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Incredibile Hulk (L')
di Louis Leterrier
con Edward Norton, Liv Tyler (Usa, 2008)
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Panorama, n. 27 2008
Supereroe senza magia
Comincia bene il sequel di Hulk, diretto
dal mestierante francese Louis Leterrier anziché dal più ambizioso Ang
Lee, autore della prima, verbosa, puntata. Nel prologo, che
mescola rabbiosamente cinema della realtà e action-movie,
Bruce Banner, lo scienziato contaminato dai raggi gamma, vive
nascosto in una degradata favela brasiliana alla ricerca di
una cura che lo liberi dal suo mostruoso alter ego a causa
del quale ha abbandonato la donna che ama, la dottoressa Betty
Ross (Liv Tyler). L'attacco del film è un impasto singolare
di realismo sociale e blockbuster, ma la magia finisce presto
e per tutto il film, a consolarci del vuoto pneumatico, rimane
solo il volto del protagonista Edward Norton, attore di culto
prestato al cinecomix.
Non basta, perché non convince William Hurt, nei panni
del generale Ross che vorrebbe catturare Banner per creare
un esercito dai superpoteri; ed è un po' ridicolo persino
il bravo Tim Roth, mercenario disposto a tutto pur di diventare
la versione deviata di Hulk, Abominio. Trasformazioni a vista,
un tocco di La bella e la bestia e due megabattaglie alla «Hulk
contro tutti» prevedibili fino allo sbadiglio. A risvegliarci,
sotto finale, il cameo di Robert Downey jr, lui sì vero
supereroe con l'anima grazie al recente Iron Man.
Piera Detassis
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Corriere della Sera, 27 giugno
2008
L'anima dissociata di Norton-Hulk
Dopo 83 episodi in tv coi
muscoli di Ferrigno, dopo il flop di Ang Lee con Eric Bana
in verde, riecco l'eroe del fumetto Marvel prodotto dalla casa
madre con Edward Norton, in parte dissociato. Certo l'attore
radical chic sognava forse un film esistenziale di crisi di
identità, voleva giocare a
Jekyll e Hyde, mentre il regista Leterrier, soprattutto la
produzione, tirava verso il fantasy dei giganti che si buttano
addosso le macchinine tra le folle spaventate di Manhattan
mentre il bieco militare sogghigna. Gigante è Hulk,
di cui si dà per saputo il retroscena genetico (l'inizio
con lo scienziato nascosto in Brasile è il meglio),
gigante è il mercenario Tim Roth, Abominio, e il finale è tutto
loro. Film con un'anima divisa e non riconciliata, questo Hulk
soffre di omologazione rispetto alla produzione anche se Norton,
pur pensando ad altro, esprime bene la sofferenza della mutazione.
voto: 5,5
Maurizio Porro
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La Stampa, 20 giugno 2008
Grande, grosso, verdone
«Less angst, more action»: così Variety intitola la recensione di Hulk, instaurando un confronto fra l'attuale blockbuster e la versione 2003 di Ang Lee. Mentre il taiwanese aveva scelto una chiave problematica e psicoanalitica, la Marvel divenuta produttrice in proprio ribadisce la formula che con Iron Man si è dimostrata vincente. Un regista adrenalinico come il francese Louis Leterrier, un budget sui 125 milioni di dollari, uno stile che sottolinea l'origine fumettistica dell'avventura (creata nel 1962 da Stan Lee e Jack Kirby), effetti speciali sofisticati e un cast sorprendente. A cominciare dal protagonista, Edward Norton: con la sua aria snob e introversa sembrerebbe il meno adatto a impersonare lo scienziato Bruce Banner che si tramuta in un gigante verde e rabbioso di quasi tre metri.
Eppure è proprio grazie all'interpretazione interiorizzata di Norton che lo spettatore intuisce senza troppe parole il tormento di Banner: quanto di lui c'è nel misterioso mostro che gli si agita dentro e di cui si vuole assolutamente liberare? Saltando l'antefatto dato per noto - durante un esperimento Bruce si è avvelenato il sangue con radiazioni che sotto pressione lo trasformano in Hulk - troviamo il nostro eroe nascosto in una favela di Rio (un'ambientazione che è un bellissimo colpo di regia) mentre cerca di scoprire un antidoto. Sa che il generale Ross (William Hurt), considerandolo un'arma umana di proprietà dell'esercito USA, gli sta alle calcagna; ignora invece che l'agente inglese Emily Blonsky (Tim Roth), sottoponendosi al suo stesso trattamento, si avvia a diventare il Super Soldato Abominio per combatterlo da pari a pari. Prima di arrivare al duello d'obbligo in un delirio di auto distrutte, balzi acrobatici e folle in preda al panico, il film si svolge come un inseguimento all'ultimo respiro, con rare pause fra le braccia dell'amata, la dolce Betty Ross (Liv Tyler), figlia del generale. E nel finale l'apparizione di Robert Downey Jr, alias Iron Man, annuncia forse un sequel dove i destini dei supereroi, com'è tipico della Marvel, si incroceranno.
