Opera da tre soldi (L')
di Bertolt Brecht
Berliner Ensemble
La Notte, 24 settembre 1968
Dicevo ieri, dopo il primo spettacolo del Berliner Ensemble, alla Fenice, che il maggior Brecht lo si incontra nei suoi grandi plagi. Nella biografia umana e poetica di questo autore, tanto più complesso e dottrinario quanto più esplicito e popolare vuol apparire – marcio di aristocratico intellettualismo nella sua buona fede di egualitario populista; e i marxisti autentici, coi russi in testa che, per certe cose, hanno l’odorato fino, ne hanno sempre diffidato – uno dei capitoli fondamentali dovrebbe essere quello del plagio. Plagio, ben inteso, non nel senso moderno, comodo e comune di pura e semplice appropriazione indebita e speculazione disinvolta di motivi e opere altrui; bensì nel senso dei classici, vale a dire di sostegno, chiarimento e ricreazione del proprio pensiero e della propria poesia; provvidenziale, nel caso particolare, ai fini di una sorta di autenticazione della sostanziale ambiguità, in molti casi spinta fino all’equivocità della sua più originale ispirazione di tipica marca parassitaria.
Il primo, più valido ed illustre dei suoi plagi è appunto L’opera da tre soldi, divenuta tanto nota e celebre da obliterare addirittura l’originario e non certo trascurabile dramma inglese dal quale è stata tratta, fino a far ingiustamente dimenticare chi ne era l’autore: John Gay, nemmeno mai più citato. Succedeva altrettanto con Shakespeare. Sì, succedeva altrettanto con Shakespeare, però… Come al solito, il processo di ricreazione nella simbiosi è avvenuto tramite il processo della metafora, abusato per quanto miracoloso motore di tutta l’ispirazione brechtiana. Ed è avvenuto tanto bene, calibrando così abilmente e, crepi l’avarizia, con tale sincera polivalenza della sua ambiguità, a non contare il concorso fortunato delle stupende e famose canzoni di Kurt Weill, elemento determinante di un ininterrotto successo che dura dal 1928, da costituire la testa d’ariete per penetrare nella cittadella dell’aborrito pubblico borghese, diventando, come si dice, un’opera di repertorio. Il che, me lo ammetterete, per un copione il quale si propone esplicitamente di dimostrare, attraverso la satira, le falsificazioni operate dal capitalismo in tutte le manifestazioni sociali, politiche, economiche, umane e morali della vita, è un bel caso. L’identificazione della società capitalistica con la teppa e la mafia dei ladri, dei grassatori, dei magnaccia, dei filibustieri e dei gangsters, è uno dei miti personali di Brecht, un vero automatismo monomaniaco. Ma qui l’allegoria è ancora abbastanza sfuggente da mantenere una sufficiente autonomia alla vicenda in sé, e, quindi, da poter venire trascurata.
E, tanto per dir tutto, dal punto di vista di codesta tortuosa finalità, ecco rivelarsi prezioso come non mai anche l’elemento dottrinario e strutturale della famigerata eticità, armata dall’altrettanto famigerato estraniamento. Escludere in qualche modo la demagogia – taccia esiziale per ogni poeta – offrendo allo spettatore un processo alla società e un’implicita esortazione alla rivolta, sottraendolo al piano emotivo dell’indignazione sentimentale collettiva, per consegnarlo a quello razionale della critica obiettiva personale, può offrire non pochi vantaggi. Gratta gratta, però, sempre demagogia è. Ma quel che è meglio da una parte, è, poi, peggio dall’altra: vuol dire, ancora una volta, la borghese fiducia nel vecchio individualismo. Ecco perché i marxisti al cento per cento hanno mille e una ragione di diffidare. L’ambiguità si morde la coda rivolgendosi contro sé stessa. E qui si aprirebbe l’affascinante discorso su quanto Brecht debba alla sua origine ebraica.
Se nel confronto con l’altra sera lo Stabile di Torino ha avuto molto da perdere, nel confronto con ieri sera, il Piccolo Teatro di Milano, limitatamente al piano della teatralità e della spettacolarità, ha avuto qualcosa da guadagnarci. Sgargiante, barocca, esorbitante fin che si vuole, L’opera da tre soldi all’italiana di Strehler possedeva una carica di fantasia, un estro inventivo che qui non ci sono. In compenso, questa edizione che, dicono, con poche varianti ripete la prima del 1928, curata come allora da Erich Engel, il più vecchio e fedele collaboratore del poeta, mancato nel marzo di quest’anno, non teme di rischiare una certa uniformità in nome di un’autenticità, una precisione, una minuzia, una penetrazione, una sottigliezza, una molteplicità di caratterizzazione e un sotterraneo livore, in un equilibrio quasi miracoloso, raccolti nelle scene e nei costumi di Karl von Appel, altrettanto pertinenti. Tre, almeno, dei quali, di altissima classe: lo straordinario Wolf Kaiser, distillato essenziale di una canagliesca verità, la minuta e straordinaria Cristina Gloger, una vocettina, quando canta, ma penetrante come il laser, e la ammirevole Gisela May. Gli altri, trentasette, dai maggiori fino alle più trascurabili comparse, tutti ad un livello adeguato ed è un livello non comune. Stasera sarà la volta dell’appropriazione brechtiana del Coriolano di Shakespeare, un ulteriore caso di parassitismo, questa volta ad armi impari. Il bardo lo si dà a nove contro uno. |