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L'Italiana
in Algeri
Musica: Gioachino Rossini
Libretto: Angelo Anelli
secondo le fonti della prima ripresa autentica dell'opera
(Vicenza, Teatro Eretenio, agosto 1813)
maestro concertatore e direttore: Giovanni Battista Rigon
Orchestra Filarmonia Veneta “G. F.Malipiero”
Schola San Rocco (maestro del coro Francesco Erle)
regia: Damiano Michieletto
con Lorenzo Regazzo / Luca Dall'Amico, Maria Laura Martorana, Chiara Fracasso
/ Takako Horaguchi, Luca Dall'Amico / Alberto Zanetti, Nicola Amodio, Enkelejda
Shkosa / Chiara Fracasso, Andrea Zaupa
Vicenza, Teatro Olimpico, 1, 3, 5 giugno 2007
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Il
Giornale di Vicenza,
3 giugno 2007
Rigon all'Olimpico si consacra direttore rossiniano.
Proposto nella "versione vicentina", con la
Cavatina scritta appositamente per l'esecuzione all'Eretenio
dell'agosto 1813, il capolavoro del pesarese ha inaugurato
fra le ovazioni il festival. Regazzo maiuscolo protagonista
vocale.Nell'estate del 1813 Vicenza era attraversata da
incessanti e rovinosi movimenti di truppe, preludio alla
disfatta napoleonica di Lipsia dell'autunno.
Il tempo era infame: piogge continue e temperatura mai
sopra i 20 gradi almeno fino all'inizio di agosto, secondo
le annotazioni del conte Arnaldo Tornieri Arnaldi, il cui
prezioso e spesso interessante Diario manoscritto, conservato
in Bertoliana, meriterebbe la pubblicazione in edizione
critica.
In questa situazione, al nobile vicentino appassionato
di archeologia e poesia - che pure non disdegnava i fatti
teatrali ed era attento seppur critico nei confronti del
divismo operistico imperante - sfuggì l'evento accaduto
poco prima della Fiera di settembre all'Eretenio, quando
andò in scena L'italiana in Algeri, l'ultimissima
opera del geniale giovanotto di Pesaro Gioachino Rossini
(allora ventunenne), appena poche settimane dopo il debutto
assoluto di Venezia.
Forse le bizze del tempo, certo perniciose per l'ugola
di una cantante, non furono estranee alla decisione della
primadonna Maria Marcolini di cantare un'Aria di sortita
diversa da quella originariamente creata dal compositore,
meno "dispendiosa" tecnicamente e soprattutto
più "facile" per le sue caratteristiche
vocali, appositamente commissionata a Rossini. In ogni
caso, il successo fu clamoroso ugualmente, com'era stato
del resto anche a Venezia, ma quella Cavatina finì negli
archivi e non entrò mai nella
consuetudine esecutiva, né allora né ai tempi
nostri, in piena Rossini-Renaissance, salvo finire in appendice
all'edizione critica (e in appendice all'ormai rara edizione
discografica diretta più di vent'anni fa da Claudio
Scimone con Marilyn Horne).
L'altra sera all'Olimpico - per l'inaugurazione delle Settimane
Musicali - la versione vicentina del primo grande capolavoro
buffo di Rossini è tornata anche in scena grazie
all'idea di Giovanni Battista Rigon, sempre attento a cercare
le rarità che sono l'indispensabile "sale" di
un festival che davvero voglia definirsi tale. Si è avuta
così una edizione dell'Italiana singolare ma ugualmente
significativa, anche perché al di là della
sua particolarità storico-musicologica (che in fondo
riguarda solo un passo del
primo atto e pochi altri passaggi) l'esecuzione si è rivelata
di magnifico risalto, limpida e accattivante, nell'insieme
omogenea dal punto di vista vocale. Un risultato che non è facile
trovare neanche in produzioni ben più titolate e.
danarose.
