Lohengrin è l’opera di Wagner che
in Italia è stata fatta passare per italianizzante.
Così venne giudicata dal 1871 quando venne data
per la prima volta a Bologna, quando già esistevano Tristano
e Isotta e I Maestri cantori. Per Lohengrin si
instaurò allora una tradizione esecutiva che i nostalgici
della lirica che fu ricordano affettuosamente. Traduzione
italiana a base di “cigno gentil” e “cigno
d’amor”, mentre la fonetica della nostra lingua,
piena di vocali, porta gli interpreti ad allungare i suoni,
alla faccia del rapporto suono-parola che in tedesco suona
irto di consonanti. A non voler parlare dei tagli smisurati
fatti per non annoiare il nostro pubblico superficiale
che, dicono le cronache, pretese alla Scala (1873) l’interpolazione
del ballo Le due gemelle del meno impegnativo
Ponchielli. Il Lohengrin italiano è un fatto storico,
oggi da dimenticare. Così, per intero e ovviamente
in tedesco, lo riporta oggi alla Scala Daniele Gatti dopo
dimenticate edizioni di Karajan e Abbado. Gatti sostiene
il discorso con felice risalto della bellezza dei temi
che sappiamo essere accattivanti oltre che memorizzabili,
senza per questo indugiare a delibali, anzi con una fluidità discorsiva
priva di cadute. Una grande lezione in una grandissima
esecuzione orchestrale e corale (maestro Bruno Casoni).
Di grande espressione Robert Dean-Smith, un Lohengrin piccolettoe
di nessuna imponenza e senza il fiero metallo, forse non
del tutto convincente per alcuni; ma per tecnica e dolcissimi
fraseggi un Lohengrin straordinario e spesso emozionante.
Il resto della compagnia, ad eccezione della superba Waltraut
Meyer, pur senza picchi supremi è stato degno dell’insieme.
Ma ecco a placare i nostri entusiasmi la parte visiva.
Abbastanza suggestiva la scenografia con muri sghembi,
anfiteatro e gradinate, ben valorizzata dalle luci. Ma
del tutto incomprensibili i costumi che com’è ormai
d’uso non seguivano il libretto. Alcuni coristi erano
vestiti da guerrieri di fantasia mentre altri del coro
pareva fossero andati in scena con i vestiti che avevano
a casa loro. Il significato non si è capito ma il
regista ha dichiarato che voleva essere un’interpretazione
onirica e psicanalitica. Parole che suonano bene, fanno
cultura, ma che non hanno impedito i rumorosi dissensi
alla fine da parte del pubblico. Proprio in questi giorni
si è celebrato il cinquantenario della morte di
Toscanini. No riusciamo a pensare cosa avrebbe detto il
Maestro dei registi di oggi.
Mariella Busnelli