Parte dalla suggestione di una leggenda medioevale Nicola
Bonazzi del Teatro dell’Argine, per costruire questa
storia un po’ grottesca e un po’ crudele e
tuttavia così drammaticamente reale. A ispirarlo è la
vita di santa Liberata, una vergine, salvata da un matrimonio
imposto dal miracolo di una fluente barba spuntatale dopo
una notte di preghiere e per questo condannata al martirio
e quindi alla santità. Ma la Liberata dei nostri
giorni è solo una donnetta devota finita nella trappola
di un amore profano che presto la trasformerà in
una giustiziera a vendicare i soprusi e gli abusi di un
maschio psicopatico e violento. Che esercita il suo potere
di avventuriero “bello come un attore del cinema” anche
sulle due figlie di una prima moglie, uscita di scena non
si sa come.
L’autore e regista costruisce un melodramma circense ambientato in Emilia
Romagna dove vive Liberata con la sua piccola giostra che guarda il mare Adriatico.
Comincia qui l’assedio di Italo, il fascinoso perdigiorno deciso a sposarla
per impadronirsi dei terreni della donna. Al suono di un valzer francese e viaggio
di nozze a Pennabilli. Comincia qui l’incubo della convivenza con un uomo
logorato dall’ambizione di un benessere che non arriverà mai, sadico
e stupratore di bambine e con le figlie di lui, vittime e complici di un degrado
a cui “l’amore paterno” le ha condannate per sempre. E quando
il dramma si sarà consumato con la vendetta di Liberata istigata e aiutata
dalle figlie di lui e l’inevitabile martirio e trasfigurazione della donna,
per le due bambine, piccoli mostri partoriti dall’abiezione e dall’orrore
di un mondo impazzito, non ci sarà salvezza.
È un teatro di forte fisicità questo di Bonazzi, un teatro che
parla con i corpi degli attori e nell’uso di una lingua dialettale recupera
forza narrativa e una comunicazione ricca di suoni e suggestioni popolari. Per
raccontare un martirio contemporaneo di donne umiliate, stuprate, vendute e di
figlie abusate dai padri. La scena essenziale e cupa è un semplice sfondo
di travi di legno e di catene, a tratti rischiarata dai disegni delle due bambine
che illustrano la narrazione. Maria Casalboni nella parte della protagonista
esprime con grande temperamento le contraddizioni di Liberata, mentre Andrea
Gadda è un efficace e odiosissimo padre padrone.
Titti Danese