Il debutto rossiniano del direttore Titta Rigon è anche
una consacrazione: la sua interpretazione, fin dalla Sinfonia,
scandisce i tempi con strette fulminee e una tensione incessante,
incisiva, plastica. Il brillante domina, ma la meditata
musicalità del maestro vicentino impedisce ogni
superficialità come dimostra la sottile attenzione
ai colori, l'articolata espressività del fraseggio
che Rigon ottiene dall'orchestra Filarmonia Veneta trascinandola
a pregevoli sottigliezze dinamiche d'insieme e accattivanti
nitidezze virtuosistiche nelle parti. L'estrema rapidità e
l'assenza di enfasi di cui parlava Stendhal a proposito
dell'Italiana divengono in questa interpretazione sorridente
e teatralissima evidenza, con asciuttezza esemplare e analitica
precisione. Un'elastica energia scorre dall'inizio alla
fine, si piega nella parti vocali "a solo" per
illuminare i particolari, esplode nei numeri d'insieme
in cui l'incessante vitalità del ritmo esalta le
ragioni del comico e le fa diventare universali. La compagnia
di canto asseconda le intenzioni di Rigon con esemplare
attenzione. Lorenzo Regazzo è un Mustafà di
gran classe, stilisticamente, tecnicamente e vocalmente
impeccabile, scenicamente sapiente nel delineare il ruolo
del bellimbusto destinato a finire scornato. Il belcanto
non ha segreti per questo basso-baritono che esalta con
la precisione trascinante della coloratura tutte le sfumature
della comicità. Al suo fianco, Isabella è Enkelejda
Shkosa, voce corposa nella zona bassa della tessitura,
con
passaggi di registro non sempre controllati al meglio (che
si riflettono nell'alterna uniformità della tinta)
ma pure con brillante disposizione alla coloratura in chiave
di caratterizzazione scenica. Meno portato da questo punto
di vista il tenore Nicola Amodio, Lindoro, che ha bella
voce svettante e chiara ma non l'incisività dei
particolari indispensabile per restituire il quadro nella
sua brillantezza d'insieme. Preciso, vocalmente assai ben
impostato Andrea Zaupa nel ruolo del buffo Taddeo, espressivo
Luca
Dell'Amico, peraltro fin troppo tonante nella parte di
Haly; completano il cast, con equilibrio e discreta musicalità,
Maria Laura Martorana (Elvira) e Chiara Fracasso (Zulma).
Il coro è la vicentina Schola San Rocco di Francesco
Erle: partecipe, divertito, musicalmente duttile.
Resta da dire dello spettacolo. Portare un paradigma della
comicità operistica come L'italiana in Algeri all'interno
di un paradigma dell'aulicità rivolta al tragico
come il teatro Olimpico è impresa impossibile se
non nella logica festivaliera di un evento eccezionale,
nel senso etimologico del termine. E lo è ancora
di più se, con tutta evidenza, le risorse sono ridotte
al minimo.
Di fronte al dilemma, il giovane regista Damiano Michieletto
(che farà la regia della Gazza ladra nel prossimo
agosto al efstival rossiniano di Pesaro) sceglie di astrarre
lo spettacolo sia dal contesto palladiano sia dalle connotazioni
spaziali e temporali della vicenda. Non c'è più turcheria,
dunque, ma resta salvo il senso dei personaggi, la loro
ammiccante e grottesca tipicità (peccato che i costumi
di Manuel Pedretti non siano granché indovinati,
tranne forse quelli di Mustafà). Per il resto, le
necessità a volte complesse del gioco scenico dettato
dal libretto di Angelo Anelli vengono risolte grazie a
diciotto sgabelli-tavolinetti di colore rosso variamente
allineati, sovrapposti e ordinati come in una sorta di
Lego, a suggerire gli spazi e determinare i movimenti in
scena. Un'idea non nuova (altre volte le sedie hanno risolto
problemi, all'Olimpico.) ma
condotta con garbo, senza stucchevoli insistenze e con
qualche trovata piacevole come nella scena finale, in cui
il "rito primo e massimo /della nostra società",
cioè mangiare, viene corredato, come avviene oggi,
anche da una televisione accesa, che però, beninteso,
trasmette solo. comics.
Alla prima, l'altra sera, accoglienze entusiastiche con
ripetuti applausi a scena aperta e ovazioni alla fine.
Si replica stasera e il 5 giugno: da non perdere, se si
vuole scoprire la quintessenza della comicità di
Rossini.
