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ISOLA PURPUREA (L')
di Michail Bulgakov
regia di Giorgio Strehler
scene e costumi Luisa Spinatelli, Ezio Frigerio
LA NOTTE,  5/12/68

Morto il re, viva il re. Sceso inopinatamente dall’altare del tempio, del quale era stato il maggior artefice, nel più che giustificato timore di una canonizzazione immobilizzatrice già in atto, Giorgio Strehler ha spiccato il volo, scegliendo la libertà, disposto e disponibile ad ogni avventura, per ricominciare tutto daccapo all’inseguimento di una seconda giovinezza. Siamo in tempi conciliari e non c’è stato da parte dei pontefici rimasti – la diarchia si è trasformata in monarchia assoluta – né scomunica, né interdetto contro l’apostata.
Buon segno in una cattiva congiuntura, ma che restava da fare, in queste strette, alla vedova scena di via Rovello, sedotta e abbandonata? Ancora una volta, subire il fascino e seguire l’esempio del bel traditore, medicando le proprie ferite con l’inseguire, anch’essa, una seconda giovinezza. In parole feriali: due menopause in crisi. E così, quest’anno il cartellone del Piccolo Teatro è tutto di opere contemporanee, con strizzatine d’occhio all’avanguardia, buffettini alla contestazione, pizzicotti all’attualità, carezze – paternalistiche – alla gioventù ribelle e sforzi erculei, nei comunicati e nelle conferenze stampa ad uso dei nemici e a consolazione degli amici, per conciliare l’inconciliabile, mettere d’ accordo il passato, il presente e l’avvenire e dimostrare che tutto è cambiato perché nulla è cambiato e viceversa. Una sorta di mistero della Santissima Trinità.
Un résumé di codeste contraddittorie e, tutto considerato, non illegittime preoccupazioni, lo si è avuto ieri sera nel trattamento di terzo grado fatto subire a una commedia russa che ha quaranta anni tondi sulla gobba: L’isola purpurea di Michail Bulgakov, ribattezzato tanto per incominciare: Visita alla prova dell’isola purpurea,  a maggior gloria delle intemperanze del traduttore e a soddisfazione di quelle del regista, creatori evidentemente privi di un grembo da fecondare e che, al solito, hanno approfittato del copione del morto per scriverci sopra ognuno la propria commedia, al modo di quell’uccelletto, come si chiama? il cuculo che ha la pessima abitudine di deporre le proprie uova nel nido altrui, approfittando vigliaccamente del fatto che i suoi colleghi uccelli non sanno contare. Non che la commedia originale fosse un capolavoro intoccabile, ne è lontana mille chilometri; ma, almeno, lasciarle significare quel che volle significare, visto che è stata scelta – e fu cosa lodevole – unicamente per questo.
Abituati a conoscere Bulgakov attraverso la favolosità fantasmagorica – rifugio nell’evasività – di quello stupendo romanzo che è Il maestro e Margherita  e l’umorismo dei suoi racconti, egli ci si è fissato nella mente come un narratore. Viceversa, fu prevalentemente un commediografo – una trentina e più di titoli – e un uomo di teatro nel senso più esteso e più dispersivo del termine. L’isola purpurea vide la luce al Teatro da Camera di Mosca una sera del febbraio del 1928. Gli attacchi, la mattina dopo, della critica conformistica furono tanti e talmente feroci che la si dovette subito togliere dal cartellone senza nemmeno l’onore di una sola replica. Fortuna volle che Stalin, che pur era Stalin, avesse in simpatia – oddio, la simpatia di Stalin! – quel povero nemico della patria. Fatto sta che Bulgakov ebbe l’ordine di indirizzargli, senza rimetterci la pelle, una nobile, lunga e soprattutto coraggiosa lettera rimasta a questo titolo storica. In essa, fra l’altro, stava scritto testualmente: “...La stampa tedesca afferma che il dramma L’isola pupurea è il primo appello alla libertà di stampa in Urss ed è la verità. Mi riconosco in questa affermazione. Considero la lotta contro la censura, di ogni genere e quale che sia il potere che la sostiene, come un mio dovere di scrittore, non meno degli appelli alla libertà di stampa. Sono un fervido sostenitore di questa libertà e dichiaro che uno scrittore che la ritenesse superflua sarebbe come un pesce che affermasse pubblicamente di non aver bisogno dell’acqua…”.