Alessandra Levantesi
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L'Unità, 19 giugno 2008
Il verde violento che impazza
Scienziato (non padano) contaminato da radiazioni gamma, quando si altera si trasforma in un gigantesco essere verde che con la sola imposizione della rabbia fa fuori chi gli si para davanti. Bruce Banner (Edward Norton) per questo si è rifugiato in Sud America, è in contatto con un altro scienziato e sta aspettando di trovare una cura per tornare normale.
Gli manca la sua donna, la dottoressa Elisabeth Ross (Liv Tyler), molto meno il promesso suocero, il generale Thaddeus (William Hurt), che quando lo individua di nuovo negli Usa gli scatena contro una macchina militare infernale pur di catturarlo, consapevole che scoprire il segreto di quell'Incredibile Hulk sarebbe un'arma micidiale. Utilizza persino un superpoliziotto, piccoletto e rognoso come può essere la "iena" Tim Roth, che accetta di farsi irradiare come lo scienziato per sviluppare la sua stessa forza.
Si crea una sorta di clone cattivo, come avveniva in Iron Man. Del resto siamo in casa Marvel e Tony Stark passa persino a salutare in una scena. Brutta idea, visto che si pensa subito a come ci si divertiva in quell'episodio.
Thriller scientifico che mescola Dottor Jeckyll e Mister Hide e La bella e la bestia con l'adrenalina di Bourne Ultimatum, ben fatto come Iron Man, che ha sbancato i botteghini grazie anche ad un vitaminico Robert Downey Jr. Ma con tutto l'impegno che la leggendaria etichetta di comics ha speso per creare una macchina da spettacolo – dark e accigliato – Hulk non riesce davvero ad emergere come opera interessante.
Louis Leterrier (Danny the Dog), pupillo di Luc Besson, lo manovra come una scatola da effetti speciali senza quel quid che contraddistingue le opere Marvel. Un film di genere del tutto familiare e riconoscibile che però resta alla superficie dello spettacolo.
Sceneggiato da Zak Penn, con combattimenti continui (non tutti all'altezza delle aspettative) e qualche sviluppo un po' troppo fantasioso persino per un fumetto, la baracca s'appoggia sul tentativo di Edward Norton – che fa del suo meglio - di dare spessore al lato umano del personaggio.
Nemmeno la storia d'amore con la rediviva Liv Tyler (un po' spaesata) decolla mai. A parte la nota impossibilità dell'ex scienziato di fare l'amore, perché se si eccita troppo finisce per trasformasi.
Preferibile comunque nel confronto con il recente Hulk di Ang Lee. Cammeo di Lou Ferrigno, il culturista italoamericano e sordo protagonista dei due film diretti da Kenneth Johnson nel '77 e '79. Imprigionato in due metri di muscoli e con difficoltà ad esprimersi, è stato lui l'attore più vicino ad incarnare l'aspirazione frustrata di essere considerato normale.