Cesare Galla
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Il
Gazzettino,
3 giugno 2007
Giovanni Battista Rigon all'Olimpico
Giovanni Battista Rigon, nella sapiente impaginazione
delle Settimane musicali al Teatro Olimpico di Vicenza,
ama proporre versioni teatrali inedite o comunque non ancora
divulgate. Così presenta l'"Italiana in Algeri",
scritta da Rossini nel 1812 per il San Benedetto di Venezia,
nella versione proposta al Teatro Eretenio di Vicenza l'anno
successivo. Le varianti peraltro sono minime. In particolare
figura un'aria nuova, ma molto manierata, per la presentazione
di Isabella, la protagonista, «Cimentando i venti
e l'onde», composta in sostituzione della cavatina
memorabile «Cruda sorte». Ma Rigon non ha rinunciato
a questo brano celebre: così ci si è trovati
di fronte ad un superfluo duplicato drammatico.
Comunque queste sono marginali osservazioni che non incidono
sulle scelte interpretative di Rigon, che è un musicista
completo di formazione cameristica. Anche in Rossini si
nota la sua conoscenza del classicismo viennese nella profondità del
fraseggio e nella disciplina formale. Eppure il nostro
interprete è ben consapevole che il "mozartiano" Rossini è qualcosa
di diverso da Mozart. Lo si nota nello stacco dei tempi
molto brillanti con punte dionisiache, come nelle sottigliezze
ironiche e burlesche. L'orchestra Filarmonia Veneta lo
segue con sicurezza.
La pregevole Isabella dell'albanese Enkeljda Shkosa sfoggia
una ineccepibile tecnica di coloratura e una notevole estensione
vocale. Ma presenta due limiti: non approfondisce la grazia
di un personaggio nobile e non conosce il finto-patetico
rossiniano, guardando al melodismo romantico. Lorenzo Regazzo è il
miglior Mustafà oggi reperibile. Emerge nella
straripante irruenza delle colorature e in una cantabilità costantemente
in bilico tra opera seria e opera buffa; anzi gli stilemi
seri esaltano le tensioni caricaturali, anche per la strepitosa
recitazione. Il Lindoro di Nicola Amodio possiede un timbro
piacevole, ma affronta gli artifici ornamentali con approssimazione.
Magnifico il Taddeo di Andrea Zaupa per il
rigore del canto e la pienezza vocale. Completano il cast
Maria Laura Martorana, Chiara Fracasso, Luca Dall'Amico.
È sempre problematico realizzare uno spettacolo negli spazi palladiani.
Forse sarebbe preferibile pensare, in prospettiva, ad opere serie prevalentemente
sei-settecentesche - da Monteverdi a Haendel a Mozart a Rossini - i cui soggetti
riferiti all'antichità classica potrebbero adeguarsi alle architetture
tardo rinascimentali del teatro sublime. In caso contrario è giocoforza
prescindere dal monumento con azioni al proscenio, magari pensate in senso
semiscenico. Damiano Michieletto è un regista serio e preparato. La
sua idea di ricomporre la vicenda come un «puzzle» ricorrendo per
la scenografia soltanto a rossi sgabelli mobili, è interessante. Ma
il primo atto è gremito di episodi dissonanti (con costumi
di cattivo gusto) che non tengono conto della aulicità comica
dell'opera. In particolare è sacrificata la dignità scenica
di Isabella, con risvolti popolareschi e neo realistici.
Lo spettacolo però cresce nel secondo atto, là dove
l'azione si semplifica con ritmo giocoso e chiarisce opportunamente
la drammaturgia.
