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L'innocenza del peccato
L'innocenza del peccatodi Claude Chabrol
con Ludivine Sagnier, Benoît Magimel, François Berléand
 
L'Unità, 7 febbraio 2008
La ragazza divisa in due

Freddo e intimamente pessimista perché manda a fondo tutti i personaggi, il dramma borghese e cittadino di Claude Chabrol sembra un nuovo capitolo di un catalogo che negli anni non si aggiorna. E invece torna continuamente sul "luogo del delitto" perché, sembra dire l'autore, questa coazione a ripetere non si riesce mai veramente a spiegare. Al momento dell'implosione si ricomincia sempre da capo. Così L'innocenza del peccato (titolo che tenta di suggerire, sbagliando, molto meglio l'originale La ragazza tagliata in due) pone al centro l'insondabilità delle scelte che si compiono. C'è uno scrittore di successo (Francois Berleand), donnaiolo e al fondo egoista, con una moglie e un'assistente che lo gratificano continuamente. E una giovane biondina (Ludivine Sagnier), spigliata, accattivante, con un futuro in rapida ascesa in tv. I due s'incrociano, si piacciono, inizia una storia che puntualmente è stoppata dallo scrittore. Gabrielle alla fine, per evitare di restare appesa, cede alla corte di un ricco rampollo (un Benoit Magimel dall'ombra demoniaca), lunatico e folle. Ma. Nulla di "chabroliano" resterà intentato, l'inaspettato è il sale di questi quadretti altrimenti troppo familiari.

Scritto dal maestro francese con l'aiuto regista Cecile Maistre, L'innocenza del peccato ha guizzi e intuizioni che – non l'avremmo immaginato – avvicinano incredibilmente Chabrol all'ultimo Woody Allen (o viceversa). Vedi qualche casuale corrispondenza con Scoop e Match Point. Entrambi, se ci passate un azzardato parallelo, partono dalle complicazioni di un rapporto sentimentale (qui c'è un triangolo in cui ciascuno rifiuta un altro) per scandagliare le dinamiche familiari e di classe. Dei nostri personaggi non capiamo veramente la molla: la ragazza è innamorata o anche ambiziosa? E l'intellettuale è onesto nel respingerla oppure è troppo inebriato dal suo narcisistico ruolo per comprendere gli altri? Il più intelligibile è Paul: la follia appiana il suo profilo e lo rende riconoscibile. Secco e diretto, il film spesso abbandona l'assoluta plausibilità per innestare caratteri e situazioni eccezionali. Nel cast spicca Magimel, incredibilmente sopra le righe mentre non sembra esserci grande chimica tra Berleand e Ludivine Sagnier. Però Chabrol ha il tocco del cuoco esperto: cucina con quello che ha, muove al meglio gli attori e chiude con una fuga "magica".

Pasquale Colizzi

 
Il Messaggero, 8 febbraio 2008
Lati oscuri, false verità
e uno Chabrol lieve

Da quando il cinema ha compiuto un secolo l'enfasi critica e promozionale si è concentrata sempre più decisamente sui debutti. Non passa giorno senza che festival e inchieste celebrino gli esordi, l'energia della prima volta, l'audacia di chi si getta nella mischia con la pretesa di cambiare tutto. Eppure ci sono film che si fanno solo dopo i 70 anni, come se solo dopo aver accumulato una certa mole di lavoro e aver esplorato i più divers stili e registri, un cineasta potesse trovare davvero la libertà di tono che fa il sapore insieme inedito e antico di certe gemme tardive.
La fille coupée en deux di Claude Chabrol, cioè "La ragazza tagliata in due", tradotto un po' didatticamente L'innocenza del peccato, è uno di questi film lievi e bizzarri, sconcertanti e profondi, con un fondo enigmatico che resiste ostinatamente alle interpretazioni. Come se il suo segreto fosse proprio nell'ambiguità e nella densità del tratto. Chabrol difatti gioca a carte scoperte. Ogni segno è insistito, ogni personaggio sfiora la caricatura, ogni scena è insieme eccessiva e reticente, ricca e sfuggente. Solo che come Bunuel, altro cineasta dalla maturità prodigiosa, o de Oliveira, il simbolo stesso della libertà concessa solo in età venerabile, stavolta Chabrol gioca con le nostre attese e la nostra immaginazione.
La storia in sé è perfino banale. C'è una giovane promessa della tv, tutta grazia e freschezza, che cade nelle spire di un maturo e famoso scrittore (Ludivine Sagnier e François Berléand). C'è il rampollo squilibrato della famiglia più in vista della città (siamo come sempre in provincia), che le dedica una corte insistente quanto ridicola, osteggiato dalla sua famiglia tradizionalista e devota (Benoit Magimel). C'è insomma una rivalità destinata a esiti funesti, proiettata in un teatrino sociale abitato da figure arcinote. Il presentatore fatuo e incompetente, il direttore di rete intrigante e stressato, l'editrice e forse ex-amante dello scrittore, ottima amica della sua pazientissima consorte (Mathilda May e Valeria Cavalli), e via arpeggiando su una tastiera acre e non nuova.
Eppure Chabrol riesce a sorprenderci a ogni scena portandoci senza parere su un terreno sempre più inatteso in cui la superficie chiassosa delle maschere indossate da ogni personaggio nasconde un lato oscuro se non invisibile. Come quel circolo di notabili che si rivela essere una specie di club per scambisti (ma cosa accada davvero oltre le sue mura non lo sapremo mai). O quel processo-farsa che con le sue false certezze introduce l'epilogo davvero inatteso e magistrale che trasforma di colpo quanto abbiamo visto fin lì. Di più non si può dire, ma si esce colpiti e pensierosi. Come se tanta brillantezza celasse qualcosa di doloroso e forse molto personale. Qualcosa che non si esaurisce in due ore di visione, e meritava tutta la nostra attenzione.

