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Opera da tre soldi (L')
di Bertolt Brecht
al Piccolo Teatro
regia Giorgio Strehler
scenografia di Ezio Frigerio
con Giulia Lazzarini, Valentina Cortese, Gianrico Tedeschi, Carotenuto, Buazzelli, Milva, Domenico Modugno
La Notte, 2 aprile 1973

E qualora, adesso, astraendo dei meriti dello spettacolo, per esempio cedessi alla tentazione e commettessi l’imprudenza di asserire che se l’Opera da tre soldi presenta ancora dell’interesse e sta in piedi, per quello che sta in piedi, lo deve per due terzi e più alle stupende musiche di Kurt Weill, e solamente per un terzo e meno al senescente testo di Brecht: se cedessi, dico, a codesta tentazione, cosa credete che potrebbe succedermi? Minimo, mi diceva Renzo Ricci, seduto, ieri sera, dietro di me, al Piccolo Teatro, venir proscritto com nemico della patria. Bene, io la rischio ugualmente; e se, domattina, doveste leggere sul giornale, che, davanti all’uscio della mia casa, sono scoppiate un paio di bottiglie molotov, sapreste cosa pensare.
D’altra parte, cos’è che non invecchia? Diventa bianca persino la barba del padreterno. Figurarsi se non si logorano le unghie di un copione in quasi mezzo secolo, quarantacinque anni precisamente, dacché – più di 2.000 repliche! – il 31 agosto 1928, con quel caldo, fu lanciato, come un cane mastino, ad azzannare le carni dei ben pasciuti tedeschi bravagente.
Siamo obiettivi: con ciò che ha visto e che s’è sentita dire, e con tutti i rospi che ha dovuto mandar giù durante questi anni, che effetto volete che possa ancora fare, oggi, alla povera, strapazzata borghesia vedersi identificata coi profittatori, i ladri e i grassatori di mezza tacca, i solerti lavoratori del “piede di porco” che frequentano una macroscopica e interminabile quanto semplicistica metafora della società; teutonicamente iterativa e pignolesca e, per giunta, scaltramente temperata da una comicità accattivante, incapace di frenare un riverbero di simpatia su quei piacevoli e, in fondo, abbastanza candidi gaglioffi, entusiasti del loro piccolo cabotaggio artigiano: con il risultato di disinnescare, nel riso, la miccia. Ed è il più cospicuo esempio della connaturale ambiguità brechtiana, non capisci mai bene se strumentalizzata o sincera; probabilmente entrambe ad un tempo; ragione principale, presumesi, della mai del tutto vinta diffidenza dimostratagli dai marxisti di stretta osservanza.
Men che meno, e con ragione, questi ultimi, possono accontentarsi – oggi! – di una satira sociale di codesto genere e di codesto tono, intesa a denunciare la sopraffazione del capitale, lo sfruttamento del proletariato, la collusione tra la politica, la polizia e via discorrendo. Un’occhiata in casa nostra, per piacere: con quel che succede nei partiti, nei cosiddetti enti pubblici, nel governo, nelle varie mafie e ultimamente persino nelle cornette dei nostri telefoni… ma che scherziamo? Tanto che faccia, il copione di Brecht non va oltre un buffetto su una guancia, eredità dei tempi arcadici. E questo fu anche il dubbio dello stesso Brecht fin dalla riproposta del 1956.
Tutta la indignazione morale, la rabbia eversiva, rimangono confinate alle canzoni, alle ballate, ai cori: alle musiche di Weill, ancora tanto provocantemente moderne. Ma, si osserverà, le parole, per quelle musiche, le ha pur scritte Brecht. Sì e no. Per buona parte, esse sono traduzioni alla lettera di versi di François Villon; e quando non sono traduzioni ne sono fedeli parafrasi: polvere pirica ancora intatta di cinque secoli fa! E chi ne dubitasse è pregato di prendersi il disturbo di verificare.
Nessuna sorpresa; parente, in ciò, dei classici, come Molière, Brecht prendeva il proprio capitale dove lo trovava; né, bisogna riconoscerlo, lo nascondeva: il plagio faceva parte essenziale della sua poetica. Pirandello ripeteva che i fatti puri e semplici sono dei sacchi vuoti il cui star in piedi dipende da ciò che uno mette dentro: vero anche se piuttosto comodo. E a questo punto, se al lunedì, i ludi dello sport non si mangiassero la più gran parte del giornale, sarebbe il caso di approfondire un po’ una faccenda sulla quale si è sempre preferito sorvolare. Vale a dire cosa come e quanto debba L’opera da tre soldi all’Opera del mendicante di John Gay con musiche, non meno significanti di quelle di Weill, che aveva spopolato a Londra, esattamente due secoli prima, nel 1728. Gli deve moltissimo, assai ma assai più di quanto comunemente si creda. Come vicenda l’una è esattamente sovrapponibile all’altra; e, quanto al resto, se tutti sanno che il modello è nato come parodia del melodramma all’taliana, del Settecento, pochissimi sono informati che esso è anche una satira al vetriolo della società del tempo, con personaggi addirittura a chiave, incredibilmente, temeraria per l’epoca onde apparve; e anche qui una verifica diretta è in grado di aprire gli occhi. Allora? Allora... Allora, se ciò sta a testimoniare una, diciamo, disinvoltura eccessiva dell’autore e una miope complicità dei suoi figli d’anima freudianamente alla ricerca anelante di una “sudditanza paterna” – il programma di sala si rivela pateticamente fin troppo rivelatore in tal senso – nulla toglie, anzi, semmai, qualcosa aggiunge a Brecht come fondamentale talento teatrale dotato, nel rigorismo dottrinario, di uno spericolato quanto provvidenziale correttivo empirico.
Pur non condividendo i deliri paranoici correnti, trovo che lo spettacolo appartiene agli ottimi del Piccolo Teatro. Esso risulta genialmente e giustamente calibrato come un originale music-hall, con le radici nel cabaret e svettante nel melodramma; e questo se è un modo persuasivo e rigoroso di fare del teatro “all’italiana”; non lo scempio scatologico compiuto, sere fa, altrove, sul corpo di Shakespeare. Stavolta, Strehler ha versato parecchia acqua su quell’ “estraniamento” a oltranza che lo ebbe intransigente sicofante, e costituì l’incubo di altri suoi spettaoli brechtiani.
Molto opportunamente, e, oserei dire con più preciso ed efficace risultato, egli lo ha demandato non più alla recitazione, bensì a una “passerella” da varietà e a due enormi ruote illuminate e ruotanti nei momenti opportuni, sullo sfondo di un muro cupo e tristo, facente parte, come i disperati costumi, sbrendoli e sgargianti, della aspra scenografia di Ezio Frigerio.
Più trattenuto, rigoroso e severo, lo spettacolo odierno, dei tre precedenti di tanti anni fa; ma anche, dico ciò che penso, meno pittoresco, arioso e vario; di minor giovanile felicità e libera fantasia: non impunemente ci si mette, e ci si rimette, in competizione con sé stessi. Una cosa vi posso, però, onestamente, garantire; esso è, inequivocabilmente, superiore all’edizione del Berliner Ensemble - , forse non nei singoli interpreti, certo nell’insieme – e  scusate se è poco.

