Imperatore Jones
(L')
di Eugene O'Neill
Corriere Lombardo, 3
dicembre 1949
Bisognerebbe conoscere quel che ne pensano i negri.
Fra la convenzionalità e pittorescamente truculenta o retoricamente patetica
di molta letteratura negra vista dai bianchi e la potente spiritualità della
mistica poesia di poca letteratura negra fatta dai negri, ho l’impressione
che Emperor Jones, del quale, ieri sera all’Odeon, il tellurico
Benassi ha fatto un atletico pezzo di recitazione antologica, stia a mezza strada,
molto più su della prima o alquanto più giù della seconda.
Una specie di nobile e convulsionario melodramma wagneriano dove la cartapesta
si sposa con disinvoltura al marmo.
I soliti limiti e il solito equivoco, l’impasto di raffinato e grossolano,
di intellettualistico e istintivo, di letterario e popolaresco il simbolismo
innestato sul più crudo realismo, quel singolare fenomeno, insomma, di
prepotente genialità e di massiccia stupidità che si chiama O’Neill.
Viene da pensare che se, per improbabile ipotesi, un giorno gli uomini decidessero
di erigere delle statue ai dilettanti, a Eugene O’Neill toccherebbe un
monumento in Campidoglio.
Il dramma, anzi il monodramma, appartiene alla prima stagione dell’autore;
viene mi pare, subito dopo gli stupendi “drammi marini”, e se denuncia
il semplicismo fin troppo automatico e scoperto delle antitesi ideali e il compiaciuto
delle rivoluzioni e delle novità formali, scenotecniche e macchinistiche,
che resteranno poi, sempre, una delle specialità dell’autore, possiede
anche un turgido impeto fantastico e una, sia pur clamorosa, sincerità di
accenti che, successivamente, nelle sue opere più lunghe, andranno perdute.
La storia del negro Jones vuol rappresentare la regressione del selvaggio rincivilito
verso l’originario stato di barbarie e l’onimismo magico primitivo.
Jones è un negro intelligente, abile, calcolatore, ha tutte le virtù pratiche
e manovriere dei bianchi fra i quali è cresciuto e dei quali è persuaso
di aver assorbito, per così dire, tutto il meglio del loro peggio. Ha
accoltellato un bianco in una rissa, ha ucciso il guardiano del carcere, è evaso
ed è sbarcato su un’isola popolata da negri. Qui, sfruttando con
la frode e con l’intrigo la superstizione degli indigeni, è riuscito
a diventare il loro padrone, emperor Jones.
Il cesareo avventuriero ha avuto un solo scopo: arraffare quanto e meglio gli è stato
possibile, convertirlo in biglietti di banca, depositarli all’estero e
sintetizzarlo in un libretto di assegni per il giorno nel quale lo sfruttamento
non sarà più possibile. Sa che l’arco si può tendere
solo fino a un certo limite, ha già previsto che verrà i giorno
che gli indigeni si rivolteranno e lo faranno fuori ed ha preparato tutto per
la ritirata: l’itinerario attraverso la foresta, perfino i cibi lungo il
cammino, fino alla costa dove si potrà imbarcare come il più bianco
e il più rispettabile dei predoni coloniali. Ha indotto nella mente dei
suoi sudditi l’idea magica che solo un proiettile d’argento, appositamente
fuso, può aver ragione della sua vita e, al riparo di questo talismano,
sta spigolando gli ultimi chicchi della sua razzia.
Ma ha calcolato male il tempo. La rivolta anticipa. Un giorno la sua fastosa
e cafonesca reggia si vuota come per incanto e dalle colline che la circondano
comincia a risuonare, sinistro e ossessionante, il suono dei tam-tam. Segno che
i negri si sono riuniti per i loro riti e stanno invocando contro di lui l’intervento
degli spiriti maligni, prima di lanciarsi alla caccia all’uomo. Pieno di
irridente superbia appena venata da qualche ombra superstiziosa, Jones anticipa
la ritirata e si getta nella foresta. Ma la propria razza non si tradisce impunemente.
Da questo momento la lotta mortale è fra l’anima di Jones e la foresta.
La solitudine che lo opprime, la fame che lo morde, la paura che lo bracca, l’angoscia
della cattura incombente, il suo terrore insomma, disgregano la sua anima d’accatto.
Mano a mano che procede nella foresta, le ombre della notte, le sagome degli
alberi secolari, i rumori, la soffice insidia del terreno risvegliano, animano
ed esteriorizzano i terrori, i rimorsi, le superstizioni, i complessi d’inferiorità,
i totem e i tabù che dormono nella profondità del subcosciente
originario. Dapprima gli spettri delle sue vittime e poi, via via, in un viaggio
rapinoso a ritroso, i ricordi ancestrali della schiavitù, le maledizioni,
le stregonerie, gli spiriti maligni. Jones reagisce, spara contro le ombre, esaurisce
perfino il pallino d’argento che s’era riserbato per darsi eventualmente
la morte di propria cosciente e deliberata volontà, mentre l’ossessione
del tam-tam che si avvicina diventa sempre più ossessionante, la ragione
smantellata dall’istinto, alla fine il mal rincivilito imperatore Jones
non è più che il povero negro Jones sopraffatto e vittima degli
elementi primordiali. E quasi ipnotizzato, viene a gettarsi contro i corpi mortali
dei suoi inseguitori. Non so se e fino a che punto, sia legittimo, a proposito
di questa specie di rapsodia del subcosciente negro, vista dall’osservatorio
bianco, parlare, come qualcuno ha fatto, di monologo interiore. Direi senz’altro
di no, a meno che non si voglia ritenere conciliabile il monologo interiore con
la dichiarata e, spesso, clamorosa teatralità. È ben vero che,
praticamente, lungo tutta l’opera, è soltanto Jones che parla e
si confessa, ma l’antagonista è sempre presente, a intrattenere
il dialogo, anche se non risponde a parole e se, in ultima analisi, altro non è che
un’esteriorizzazione dei pensieri e dei sentimenti e delle angosce del
protagonista sotto forme figurative e pantomimiche che, almeno nelle intenzioni
dell’autore, dovrebbero avere il medesimo, se non maggiore, significato
delle cose.
Soltanto il coraggio, la fantasia e l’autorità di Memo Benassi potevano
affrontare il cimento di un personaggio simile ed esprimerlo nel modo sconcertatamente
superbo nel quale lo ha espresso. Un’interpretazione sinfonica, come un
organo dai numerosi registri che suoni a pieni mantici; e se c’è stata
qualche perplessità di una parte del pubblico, nell’accogliere alcuni
passaggi del dramma, nessuna riserva è stata fatta all’interprete
crucciato e festeggiatissimo. Mario Landi, valendosi delle eccellenti scene di
Ratto, delle coreografie di Dall’Ara, della recitazione del Bianchi e della
danza di Geo Carli, ha articolato uno spettacolo intelligente e suggestivo nonostante
le limitazioni del palcoscenico.
Dalla foresta maledetta all’inferno in camera. Ha concluso la
serata una ripresa di alta classe di A porte chiuse di Sartre
la quale ha riserbato una cosa prevista e un paio di sorprese. La cosa
prevista è stata la eccellente interpretazione di Evi Maltagliati
peccatrice bruciante e di Memo Benassi squallido dannato, e le sorprese:
la miglior regia vista finora di Daniele D’Anza e la scoperta
di una giovane attrice sorprendente. Anna Maria Alegiani. Una rivelazione,
una recitazione devastata. Auguri! Finalmente, una scialuppa in vista! |