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Lezioni di felicità
Lezioni di felicitàdi Eric-Emmanuel Schmitt
con Catherine Frot, Albert Dupontel (Francia/Belgio, 2007)
 
Corriere della Sera, 14 marzo 2008
Odette «vola» sui romanzi rosa

Paura di volare? No, Odette Toulemonde (come dire casalinga di Voghera) vola tranquilla trasportata dall'enfasi del suo scrittore preferito, un bestsellerista per anime semplici che in seguito a stroncatura cade in depressione e va a vivere (sic!) da Odette, scoprendo un cuore bello, una famiglia complicata ma forse un futuro in rosa. Il film un po' autobiografico e modaiolo del gettonato commediografo Eric-Emmanuel Schmitt divide il mondo in intellettuali e commesse con sindrome di Amèlie in cerca della felicità. Finale rosa per una commedia semplicistica: il neo regista, autore di Monsieur Ibrahim, prende qualche scorciatoia nel surreale sospendendo nel vuoto ed obbligando Catherine Frot ( La voltapagine) ad acrobazie non solo sentimentali in un personaggio dagli incredibili snodi drammatici, stile pura di cuore Gelsomina-Cabiria. Tutto graziosamente ininfluente e rapido.

VOTO: 6

Maurizio Porro

 
Corriere della Sera, 7 marzo 2008
Volare con i romanzi rosa

Di per sé Lezioni di felicità sarebbe un filmetto qualsiasi se non mettesse in campo un problema centrale della critica letteraria: è giusto trascurare, oscurare e implicitamente condannare i romanzi scritti per la gioia di donzelle e matrone? Ovvero di tutte quelle signore che li prediligono, che vi trovano rispecchiati i propri sentimenti e incoraggiate le speranze per il futuro? Lo scrittore Eric-Emmanuel Schmitt, per l' occasione trasformato in regista, ha ideato in proposito una metafora di perigliosa realizzazione: quando la gentile commessa di profumeria Odette Toulemonde, protagonista del film, si immerge nelle pagine del suo scrittore preferito, Baltahsar Balsan, e letteralmente vola. La vediamo levitare nell' aria, con il naso nel libro, fra i viaggiatori dell' autobus: e la vediamo addirittura vagante nei cieli metropolitani. «A 28 metri di altezza appesa a una gru dalla quale si vedeva tutta la città di Charleroi - spiega l' acrobatica interprete Catherine Frot -. Non ci sono stati né trucchi né effetti. Ero veramente sospesa a mezz' aria, infagottata in un' imbracatura allucinante Mentre a Bruxelles ero in una specie di navicella grande come me...». Dovrà ricredersi chi pensava che l' olimpionica delle attrici volanti fosse Giulia Lazzarini in veste di Ariel calato dalla soffitta del teatro nella Tempesta scespiriana secondo Strehler. La favola di Schmitt, che poi l' ha anche scritta e inserita nel libro di racconti pubblicato da e/o, denuncia lo stridore sempre incombente fra l' ideazione e la realizzazione concreta. Individuo viziato dal successo, ma messo a terra dalla stroncatura sferzante di un critico televisivo, Balthazar dopo aver sfiorato addirittura il suicidio si rifugia in casa di un' ammiratrice di provincia che gli aveva scritto una toccante lettera. La decisione per la verità risulta improbabile, tant' è vero che l' autore nel confermare il carattere autobiografico dello spunto ha cura di smentire il resto. È dunque pura invenzione il tira e molla sentimentale fra Odette e Balthazar, che finisce sullo scivolo della soluzione più prevedibile. Come firma di successo Eric-Emmanuel Schmitt non si esaurisce nei romanzetti, ma ha scritto libri impegnativi come Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (da cui fu tratto il film con Omar Sharif) e soprattutto fortunati copioni di teatro. Tra i quali il più noto è Il visitatore, in cui Freud riceve la visita di un misterioso personaggio che è forse Dio, recitato in Italia da Turi Ferro e Kim Rossi Stuart suscitando commenti fin troppo positivi. Bisogna aggiungere che la silloge dei racconti contornanti Odette Toulemonde non mi sembra cosa di grande pregio, si leggono e si dimenticano con pericolosa facilità. Tanto che l' autore rivela forse qualche dote in più quando diventa regista di se stesso perché gli ambienti del film e i personaggi di contorno sono individuati con un certo occhio. Albert Dupontel, che incarna Baltahzar, è un attore in grado di giostrare in modo plausibile sulle differenti corde tra arroganza e fragilità; ma è soprattutto apprezzabile l' impegno di Catherine Frot, che affrontando un personaggio buonista alla Giulietta Masina prima maniera riesce a mantenersi fuori dalla melensaggine sempre in agguato. Resta la constatazione che la difesa della letteratura rosa, affidata alla ferma convinzione di Odette, è probabilmente un' autodifesa: Schmitt risponde ai suoi denigratori esaltando l' utilità sociale dello scrivere dove ti porta il cuore. Ma il discorso è molto più complesso di come lo configura lui e riguarda la qualità stilistica delle operine di consumo. Quindi non sarebbe male se la critica aiutasse i lettori a scegliere fra questi libri distinguendo quelli scritti bene da quelli scritti male.