Pasquale Colizzi
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Il Manifesto, 20 giugno 2008
È tornato l'uomo verde che spaccatutto
Alla Marvel non si scherza. La casa editrice di fumetti supereroici che ha ampiamente foraggiato il cinema con i suoi personaggi ( ne è stata ampiamente ripagata), ha deciso di intervenire direttamente nella produzione, per ottimizzare i propri profitti. Ecco quindi, dopo la deludente (al botteghino) lettura che aveva dato Ang Lee, ritenuta troppo autoriale e non abbastanza fracassona, una nuova versione firmata da Louis Leterrier con protagonista nientemeno che Edward Norton, che nel film incontra anche Lou Ferrigno, indimenticato Hulk televisivo. Bruce Banner dopo un esperimento scientifico-militare si trasforma in Hulk, l'omone verde incazzosissimo che spacca tutto quanto gli capiti a tiro. Non ci sta, si rifugia in una favela brasiliana, ma viene scovato e stanato. E allora si incazza e si ritrasforma. Già, perché la chiave per rimanere normale sta tutta lì, deve stare tranquillo, non può far salire più di tanto i suoi battiti cardiaci altrimenti le sembianze umane devono lasciare il posto al nerboruto gigante. Fatto che gli impedisce anche di celebrare sessualmente l'incontro con la ragazza (Liv Tyler), che rimane piuttosto delusa. Hulk, meglio Bruce è braccato dal babbo della pupa, William Hurt sempre più perfido, militare in cerca del soldato perfetto e indistruttibile, che trova Tim Roth disposto a tutto pur di diventare lui stesso un mostro gigantesco e distruttivo. Dopo epici scontri tra il verdone e i militari scatenati ecco infatti il duello finale tra i due omoni king size che si menano di santa ragione creando devastazione intorno. Solo nel finale si ritrova un po' di ironia, quando irrompe Robert Downey jr, protagonista di Iron Man, che suggerisce a Hulk di lavorare insieme a lui. Il dado è tratto gli eroi Marvel già hanno suggerito la strada. E il botteghino Usa ha risposto piuttosto bene. In parte è giusto questo Hulk effettivamente offre quel che il fan si aspetta, anche se appare un po' troppo videogame. Chi invece sembra non sia rimasto molto soddisfatto è Norton, entrato felicemente nel progetto come attore, sceneggiatore e in piccola parte produttore, in disaccordo con il final cut. È il cinema, bellezza.
Antonello Catacchio
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Il Mattino, 21 giugno 2008
Un antieroe chiamato Hulk
«La bella e la bestia», «King Kong», «Il dottor Jekyll e Mr. Hyde». Un personaggio come Hulk scatena immediatamente nell'immaginario un cortocircuito di mitologie cinematografiche e letterarie. Uno dei supereroi più famosi dei fumetti Marvel (la straordinaria coppia Jack Kirby-Stan Lee), che ha dato origine a una popolare serie televisiva negli anni '70, stimola però anche riflessioni teoriche più sofisticate, come quelle di Gino Frezza che nel suo saggio «Effetto Notte - Le metafore del cinema» (Meltemi) scrive: «La storia di Hulk compendia il filo storico della cultura scientifica del moderno Prometeo e dell'immaginario fantastico-filmico della Bestia. Fra mutazione del corpo e salti spazio/temporali, Hulk riconduce a quel che esiste di più virtuale e di più oltre-umano, quindi di più temporale, oltre il tempo dell'umano e della Storia». E, in effetti, dopo la versione del 2003 del taiwanese Ang Lee che aveva intellettualizzato l'eroe più fisico prodotto dalla major dei comics, Hollywood ripropone una delle più emblematiche storie di doppio, sdoppiamento, mutazione significante e trasfigurazione mostruosa metaforica con un kolossal da 125 milioni di dollari affidato al regista francese Louis Leterrier. Il film da un lato richiama esplicitamente - già nel titolo «L'incredibile Hulk» - il modello fantascientifico cinetelevisivo con Lou Ferrigno, dall'altro punta all'introspezione, all'approfondimento psicologico, alla credibilità dei personaggi (non a caso il protagonista Edward Norton, attore intellettuale, è intervenuto anche sulla sceneggiatura di Zak Penn), in linea con la recente tendenza di rappresentare il lato umano e sentimentale di supereroi d'azione della più diversa matrice (Spider-Man, Superman, Batman, X-Men, 007). Braccato dai militari al servizio del generale guerrafondaio Ross che vuole impadronirsi della sostanza che lo trasforma in un gigantesco mostro verde, lo scienziato Bruce Banner è costretto a nascondersi con l'aiuto della moglie Betty, ma quando la perfida spia Blonsky si fa iniettare il suo stesso siero, il gene modificato, trasformandosi nel gigantesco e mostruoso abominio color verde, lo scontro è inevitabile. Molta azione, sequenze spettacolari, effetti speciali digitali a base di computer grafica e motion capture e la scena della resa dei conti finale che dura 26 minuti. Ma Leterrier e Norton restituiscono anche la dimensione antieroica e dark di Banner/Hulk, il suo dualismo tragico, la sua lotta con il doppio incontrollabile e violento, il dramma esistenziale di un uomo per il quale i superpoteri sono una maledizione.
