Ironia e paradossi nell’opera
di Kwapis
Una commedia americana piuttosto buffa che, nella sua estrema facilità,
può abbastanza divertire. Soprattutto perché il suo spunto,
condotto fino alla caricatura, non è troppo lontano dal paradosso.
Si parte da lui e lei, conviventi ma non sposati, che decidono di convolare
a giuste nozze. Lei, però, insiste per far svolgere la cerimonia in
una chiesa gestita da un pastore amico di famiglia. Il promesso sposo accetta
ignorando che il pastore - e qui cominciano il buffo e la caricatura- ha
l’abitudine, in sé lodevole, di sottoporre i promessi sposi
a un corso di preparazione alle nozze con tutta una sorta di precetti non
osservando i quali egli non darà poi la licenza di matrimonio annunciata
dal titolo. Sono questi precetti a movimentare l’azione perché il
pastore, assistito da un chiarichetto persino più strambo di lui,
si dà a pedinare i due promessi per garantirsi che li seguano, arrivando,
a un certo punto, a inserire addirittura una "cimice" nel loro
appartamento per esser certo della loro castità prematrimoniale (è una
delle sue richieste fondamentali). La ragazza, anche perché amica
del pastore, cerca di adeguarsi, il promesso sposo, invece, dà in
smanie, polemizza, contesta e spinge la sua opposizione a tal segno che,
proprio alla vigilia di sposarsi, i due butteranno tutto all’aria e
lei dedicherà i giorni in cui avrebbe trascorso la luna di miele a
seguire i suoi in vacanza in Giamaica. Ma è una commedia. E si può stare
tranquilli che, alla fine, quel matrimonio si farà. Il buffo, appunto,
e la caricatura scaturiscono da quel pastore infatuato dei suoi metodi e
deciso ad applicarli costi quello che costi, anche, è dato capire,
con una certa malignità. Quei metodi, e le loro conseguenze, hanno
indotto il regista Ken Kwapis, in arrivo soprattutto dalla TV (con pause
però anche nel cinema), a dare all’intera azione dei ritmi addirittura
frenetici, con colori e sapori spesso sopra le righe e muovendovi in mezzo
i personaggi - i tre centrali ma anche altri di sfondo - con movenze, improvvisazioni
e cadenze riprese in più punti addirittura dai disegni animati. Con
un brio e un’allegria, cui il finale prevedibile non impedisce qualche
occasione di svago. Anche perché, al centro, come pastore, c’è Robin
Williams in un carattere colorito al massimo, in modo certamente scoperto
ed esteriore ma anche con sfumature sottili. Quelle, appunto, della malignità.
La coppia di fronte a lui cerca di imitarlo. Ma ci riesce poco.
Gian Luigi Rondi