Tullio Kezich

 
Il Messaggero, 7 marzo 2008
Ma che bel libro,
ti fa prendere il volo

Come vive il successo uno scrittore di successo? Che rapporto ideale costruisce con i suoi lettori? E cosa accadrebbe se potesse entrare nella vita di una di loro scoprendo come vivono e cosa pensano questi sconosciuti che passano buona parte del loro tempo libero in compagnia delle sue opere?
Potrebbe essere il soggetto di una commedia dell'assurdo autoironica e crudele, una specie di "diario in pubblico" in cui l'autore gioca senza indulgenza con i suoi tic e le sue debolezze. Il primo film dello scrittore Eric-Emmanuel Schmitt, popolarissimo in Francia e noto anche da noi per M. Ibrahim e i fiori del Corano, portato sullo schermo da François Dupeyron, parte da una fantasticheria di questo tipo ribaltandola astutamente per nascondere l'autoritratto (appena abbozzato) dietro il presunto ritratto di una lettrice ideale. Dunque una lettrice che in realtà non esiste ma che l'Autore immagina, a suo piacimento, come un concentrato di semplicità, ignoranza e naturalmente gioia di vivere, eterno privilegio dei semplici.
Una donnetta felice della sua vita modesta perché in grado di accettarla da buona cristiana (fra i suoi pittoreschi vicini di casa c'è un certo Gesù con barba da Nazareno che fa cose strane sempre col sorriso sulle labbra...). Dunque capace di "guarire" lo scrittore dalle inutili nevrosi cui fatalmente va incontro l'artista narciso.
Sembra incredibile che uno schema così populista e semplicistico possa ispirare un film non privo di grazia. Eppure Lezioni di felicità, in originale Odette Toulemonde (cioè "Odette Tuttiquanti"), strappa il sorriso finché si affida all'arte impeccabile di Catherine Frot (e a due o tre trovate che Schmitt purtroppo ripete fino alla nausea). Commessa in un grande magazzino di provincia, vedova, madre di un giovane gay impenitente e di un'adolescente trasandata e depressa (dunque capace di infliggere a tutta la famiglia un film in giapponese in versione originale, e dagli coi cliché), questa Odette cuorcontento è una lettrice così affezionata ai romanzi del bel Balthasar Balsan (l'appropriatissino Albert Dupontel) da librarsi letteralmente a mezz'aria quando li legge. Figuriamoci cosa succede quando lo sbalestrato scrittore (la moglie lo tradisce col suo peggior nemico, un critico pomposo che lo ha stroncato in tv...) bussa alla sua porta per conoscere l'anonima fan che gli ha scritto una lettera così semplice e insieme toccante.
Il resto conviene scoprirlo al cinema, ma oscillando fra Mary Poppins e Amélie, con l'aiuto involontario di Josephine Baker (sono sue le canzoni che Odette canta e balla nei momenti di felicità), Schmitt sembra dimenticare che in tempi di neopopulismo arrembante il suo elogio delle care cose di pessimo gusto rischia di sfondare pericolosamente una porta aperta. E quel che è peggio di farlo in ritardo: sul cinema (per il critico perfido vedi alla voce Ratatouille) e sulla Storia.

Fabio Ferzetti

 
La Repubblica, 7 marzo 2008
Odette, lo scrittore
e le "Lezioni di felicità"

Commessa in un grande magazzino, Odette, la protagonista di Lezioni di felicità, non avrebbe molte ragioni per essere felice; ma è una donna semplice e incline per natura alla gioia. Tutto il contrario per Balthazar Balsan, scrittore di romanzetti, baciato dal successo però scontento, fino a cadere in depressione (per colpa di un critico). Non ci vuol molto a capire che i due opposti s'incontreranno e che l'incrocio delle loro strade cambierà la vita di entrambi.