Alberto Castellano
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Il Messaggero, 20 giugno 2008
Altro che storie, tutti
vorrebbero essere Hulk
Morto un Hulk se ne fa un altro. Il cinefumetto d'autore firmato Ang Lee nel non remoto 2003 aveva deluso i fans e lasciato a bocca asciutta il box office? Non c'è problema, ne scodelliamo un altro. Magari invertendo i fattori. Dunque: più peso divistico, meno potere al regista. E sudditanza totale agli effetti speciali (che nei film-fumetto, salvo rare eccezioni, non sono speciali per niente, limitandosi a tradurre in suoni e movimento quanto era già chiaro e molto più suggestivo sulla pagina, specie quando si tratta di pagine Marvel).
Dimentichiamo dunque i virtuosismi un po' schizoidi di Ang Lee, troppo "autore" per mettersi al servizio di un personaggio-locomotiva. In questo Hulk bis conta l'eccellente Edward Norton, attore pensante, ecologista militante e occasionalmente regista (qualcuno ricorderà il godibile Tentazioni d'amore dove Norton era anche il prete innamorato della stessa donna del suo amico, il rabbino Ben Stiller). Conta molto meno il regista, il parigino Louis Leterrier, docile "shooter" di film d'azione (Transporter) cresciuto alla scuola di Luc Besson e di Marc Jeunet, capace di dar vita a una lunga scena adrenalinica nellle favelas di Rio de Janeiro, ma non di fornire coerenza e respiro a uno script così approssimativo (cui peraltro ha messo mano, non accreditato, lo stesso Norton).
Conta invece il resto del cast, in testa William Hurt con toupet da militare cattivo, deciso a impadronirsi di quel micidiale soldato mutante, nonché padre padrone della bella scienziata amata da Norton/Hulk, Liv Tyler. Mentre Tim Roth, attore che vorremmo vedere più spesso (purché qualcuno gli consigli ruoli migliori), veste i panni del soldato che per affrontare Hulk chiede di "combattere ad armi pari". Dunque si sottopone alla stessa dose di raggi gamma che ha scatenato la trasformazione del pacifico scienziato Bruce Banner nel suo furibondo e gigantesco alter ego verde.
Morale: l'epilogo nelle strade di Manhattan diventa una specie di remake di Alien contro Predator, con i due mostri uguali e diversi che combattono devastando ogni cosa al loro passaggio. Lasciando il rimpianto per un paio di suggestioni che meritavano ben altri sviluppi. Uno (qui c'è lo zampino di Norton): Hulk non è cieca rabbia e forza bruta, se continua ad amare Liv Tyler anche durante le crisi (ma non può amarla sul serio, cioè possederla, quando torna umano, perché se si eccita si risveglia la belva...).
Due: "essere" Hulk non è affatto una maledizione: è grandioso. Potere puro. Distruttivo, ma senza confini. Lo avevamo sempre sospettato, ora ne abbiamo la certezza. Lo dice il perfido Tim Roth prima di farsi iniettare il siero maledetto. Lo conferma lo scienziato-secchione (Tim Blake Nelson) già rimasto a bocca aperta quando Norton si trasforma sotto i suoi occhi. Peccato che il film non riesca a trasferire questa fascinazione sullo spettatore. Sarebbe stata tutta un'altra musica.
Fabio Ferzetti
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Corriere della Sera, 20 giugno 2008
Un violento divertimento
A guardarlo nelle immagini di L' incredibile Hulk, ora riproposto dopo un' interminabile serie di apparizioni in tv e lo sfortunato film di Ang Lee del 2002, il gigante verde dei comics sembra nato ieri. E invece conta ben 122 primavere perché tante ne sono passate da Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr. Hyde, archetipo di tutte le vicende in cui il bene e il male si impastano in una sola persona. Del resto il debito verso Stevenson fu riconosciuto da Jack Kirby fin da quando inventò il personaggio bifronte che è insieme il lucido scienziato Bruce Banner e il ferocissimo alter ego dai possenti bicipiti. Hulk nasce ufficialmente nei fascicoli del Marvel Comics Group nel maggio ' 62: non è ultracentenario come Jekyll, ma al mezzo secolo quasi ci arriva. Se c' è in giro qualcuno ancora attaccato alla teoria veterocinefila del regista come autore unico del film, prima di prendere in considerazione il lavoro del regista Louis Leterrier dovrebbe dare un' occhiata a un bellissimo libro: «Kirby King of Comics», messo insieme da Mak Evanier per le edizioni Abrams di N.Y. In un travolgente svariare di disegni colorati dove Hulk si