La sua carriera di scrittore, però, fu praticamente stroncata. Bulgakov, sempre per benevola intercessione dell’autocrate ebbe un posto in un teatro di Stato e morì prima di poter assistere alla propria rivalutazione avvenuta al tempo del cosiddetto disgelo e chissà mai, con quello che sta succedendo lassù adesso, non improbabilmente in via di venir respinto di nuovo.
Si trattava, si tratta, di una satira della rivoluzione bolscevica solo di riflesso; Bulgakov ce la metteva tutta per essere un buon marxista di stretta osservanza e non era colpa sua se non ci riusciva. Il bersaglio dichiarato del copione era, per così dire, l’apparato, la cieca e stupida, burocrazia; nel caso particolare, quella che sovraintendeva agli spettacoli decidendo a proprio zelante beneplacito: questo sì, questo no; modificar qui, tagliar là e via discorrendo.
Tutto avviene mercé una metafora favolistica umoristicamente filtrata attraverso una storia alla Giulio Verne; dove una tribù di “buoni selvaggi” alla Rousseau viene sfruttata, traccheggiata e ingannata in tutti i modi da varie canaglie bionde detentrici del potere, civile, politico, economico e così via. Quel che ne fa una feerica e volubile girandola è il motivo del “teatro nel teatro” sfruttato nel senso che si immagina di assistere alla intempestiva e improvvisata prova generale, appunto dell’Isola Purpurea alla presenza di un alto funzionario, un  “supervisore teatrale, in procinto di partire per i bagni in Crimea”, che deve dare il proprio benestare alla rappresentazione. Se ne stilla una specie di lirismo farsesco stranamente affine, vedi cosa, al Robinson Crosuè di Superville, scrittore che più agli antipodi non potrebbe essere.
Un senso chiaro e abbastanza semplice, no? Poco manca che le cose vengano chiamate col loro nome e cognome, seppure, al finale non lo si fa. Bene, ciò che il pubblico ha visto al Piccolo Teatro non è precisamente questo; ossia, la satira del sistema passa in seconda linea, si confonde e si ingarbuglia prima per opera del regista Raffaele Maiello che, con le accelerazioni, le urlate e i corpo a corpo da infarto di una recitazione che pilucca un po’ ovunque: espressionismo, marionettismo, mimo, melodramma, cinema da torte in faccia, circo, grottesco, realismo, e tutto ciò che gli passa per la testa in quel momento; accostato accatastato e alternato senza un criterio logico; sposta la mira verso una intenzionale demistificazione e dissacrazione del tradizionale macchinismo teatrale tout-court. Si insegue invano l’unità di uno stile parodistico originale, intravista ma mai raggiunta; a meno che come raggiungimento non si intenda un goliardico dilettantismo.
A giocar ulteriormente di bussolotti, con l’inconveniente, oltretutto, di far durare lo spettacolo quasi tre quarti d’ora in più, intervengono, poi, le zeppe del riduttore Giuliano Scabia che non si sa bene cosa voglia con la sua ricerca spaziale... “dove lo spazio del teatro è inteso come luogo di un massacro scenico… e la sala è percorsa in sistole e diastole…”. Quel che si vede sono otto giovanotti in maschera non si capisce se arrabbiati o allegri e viene persino il sospetto che si tratti della contestazione delle guardie rosse di Mao venute a fare la rivoluzione culturale in via Rovello. Scene dipinte e costumi ballettistici – questi in collaborazione con Luisa Spinatelli – divertiti e divertenti di Ezio Frigerio; musiche sfacciatamente – volutamente? – plagiarie di Liberovici. Attori? Una trentina guizzanti come tante cavallette impazzite. I migliori? Fanfani e la Scarpitta ai quali è concesso di muoversi e urlare meno degli altri: il Pistilli, il Conti, il Soleri, la Ceccarello, il Carbonoli e un’altra quindicina. Un vero eroe il De Toma; però accetti un consiglio medico: dopo ogni replica vada a farsi fare un elettrocardiogramma, ma ci vada sul serio.

   
© Sipario 2011