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ISTRIONE (L’)
di John Osborne
al Teatro San Babila
regista e protagonista Arnoldo Foà
scene di Luca Crippa
musiche di Gianni Ferrio
con Giovanna Piaz, Graziella Granata, Franco Ferri, Armando Bondrini
LA NOTTE 17/03/76

Il bilancio non sarà entusiasmante ma nemmeno deludente; avrà, magari, mantenuto le promesse, nonché realizzate le speranze destate, solo a metà e si sarà spuntato le unghie lungo il cammino, è indubbio, però, che il rinnovamento maturato, la nuova svolta imboccata durante gli ultimi due decenni dal teatro inglese, rimarranno pur sempre merito di quello che, dal titolo di una commedia di John Osborne – la sua migliore e rimasta famosa – venne chiamato il gruppo degli “arrabbiati”. Furono essi a recidere decisamente il cordone ombelicale di un umorismo convenzionale, beneducato e accattivante, oramai lontano dalla realtà contemporanea tanto quanto la terra dalla luna, imperversante sui palcoscenici britannici dalla scomparsa di Shaw; e del quale era maestro ed interprete, principe del “teatro di svago”, il “distinto e signorile” e ossequiato Noel Coward, che continuava a non dir nulla ma lo sapeva dire sempre educatamente ed elegantemente come il primo della classe uscito da un aristocratico college edoardiano.
Tutto ebbe inizio, in un teatro irregolare di Londra, il Royal Court Theatre,  la sera dell’otto maggio 1956, quando un giovanotto ventisettenne, che aveva fatto parecchi mestieri, dal giornalista mancato all’attore di provincia, all’autore irrappresentato, riuscì a mandare in scena un proprio copione ingrato, antipatico e melodrammaticamente insultante, che fece scandalo, azzannato dagli uni, portato alle stelle dagli altri e lo rese celebre dalla sera alla mattina, specie per l’ingiuriosa violenza del linguaggio: Look back in anger, cioè Ricorda con rabbia, importato subito in Italia dal coraggio, naturalmente contestato, di Giancarlo Sbragia. Da quella sera, gli “arrabbiati” spuntarono come funghi dopo un temporale e le loro polemiche andarono all’assalto prima ancora dei loro copioni.
“Poiché la vecchia scuola”, dichiarava uno di loro, Robert Bolt, a faccia dura, in polemica proprio con Coward, “ignorava tre quarti della società, alcuni di noi ambienteranno le loro vicende nei quartieri più poveri. Poiché essa era garbata, alcuni di noi saranno volgari.  Poiché essa trattava tutto con superiore disinvoltura, alcuni di noi si tufferanno nelle loro storie sino al collo. Poiché essa era artigianalmente impeccabile, alcuni di noi rifiuteranno programmaticamente qualsiasi tipo di costruzione. E se poi i nostri primi tentativi per produrre un vino che sia veramente nostro hanno tanto disgustato un così raffinato buongustaio, non possiamo farci niente. Pensiamo che l’altra bottiglia sia ormai completamente vuota. Le ultime gocce se le è scolate proprio Noel Coward”.
Al polverone che andava sollevandosi non rimase insensibile il maggior attore di lingua inglese, sir Laurence Olivier. Evidentemente anche lui in vena di rinnovamento, onorò immediatamente Osborne commissionandogli una commedia nuova, scritta espressamente per lui. correndo – e, in buona parte, scansando – il rischio di lasciarsi riprendere attraverso la finestra dal “sistema” da cui era appena uscito per la porta, Osborne, più presto che in fretta, gli approntò The entertainer, L’istrione, andato in scena, l’anno dopo, 1957, nello stesso teatro, e fu, beninteso, col partone mattatoriale messogli a disposizione, fin dal titolo, un successo personale del grande interprete pur non valendo affatto la discussa prima commedia. Questa ad arrivare in Italia ci aveva messo meno di diciotto mesi, quella ci mise vent’anni. È avvenuto ieri sera, al teatro San Babila, regista e protagonista Arnoldo Foà. Un ritardo che dice e spiega molte cose, a cominciare dall’eccessiva tipicità dell’ambiente, del costume, dei problemi e del momento storico inconfondibilmente inglesi assai più difficilmente reperibili ed esportabili che non quelle del copione precedente.