In tema di interpreti, lasciatemi mettere in testa a tutti la miracolosa Giulia Lazzarini. Che attrice! Ma rendetevene conto! La grazia della sua perfidia, l’infantile innocenza della sua malizia, l’incanto trasognato della sua carogneria, l’arcana cantabilità del suo non saper cantare! Che interprete ideale sarebbe stata della Santa Giovanna dei Macelli. A proposito, fate caso solamente a quali sottili eleganze d’ironia riesce a pervenire parodiando impercettibilmente i borellismi della floreale Valentina Cortese. Solo non poco più sinistro avrei voluto l’eccellente, esilarante Gianrico Tedeschi che sostiene vittoriosamente il confronto coi precedenti titolari del suo personaggio: Carotenuto e Buazzelli. Con quella sua voce penetrante come una spada e quella figura lugubre, nera come un cupo destino segnato, Milva schiaccia letteralmente lo spettatore; davvero una presenza inquietante. Il cinismo e la cattiveria sono come il coraggio per Don Abbondio: se uno non ce li ha, non se li può dare; e così, Domenico Modugno recita e canta superficialmente assai bene, un mascalzone spensierato, fondamentalmente recuperabile, in altri termini, anche se fa la faccia feroce. Umoristicamente emotiva l’efferatezza professionale di Gianni Agus. La Innocenti fa una fin troppo marcata, grottesca, sordida e ribellistica caricatura; la Ambesi è una butirrosa Jean Harlow al platino (lo spettacolo è postdatato al 1929, gli anni della grande crisi economica, in America), il Dettori è di un sarcasmo teso e nevrotico; ogni altro, a cominciare dal Grechi, fa il proprio dovere. Altrettanto dicasi degli spettatori che, al solito, vanno a letto con le mani stracche morte dall’applaudire.
   
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