sì, ma per niente naturale e scontato, tutto da apprendere. Di straordinario c’è la perfetta sintonia tra lo stile fratto del film e la recitazione sottile, rabbiosa, che si inarca tra bassi e acuti, di Margherita Buy, ogni minimo gesto, ogni minimo scarto, cesellato fino all’assoluto naturale.
Piera Detassis
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Il Messaggero, 16 ottobre 2009
Buy, così rinasce una madre
Una donna sola, per scelta, per indipendenza, per orgoglio, resta incinta di un nuovo amore, decide di tenere la bambina anche se lui ha già figli e la lascia, perché vista l’età potrebbe essere la sua ultima occasione e perché tanta solitudine forse inizia a pesarle. Poi ha un parto prematuro, la bambina viene messa in incubatrice, non si sa se sopravviverà né in che condizioni, si può solo aspettare e sperare. Così questa donna colta, battagliera, benestante e talvolta scostante, fiera del proprio lavoro in una città non facile come Napoli (insegna italiano a studenti-lavoratori), passa vari mesi sospesa in uno strano limbo, strappata alla sua routine, immersa nelle luci artificiali e nel gergo dei medici, costretta a reggere l’urto di un’angoscia senza rimedio insieme a persone cui nulla la unisce se non quella condizione assurda. Anche se proprio in questi mesi di “vuoto” scoprirà tempi e modi e rapporti personali di una ricchezza e una varietà mai sospettata prima.
Tratto dal bel romanzo di Valeria Parrella (Einaudi), Lo spazio bianco di Francesca Comencini poteva cadere nel sociologico o nel dimostrativo. Invece una regia attentissima e inventiva, il montaggio che accelera e rallenta, sottolinea e nasconde creando continuamente pieni e vuoti, una Margherita Buy indurita e molto efficace, come tutto il cast, ci danno un quadro fedele, palpitante e come in soggettiva della “società liquida” in cui viviamo e di quell’incrinatura forse irrimediabile nei rapporti fra i sessi che è fra i dati più vistosi dei nostri anni. Con episodi allarmanti (l’irruzione della polizia in sala parto per rianimare a forza un feto abortito oltre i termini di legge) e impennate poetiche (la seduta di musicoterapia, con quelle puerpere così diverse riunite in una specie di danza) che allargano il campo e danno a ogni cosa un peso e un rilievo speciali. Come se il punto di vista femminile non coincidesse solo con la maternità ma con una visione più acuta e dolorosa dei torti, delle disparità sociali, della segregazione in agguato dietro un gesto, un’abitudine, una frase. E a forza di esporsi e andare verso gli altri, Maria/Margherita Buy si imbattesse in un’altra se stessa. Scrutata dalla Comencini con lo sguardo complice e insieme intransigente che si riserva alle compagne o alle sorelle. Sullo sfondo di una Napoli quasi astratta che è uno dei dati più significativi di un film forte, azzardato, personale, da vedere e rivedere.
Fabio Ferzetti
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