Si tratta dello spaccato, meglio: una piccola galleria di ritratti, di una famiglia di attori di music-hall, vista nella sua decadenza, fino alla disgregazione, attraverso tre generazioni, emblema – il music-hall! – implicitamente, più intenzionale che palese, del regno unito, colta durante la crisi della breve guerra umiliante di Suez.
Del music-hall, il vecchio, il nonno, è stato un serio, dignitoso e valoroso rappresentante, coevo del valore, della dignità e della serietà dell’Inghilterra di un tempo irrecuperabile, che egli rievoca e rimpiange continuamente con orgogliosa nostalgia. Non così quell’istrione di suo figlio, decaduto e degradatosi ai locali di terz’ordine; senza entusiasmo, senza fiducia, il quale oscilla fra l’indifferenza e il fastidio come il pubblico davanti a cui si esibisce: tediato, indebitato, privo di ideali e di ambizioni, piccolo innocuo gaglioffo, scevro di decoro e di coerenza, nella professione e nella vita. Così da mestierante, così da figlio, così da padre, così da marito velleitario divorzista (l’Inghilterra odierna?); distaccato, in realtà, da tutto e da tutti; però verboso, pietista, minuscolo e meschino.
E, poi: una seconda moglie che non ha conosciuto altro che miseria e lavoro e cerca di consolarsi abbrutendosi con la bottiglia; un figlio sotto le armi a Suez dove morrà in combattimento; un altro figlio, obiettore di coscienza più per pigrizia mentale che per consapevole protesta; infine, una figlia, la sola che abbia presente la situazione vera e sia in grado e volontà di giudicarla, avvertendo l’esigenza a un rifiuto di lasciarsi trascinare dalla corrente; che affermi la necessità di una protesta, un imperativo di dignità, un bisogno di solidarietà, il dovere di essere liberi per affermare se stessi; capace di dire in faccia a quel cialtrone di suo padre che è un fallito unicamente per colpa propria. Alla fine, morto anche il vecchio, sarà la disperazione e la dissoluzione generale.
Più che sui fatti che son pochi, il copione si regge sulle parole che son molte. Ad onta dell’alternanza dello squallido ambiente familiare con quello, ancor più squallido, del music-hall, ad onta delle pretese insinuazioni emblematiche poco persuasivamente appiccicate, ad onta del malinteso e malaccorto impiego di canzoni d’un brechtismo  autocommiserativo che c’entra come il lardo nel caffelatte, la commedia è sostanzialmente naturalistica. Tutto considerato, con l’unica e non sottovalutabile originalità del linguaggio, però piuttosto rilisciato dalla traduzione di Amleto Micozzi e dall’adattamento del regista, tutto valutato e seppur tenuto conto della diversità di tempo, di paese e di costume, ci si aggira ancora nei dintorni di Come le foglie del vecchio Giacosa.
Scherzi dell’età. Vent’anni sono una generazione e l’originaria carica di risentita denuncia se non spenta del tutto, s’è di molto, ma molto, intiepidita, rivelando e moltiplicando il fondo patetico per non dir melodrammatico del copione. Se ne è ben reso conto Arnoldo Foà che, come regista, ha privilegiato, sensibilizzato e interiorizzato, con verità e discrezione, queste tonalità.
Del protagonista, molto ammirato, non ha fatto tanto un canagliesco incosciente, che era la via più facile; quanto un debole consapevole celato dietro un ironico autodisprezzo che è una forma di pudore e simpatia: la difesa disarmata di un’insanabile frustrazione. Hanno condiviso il vivo successo: la umorissima Giovanna Piaz, la limpida Graziella Granata, l’onesto Franco Ferri, il diritto Armando Bondrini, il  Viganò e il Logli. Scenografie e musiche acconce, rispettivamente di Luca Crippa e Gianni Ferrio.

   
© Sipario 2011