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Scafandro e
la farfalla (Lo)
di
Julian Schnabel
con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner (Francia, 2006)
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Il Manifesto, 22 febbraio 2008
Le infermiere nella corsia
di «ciglia danzante»
Alto il quoziente di difficoltà di questo nuovo progetto,
set francese, di Julian Schnabel, artista Usa prestato al grande
schermo da qualche anno. Un ictus paralizza i mille muscoli
del corpo protagonista, lasciando libertà di espressione
a una sola ciglia. Ma quella ciglia basta e avanza a Mathieu
Amalric se non per candidarsi all'Oscar della migliore interpretazione
dell'anno, per sprigionare coreografie erotiche. In fondo sempre
ciglia di un direttore di Vogue sono. Sono sicuro che questo
eroe, meglio se da compatire e compiangere, di Lo scafandro
e la farfalla (coproduzione Usa-Francia), immobilizzato dopo
un tipo di infarto raro e sfortunato che scollega cervello
e spina dorsale, e lo rende palombaro impigliato, e che può muovere
solo quel piccolo pezzo di occhio (sarà la sua farfalla)
per comunicare (anche se scriverà, molto lentamente,
il suo ultimo libro autobiografico, con laboriosa tecnica s.o.s.,
prima di morire), avrebbe molto amato, in dvd, questo film
che tratta l'immaginazione come un fuoco d'artificio, e l'inconscio
come un perenne laboratorio concettuale di visioni.
Mentre intorno è delirante la performance femminile.
Lui odia i maschi: in una scena chiave, un infermiere maledetto
gli spegne il televisore dell'ospedale proprio mentre si gode
un match francese di football. Lui è perennemente circondato,
coccolato, aiutato e adorato, invece, da infermiere, fisioterapiste,
moglie e segretaria editoriale, una più bella e sexy
dell'altra, apoteosi della donna sottomessa, perfino nel più radicale
degli esodi... Mentre il ciglio danzante seduce, Schnabel,
cui è stato commissionato il progetto (tratto dal romanzo
di Jean-Dominique Bauby) ci mette tutta la sua perfida conoscenza
degli ambienti intellettuali à la page. E descrive la
sua cavia come un «vincente», cieco di spirito,
mai malato in vita sua, che si autosmaschera perché è l'unico
gioco divertente da fare, ormai, in certe situazioni. Facendo
del punto di vista di Amalric, e del battito di ciglia, anche
la metafora, non profonda, del cinema come morte al lavoro
della retina.
Roberto Silvestri
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La Repubblica, 15 febbraio
2008
Se un ciglio diventa farfalla
l'intensità di una storia vera
Almeno quanto il tema di "Lontano da lei" (vedi
questa stessa pagina), il soggetto dello Scafandro e la farfalla
era da affrontare con le precauzioni con cui si avvicina un
serpente velenoso. Figurarsi: la storia (vera) di un quarantenne
- Jean-Dominique Bauby, caporedattore della rivista Elle -
colpito da una malattia che lo rese ostaggio del proprio corpo,
del tutto paralizzato salvo un occhio. La cosa prodigiosa è che
sia riuscito, anche così, a scrivere la propria biografia;
dettandola, lettera dopo lettera, con i battiti della palpebra.
Ma è sorprendente anche la capacità di Julian
Schnabel, artista prestato (felicemente) al cinema, di trarre
dall'insidiosa materia un film coinvolgente e intenso; che
ti mette ansia ma poi, in qualche modo, la sublima e ti rasserena.
Nei primi minuti, Schnabel ricorre alla soggettiva: la figura
del film in cui, virtualmente, l'obiettivo coincide con l'occhio
di un personaggio. In quei minuti, noi "siamo" Jean-Do,
ci risvegliamo con lui dal coma, entriamo nel mondo parallelo
di un uomo imprigionato in uno scafandro (il corpo), che impara
a evaderne con la farfalla del proprio ciglio. Anche se l'evasione,
in flashback, non potrà avere la stessa intensità del
resto.
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Il Mattino, 16 febbraio 2008
L'uomo che sopravvisse anche all'inferno
Murato vivo: ecco il dramma vissuto (purtroppo nella realtà)
dal brillante giornalista francese Jean-Dominique Bauby, colpito
a quarantuno anni da una rara sindrome cerebrale che lo rese
sino alla morte completamente paralizzato benché cosciente.
Il multiforme artista americano Julian Schnabel ne ha tratto
il suo terzo film, «Lo scafandro e la farfalla»,
giustamente premiato all'ultimo festival di Cannes per la sua
atroce forza emotiva. Pur potendo comunicare solo grazie al
battito di un'unica palpebra, Bauby (strepitosamente impersonato
da Mathieu Amalric) riesce, infatti, a descrivere il proprio
calvario in un libro/diario pazientemente trascritto da un'infermiera:
peccato che Schnabel, indeciso tra il sincero rispetto e le
esigenze drammaturgiche, finisca ogni tanto con l'indulgere
a preziosismi finto-sperimentali che penalizzano l'immersione
nell'esilio interiore e le derive mentali dello sventurato
protagonista. A parte questa pecca, il film riesce nell'intento
principale, quello di evitare ogni pietismo funereo e -dando
spazio agli svariati personaggi che s'alternano al suo capezzale-
di "materializzare" l'impagabile sforzo di memoria
e immaginazione che sprona l'infermo a trovare senso, energia
e rabbia per continuare nonostante tutto a sopravvivere. Come
evidenzia la magistrale ripresa in soggettiva dell'inizio,
che riproduce il risveglio dal coma con un'impressionistica,
estrosa e ammaliante sinfonia di colori sfocati, suoni ovattati
ed echi dei pensieri lucidi e intensi affioranti dal corpo
condannato all'immobilità perpetua. La macchina da presa
sembra fondersi davvero con l'occhio del protagonista, in un
percorso assimilabile senza forzature allo stile visionario
dello stesso Schnabel.
Valerio Caprara
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Il Giornale, 15 febbraio 2008
Soltanto il movimento di una palpebra per sentirsi vivi anche durante l'agonia
I film penitenziali, mostrando malati inguaribili, sono la forma attuale
del «memento mori». In un'epoca secolarizzata, più che
al pentimento, però, inducono alla profilassi, specie se le patologie
sono le più note. Non lo è quella dello Scafandro e la farfalla
di Julian Schnabel, che somiglia a un ictus. Undici anni fa essa colpì il
quarantenne direttore della rivista francese Elle, Jean-Dominic Bauby, lasciandogli
quattordici mesi d'agonia, il tempo per dettare in codice Morse - battendo
una palpebra, unica parte del corpo che controllasse - il libro dal quale
il pittore-regista Schnabel (Basquiat, Prima che sia notte) ha tratto questo
film talora innovativo del filone ospedaliero. Ben interpretato da Mathieu
Amalric, premiato all'ultimo Festival di Cannes, Lo scafandro e la farfalla
vi varrà come fioretto, se non fate volontariato.
Maurizio Cabona
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