Mario Messinis
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La
Repubblica,
4 giugno 2007
L'altra "Italiana in Algeri" sa
di cinema e di cartoon
Per la ripresa dell'Italiana in Algeri a Vicenza nell'agosto
1813, pochi mesi dopo la prima veneziana, Rossini che forse
fu presente al clavicembalo mise mano alla partitura. Non
si limitò a microinterventi strumentali e sui recitativi:
riscrisse una brillante scena e cavatina per la protagonista
("Cessò alfin la tempesta / Cimentando i venti
e l'onde") e mantenne la sontuosa introduzione col
violoncello obbligato al "Per lui che adoro",
in seguito affidata al flauto. Per l'avvio delle 16esime
Settimane Musicali
"Viaggio in Italia" al Teatro Olimpico, nel resto incentrate su prelibati
programmi cameristici, l'inedita versione dell'Italiana è stata riproposta
da Giovanni Battista Rigon, che ha firmato un'edizione teatralissima, vivida
nei colori e scalpitante, condivisa dall'agile Filarmonia Veneta. Negli spazi
minimi concessi dal vertiginoso frontespizio dell'Olimpico, la regia di Damiano
Michieletto, inscritta in un impianto minimalista ha costruito uno spettacolo
esuberante, gioiosamente caricaturale, moderno nei
riferimenti fumettistico-cinematografici e ritmato sull'estro
zampillante della musica. Il tutto consegnato a una compagnia
di canto (Lorenzo Regazzo, Enkelejda Shkosa, Andrea Zaupa,
Nicola Amodio, Anna Laura Martorana, Luca D'Amico, Chiara
Fracasso) vivacemente padrona dello stile e della scena.
Angelo Foletto
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Corriere
della Sera,
10 giugno 2007
Successo all' Olimpico di Vicenza
«L' italiana in Algeri» sugli sgabelli rossi
Lo spettacolo inaugurale delle Settimane Musicali al Teatro
Olimpico di Vicenza è una lieta sorpresa: un' edizione
de L' italiana in Algeri di Rossini che mette di buon umore,
prodotta con piccoli mezzi ma fresca, spigliata e avvincente.
La ricetta è semplice. Scene e costumi ridotti all'
osso, tanta regia e tanta voglia di fare squadra, cast
con un paio di voci affermate e un manipolo di giovani
ben selezionati, una buona orchestra e, a capo di tutto,
un direttore serio e affidabile. Se poi si considera il
valore aggiunto che tutto avviene all' Olimpico, forse
il più bel teatro del mondo, si può dire
che le Settimane Musicali, ora in corso con un programma
perlopiù cameristico, sono partite col botto. Scene
e costumi ridotti all' osso, si diceva. Le scene sono 18
sgabelli rossi a forma di cubo, che si montano e smontano
come pezzi del lego, creando gli spazi necessari. I costumi
richiamano ora il tempo di Rossini ora l' attualità.
Ma quel che conta è il gioco di squadra, la voglia
di sorridere con poco, il brio di una recitazione giocata
su frizzi e lazzi che divertono senza oltrepassare il confine
del farsesco. D' ironia, poi, ce n' è quanto basta.
E se la sceneggiata del pappataci ripercorre i risaputi
tic italici (mandolino, pizza, pasta e tricolore; ma c' è pure
l' immancabile tv accesa sulla tavola apparecchiata), poco
male. Lo spettacolo funziona perché è ben
calibrato sui tempi della musica, che Giovanni Battista
Rigon detta spigliati ai limiti dello sbarazzino. Guida
una formazione di qualità, la Filarmonica Veneta,
cui manca solo un poco di convinzione nei propri mezzi
per affiancarsi a ensemble più blasonati, evitando
le piccole sbavature. Ma Rigon è direttore adatto
a guidarla a più alti traguardi. Pecca solo di eccessivo
senso di responsabilità e lo si vede quando viene
incontro al cantante che si fa «tirare» o che «corre»,
ovvero quando adatta il proprio pensiero alla realtà concreta
della scena. Un poco d' autorevolezza in più e sarà il
cantante a seguire lui, ma questa musica (un capolavoro
ineffabile, che nell' occasione è riproposta secondo
le fonti della «prima» vicentina dell' agosto
1813) la domina in lungo e in largo, dimostrando di conoscerne
i segreti. Le voci «nobili» sono Lorenzo Regazzo
(Mustafà) ed Enkelejda Shkosa (Isabella), ottimi
protagonisti, ma non sono da meno il Lindoro di Nicola
Amodio e il Taddeo del bravissimo Andrea Zaupa. Bene Maria
Laura Martorana (Elvira), Luca Dall' Amico (Haly) e Chiara
Fracasso (Zulma). Consenso entusiastico di pubblico.
Enrico Girardi
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