Limòn, l'immigrato
della danza
Vederli danzare è una gioia per gli occhi: i ballerini
della Limòn Dance Company animano il palcoscenico
(a Roma, al Sistina) come scie di luce, un fuoco d'artificio
di salti, un trionfo di grazia e limpidezza di forme. Ma
non c'è niente di formale nelle coreografie di Limòn,
scomparso nel 1972, nessun movimento artificioso e nemmeno
astrattezza concettuale: tutto, nei suoi lavori, riconduce
ai sentimenti umani, a una spontaneità del vivere
ancora attuale a decine di anni dalla loro creazione (La
Pavana del Moro, il suo capolavoro, risale al 1949). Sono
danze, come diceva lui stesso, che intendevano «cambiare
il mondo». È il principio etico che ha regolato
l'arte di Limòn, il desiderio di riscatto dalla
povertà, dalla guerra, dalle discriminazioni di
emigrato che prende origine dalla vita stessa del coreografo
e che ben descrive una pagina recente di storia americana.
José Limòn era nato in Messico, nel 1908,
in una famiglia di dignitosa povertà (il padre era
un musicista) e cresciuto in mezzo alla rivoluzione. Nel
1913 la città dove abitavano, Cananea, fu messa
a ferro e fuoco dai federalisti e per tre giorni José e
i suoi familiari si rifugiarono in cantina, dopo che uno
zio era stato ucciso da una pallottola. Sono ricordi che
affioreranno di continuo nella produzione coreografica
di Limon - nella Mexican Suite, per esempio, dedicata ai
rivoluzionari, ma anche nelle ricorrenti figure di eroi
che lottano contro il destino avverso come in Psalm, maestosa
opera del 1967 in cui si racconta la storia di un Giusto,
uno dei 36 uomini che secondo la tradizione ebraica porterebbero
nel cuore la sofferenza del mondo, o The Unsung, dedicata
a sei capi indiani.
Limòn visse in prima persona anche i disagi dell'immigrazione,
nonostante all'epoca l'America fosse molto più permeabile
di oggi. La famiglia entrò legalmente in Arizona,
ma soprattutto la madre (un'india mezzosangue) non si adattò mai
del tutto al nuovo mondo, imparò solo una manciata
di parole inglesi e per il resto dipendeva dai figli come è successo
a molte successive generazioni di immigrati. José,
che veniva preso in giro a scuola per il suo accento, ne
fece un punto d'onore d'imparare la nuova lingua meglio
degli stessi nativi. La Pavana del Moro, che attinge all'Otello
di Shakespeare, è il sigillo definitivo alla sua
adesione alla cultura occidentale, l'opera perfetta, sintesi
di equilibri dinamici e raffinatezza culturale. Senza che
per questo il coreografo messicano dimenticasse le sue
origini (vedi lavori come La Malinche, dedicata alla principessa
india che aiutò il conquistatore Cortez, le frequenti
tournée della sua compagnia in Messico, le borse
di studio a giovani talenti sudamericani). Una parabola
morale che Limòn sigillò con la devozione
alla sua maestra e decana della modern dance, Doris Humphrey,
a cui affidò - caso più unico che raro -
la direzione artistica della compagnia da lui fondata nel
1946. Che ancora oggi è diretta sempre da una donna,
Carla Maxwell, che di Limòn è stata magnifica
interprete e assieme ad altre sue soliste (Nina Watt, Alice
Condodina, Betty Jones) fedele custode delle sue opere.
I risultati si leggono negli arabeschi lirici che gli attuali
protagonisti - tra cui le splendide Roxane D'Orleans Juste
e Kathryn Alter - disegnano in scena, dalla Suite from
a Choreografic Offering dedicata a Humphrey, alle Dances
for Isadora (omaggio alla Duncan). Serate da non perdere
quelle al Sistina (fino a domenica) dove vengono celebrati
i sessant'anni di una compagnia dal cuore «meticcio»,
espressione della migliore America multietnica.
Rossella Battisti