Fabio Ferzetti

 
Il Giornale, 8 febbraio 2008
Omicidio con brio firmato Chabrol

Claude Chabrol partecipava fuori concorso all'ultima Mostra di Venezia con il brioso L'innocenza del peccato, ma nessuno gli aveva garantito il Leone d'oro se avesse accettato il concorso, come invece era capitato a Woody Allen, col noioso Sogni e delitti...
Chabrol mette in scena un alter ego nel maturo scrittore di Lione (François Berléand) che fa innamorare la ventenne annunciatrice tv (Ludivine Sagnier). La sua sceneggiatura non si disperde in dettagli per ribadire la sua antipatia per la borghesia, specie quella di provincia. Stavolta il vero perno del film è un amore ineguale per età, eguale per intensità. Raramente ci si ama in due, ancor più raramente ci si ama allo stesso modo. E qui all'amore spiritoso e disincantato di lui corrisponde quello tenero e complice di lei, che l'accondiscende senza sforzo nelle piccole perversione dello «scambismo», come càpita senza imbarazzo quando l'iniziale intensità fa dimenticare che un giorno l'incanto finirà.
A evitare che il desiderio non sappia più come nutrirsi ci sarà un delitto, di matrice più possessiva che passionale, compiuto dal giovane e ricco marito (Benôit Magimel) di lei, subentrato come un intruso più che come un complice, incapace poi di stare al gioco, perché nel gioco lui sarebbe solo la sponda. Sornione e compassato, Berléand interpreta un amante-gattone, che sarebbe piaciuto a Jean Anouilh, un cultore del desiderio, non idiota dell'amour fou. Dopo tanti ruoli di arrivista, la Sagnier si fa sedurre seriamente. Comprimaria, Valeria Cavalli è la miglior attrice italiane in Francia.

Maurizio Cabona

 
La Repubblica, 8 febbraio 2008

"L'innocenza del peccato"
borghesia e tv, i soliti bersagli

Come dimostrava Nicole Kidman in "Da morire", gli uomini vanno matti per le presentatrici del meteo in tv. Anche a Lione, dove la bionda ventenne Gabrielle si spartisce tra uno scrittore cinquantenne incline alle perversioni, che la pianterà, e un giovane aristocratico dandy, ma ultranevrotico e rosicchiatore d'unghie, che farà anche di peggio.

Il veterano Chabrol continua a prendersela con la borghesia francese di provincia e i suoi sepolcri imbiancati; tema eterno cui aggiunge, questa volta, la propria insofferenza per la mediocrità televisiva, la smania della notorietà, la dittatura dell'apparire: tutte cose verissime ma che, di questo passo, rischiano di saturare lo spettatore.

La nota più interessante riguarda la relazione tra la ragazzina e Charles Saint-Denis, lo scrittore egotista capace di imporle la propria dominazione e i relativi fantasmi sessuali. Un'esplorazione che, tuttavia, resta tronca sul più bello, lasciando il posto a un caso di cronaca nera già transitato per il cinema (americano). Tipicamente chabroliano, ma un po' meccanico; fino dal titolo originale - "La ragazza tagliata in due" - che l'epilogo traduce alla lettera.