Debuttante dietro la macchina da presa, Eric-Emmanuel Schmitt è, in versione più colta, una specie di Balthazar: un drammaturgo e romanziere di successo. Adattando uno dei propri racconti, lo scrittore divide il mondo in due fette opposte: da una parte l'ambiente parigino intellettuale e mediatico; dall'altra la periferia con la sua gente semplice, la consolante quotidianità.

Andava bene quando cose del genere le diceva Jacques Tati irradiandole di sorridente poesia. Qui, invece, lo schematismo dell'antinomia risulta goffo: la critica alla vanità del successo e del denaro necessita di argomenti ben più forti, o caustici, del candore di Odette. Detto questo, il film si può guardare come una favola dei nostri tempi, non priva di simpatia e dai dialoghi piuttosto azzeccati.

Roberto Nepoti

 
L'Unità, 28 febbraio 2008
Romanzo rosa di poca cosa

Quando è felice decolla e passa in rassegna la piccola cittadina del Belgio in cui vive facendo la commessa, vedova con due figli, uno parrucchiere gay e l'altra adolescente intrattabile. Di secondo lavoro attacca piume per i vestiti delle riviste parigine. Insomma, non sarà un gran che bel vivere però Odette Toulemonde (una spiritosa Catherine Frot) la prende bene.

Se sente Josephine Baker non resiste e improvvisa balletti ("Sono nera dentro!"), quando è nella vasca e canta un motivetto "coloniale" le piastrelle diventano lo sfondo di un'Haiti lussureggiante. E quando il suo scrittore preferito, Balthazar Balsan (Albert Dupontel), le chiede aiuto lei non si tira indietro.

Lo ospita nella sua modesta casetta con la collezione di bambole e lo coccola ricambiando il conforto che aveva ricevuto leggendo le sue storie.

Come uno scrittore famoso finisca a casa di una fan è parte dello straordinario nel reale, di un colpo alla Frank Capra che un regista esordiente ma scrittore di successo come Eric-Emmanuel Schmitt può permettersi con la sua vena spiritualista e magica.

Balsan è in crisi: nonostante il gran successo deve sopportare la ripicca velenosa di un critico livoroso che lo indica come "l'autore delle shampiste e commesse". E la moglie lo tradisce. Quando si ritrova per le mani la sentimentale lettera di Odette non ci pensa due volte e si fionda a casa sua.

Dopo che dei suoi libri c'erano state trasposizioni teatrali e cinematografiche (Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano), Schmitt si è messo in proprio, con Lezioni di felicità un manifesto sulla felicità che assomma Mary Poppins e Tutti insieme appassionatamente. Non male il quadretto familiare.

Quanto all'incontro tra Odette e lo scrittore, la storia vira già tanto nel fantastico che tutto il resto si può accettare.

Il nuovo regista sembra chiedersi come dare dignità a un film "rosa come un romanzo di poca cosa" (parafrasando Capossela) e a quelle persone semplici capaci di commuoversi. E porta avanti l'operazione senza timore del cattivo gusto.

Pasquale Colizzi

 
Il Giornale, 7 marzo 2008
Odette, buonista e innamorata cura lo scrittore depresso e cornuto

Lezioni di felicità di Eric-Emmanuel Schmitt è, in originale, Odette Toulemonde, cioè Odette (come) Tutti. E così s'intitola anche in italiano il libro buonista all'origine del film. Ma lei (Catherine Frot) non è come tutti; è un'Amélie Poulain invecchiata, «cuor contento, il ciel l'aiuta» che - al posto del cielo - ha messo uno scrittore (Albert Dupontel) di cui lei conosce ogni riga. In effetti lei lo colpirà, anche se non proprio per il fascino. Dopo il figlio gay e la figlia triste, Odette si farà dunque carico anche di lui, depresso e cornuto, ma soprattutto triste di esser letto da sartine come Odette! Se Schmitt avesse evitato l'autobiografia dichiarata, se avesse evitato gli stacchi canterini, Lezioni darebbe serenità, se non felicità.

Maurizio Cabona

© Sipario 2011