Quel bandito è una star
Ipnotizza anche il regista
Da bandito a star. Da pericolo pubblico a pubblico provocatore. Da rapinatore a divo, vezzeggiato da stampa e tv. Con tanto di interviste-scandalo tutte istrionismo e sparate stile fine anni 70 («Volete le Brigate Rosse in Francia? Andrò a farmi addestrare dai palestinesi se serve!»). Il secondo episodio di Nemico pubblico n° 1, il notevole dittico di Jean-François Richet sulle gesta e il mito del bandito Jacques Mesrine (leggi “Merìn”), evoca la maturità, per così dire, e la fine di questo piccolo borghese reduce dagli orrori della guerra d’Algeria che edificò la propria leggenda restando sulla cresta dell’onda per quasi vent’anni.
Si comincia con un totale dell’agguato e della morte, anzi dell’esecuzione, come già nel primo film. Si chiude, due ore dopo, con un primo piano di Cassel/Mesrine crivellato di colpi e letteralmente gocciolante sangue. Immagine forte che condensa il senso anche politico di un film provocatorio e selvaggio come il suo protagonista.
Mesrine era a suo modo un ribelle, suggeriscono Richet e lo sceneggiatore Abdel Aouf Dafri in L’ora della fuga. I suoi delitti, le sue clamorose evasioni, il suo rigido codice d’onore, la sua megalomania, la sua follia se vogliamo, sono la traduzione criminale di una rivolta che in quegli anni serpeggiava in varie forme nel libero e progredito Occidente. Naturalmente la rivolta è anche una maschera che il camaleontico Mesrine indossò con la disinvoltura con cui portava parrucchini e barbe finte. Ma il nucleo incandescente del suo percorso resta un gesto di rottura radicale con la società, le sue regole, le sue lusinghe. Arricchito da una ricerca di “pienezza” e da un gusto dandystico per la vita spericolata che ne fa un personaggio irricuperabile, certamente, ma straordinario.
Ed ecco le banche rapinate due alla volta. Ecco le reiterate e incredibili evasioni, le tirate in tribunale (al giudice che invoca la Legge mostra le chiavi delle sue manette, comprate per pochi soldi da un flic corrotto), e le bravate, i rimorchi lampo, le auto, il lusso, i gioielli. Ma anche la rabbia che gli fa scrivere un’autobiografia celebrativa e forse fantasiosa quando, all’ennesimo arresto, scopre che il giorno dopo la stampa parla solo del golpe in Cile e di un certo Pinochet...
Tutto sempre spettacolare, appassionante, perfino divertente, come no, con qualche salto nel puro orrore (come il giornalista-spia che lo attacca su Minute, foglio scandalistico di estrema destra, e viene rapito e pestato a morte, lasciando pure delle foto a testimoniare il massacro). Ma senza mai un dubbio (l’esecuzione finale andò proprio così?) o una sfumatura, e sempre lasciando l’epoca sullo sfondo (in tv si parla del rapimento Moro) per tenere in primo piano quel megalomane così cinegenico, con tutta la sua violenza. Un affresco troppo brillante, ben congegnato e ben girato, anche se senza originalità, per non sedurre. Ma a tratti davvero un po’ facile e ambiguo per convincere davvero.
Fabio Ferzetti