 
Il Mattino, 9 febbraio 2008
Per Chabrol tocchi di giallo da maestro

Ne «L'innocenza del peccato» («La fille coupée en deux») del veterano Claude Chabrol la ragazza di Lione Gabrielle Deneige, interpretata da una sempre più sexy Ludivine Sagnier, «usa» senza apparente malizia il proprio corpo per fare perdere la testa tutti gli uomini che incontra. Fino a quando non s'innamora di un famoso scrittore sporcaccione che la svezza ai piaceri della sottomissione, ma poi sposa lo svitato playboy erede di un casato miliardario: le conseguenze del folle triangolo, però, travolgeranno i giochi pericolosi della finta/vera ingenua. Tutto molto simenoniano e dunque «chabroliano», ben scritto, pungente e attendibile dal punto di vista sociologico anti-borghese: al di là della fatale supremazia del «male» sul «bene», l'intera gamma dei rapporti umani sembra improntata alla sopraffazione morale e materiale. Possono sconcertare non poco la freddezza dei gesti, la pacatezza del ritmo e la stramba concatenazione dei finali; resta il fatto, però, di un film sviluppato con sapiente gusto distruttivo, grande sensibilità atmosferica e accuratezza psicologica, in cui i motivi sotterranei e le allusioni insidiose contano più dei fatti veri e propri. Come sempre la commedia (anti)umana di Chabrol si giova di attori superbamente calibrati, dalla citata Sagnier al fiacco e nevrastenico Benoit Magimel.

Valerio Caprara

 
Il Tempo, 7 febbraio 2008
Ancora, per Claude Chabrol, la provincia francese. Con gelo e rigore. Come se rileggesse di nuovo quei romanzi di Georges Simenon cui tanto spesso si è rivolto in passato; sempre con successo. Siamo a Lione. La gloria locale è uno scrittore di mezza età con una moglie che lo ama molto, forse ricambiata, e una assistente che lo asseconda in tutto. Vive in una villa isolata, naturalmente con piscina ma ha anche un appartamentino a Parigi, dove si svaga con un gruppo di amici fidati. Si imbatte in una ragazzina, con trent'anni in meno di lui, che conduce in televisione una trasmissione molto seguita sulle previsioni metereologiche e che smania per arrivare più in alto, contando molto sul suo fascino, cui soggiaciono in molti. Sembrerebbe soggiacervi anche lo scrittore di cui lei si innamora follemente, illudendosi di distaccarlo addirittura dalla moglie mentre per l'altro è solo una occasione di sesso, per di più, d'intesa con i suoi amici parigini, piegato anche a giochi perversi. Fra i due si fa avanti un giovanotto dalla psiche turbata, erede di una grande fortuna e abituato, grazie a questa, a ottenere sempre tutto quello che vuole. Assedia la ragazza in tutti i modi, anche i più sfacciati, e alla fine quando se la ritroverà disperata e in lacrime perché lo scrittore da un giorno all'altro l'ha piantata in asso, riuscirà a condurla all'altare. Non tardano, comunque, ad apprendere, per sua stessa ammissione, le perversioni con cui l'altro l'aveva corrotta. Ne seguirà una tragedia...
Un intreccio ben dosato di situazioni difficili e, spesso, contraddittorie (anche se dei giochi perversi ci si limita a riferire, così come solo verso la fine viene chiarita a parole, la vera ragione degli scompensi psichici del giovane milionario). Un abile studio dei caratteri, un ritratto degli snob di provincia costruito con graffi amarissimi, una progressione drammatica che a poco a poco fa vincere il male in tutti gli ambienti visitati, i ricchi, i corrotti, i borghesi, la gente della televisione, nei gesti, nei cuori.
Con un linguaggio cinematografico duro e secco ma prodigo di immagini patinate quasi per beffa, dicendo chiarendo, ma spesso solo alludendo, specie quando, in modo quasi castigato, si accenna sempre a distanza, alle turpitudini cui lo scrittore aveva indotto la ragazza.
Si aggiungono i meriti degli interpreti: Ludivine Sagnier, una protagonista e sconvolta, l'anziano ma sulfureo François Berléand e il giovane Benoît Magimel, ormai di casa in molti film di Chabrol, da "Il fiore del male" a "La damigella d'onore".
Con grinta dura.

Gian Luigi Rondi
© Sipario 2011