scatena fra gli X-Men, Captain America, i Fantastici 4 e Thor, salta agli occhi che il creatore di tutta la compagnia è il sunnominato Jack Kirby (ovvero l' oriundo austriaco Jacob Kurtzberg, 1917-1994) al quale si può tranquillamente ascrivere anche la paternità della presente versione cinematografica. Pregio ma forse anche difetto del film (per lo spettatore che non ha mai sentito parlare di Hulk) la vicenda parte in medias res. Una didascalia destinata a tornare più volte ci informa che sono 158 i giorni trascorsi senza crisi dal professor Banner (Edward Norton) rifugiatosi nel cuore di una favela di Rio de Janeiro per smaltire in segreto la contaminazione dei raggi gamma che minacciano ogni momento di trasformarlo nell' orrido gigante assassino. Bruce lavora in una fabbrica di bibite e occupa il tempo libero in meditazioni yoga per dominare gli interni affanni. Solo la biologa Elizabeth Ross (Liv Tyler) sa dov' è nascosto il suo innamorato e cerca di tenerlo lontano dalle grinfie del proprio padre, il generale Ross (William Hurt) che vorrebbe utilizzare Hulk come prototipo di un battaglione di supereroi destinato a cambiare l' esito delle ormai endemiche guerre americane. Basta però una goccia di sangue del potenziale ammazzasette in una bibita destinata agli Usa per rintracciare lo scienziato e scatenargli addosso una falange di teste di cuoio. Gli scontri e le fughe a gambe levate sui tetti della favela, con Bruce impegnato a sottrarsi ai suoi persecutori, sono fra le migliori riuscite di un film vincente soprattutto nelle situazioni da videogame. Il tutto riattizzato dall' apparizione di un secondo militare, Emil Blonsky (Tim Roth), deciso a diventare un mostro anche lui per combattere Hulk ad armi pari e imboccare la carriera del supereroe sanguinario che il saggio protagonista ha preferito scansare. Nulla da eccepire sui tanti spassosi momenti di violenza incandescente, che ispirandosi ai famosi disegni inscenano disastri a gogò, ma nonostante il film si rifaccia a King Kong nel delineare il rapporto fra la bella e la bestia, tutto ciò che non è catastrofale finisce per ristagnare. I personaggi non hanno spessore anche perché, come è parso di capire da certe dichiarazioni di Norton, sceneggiatore oltre che protagonista, sono state tagliate scene in cui si approfondivano gli aspetti psicologici e la morale della favola. Meno male, direi, perché in questo modo L' incredibile Hulk non avanza pretese e resta nell' ambito di una fastosa baracconata dalla quale si esce frastornati ma felici.
Tullio Kezich
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Il Giornale, 20 giugno 2008
Hulk, più noioso che incredibile
Cinque anni fa Ang Lee traeva il suo film meno riuscito dal personaggio di Hulk; idem valeva per il protagonista, Eric Bana: meno di un anno dopo il dvd di quell'Hulk veniva svenduto per 7 euro! Il tentativo di dare uno spessore drammatico a questa versione collerica di Mr. Hyde si era infranta in un pacifismo di maniera, che il regista cinese non era riuscito a rendere meno indigesto che l'originario furore del suo uomo-mostro.
Ma i supereroi sono evidentemente imprescindibili per una Hollywood che vuole maggiori incassi e minori rischi. Salvando così l'immeritevole personaggio e immolando il prestigioso ma inadatto regista, tocca alle mani svelte ma rozze di Louis Leterrier (quello di Transporter) cavare sangue dalle rape. E i ragazzini avranno un'altra sagra di effetti speciali, sempre più visti, sempre meno stupefacenti. Nemmeno la trovata di prendere l'esiguo - come fisico - Tim Roth per antagonista di Edward Norton, cioè di Hulk, suscita emozione. Conforta solo sapere che anche un Roth, cinquantenne sotto il metro e settanta, possa militare nei corpi speciali dell'esercito americano. Il resto è un cumulo d'incongruenze: un Norton che lavora in incognito in una fabbrica di bibite, in Brasile, viene rintracciato al primo colpo fra case e casette labirintiche; sempre lui, poi, vaga nudo per l'America Centrale ma riesce, seppur ricercato, a varcare la frontiera degli Stati Uniti; e Liv Tyler l'aspetta: certo, fra braccia altrui, ma è pronta a lasciarle per lui! E il generale di William Hurt è più un incapace che un malvagio. Cercate di evitare ai vostri figli di buttare il loro tempo.
Maurizio Cabona
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