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Vite degli
altri (Le)
regia:
F.H.Von Donnersmarck
con Ulrich Muhe
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La Stampa, 6 aprile 2007
Berlino Est, 1984 la Stasi ti guarda
Cinque persone vincolate dalla rete dello spionaggio nel film
da Oscar, solido e recitato agnificamente, del regista Henckel
Il ministro della Cultura della DDR, un brutto grassone, s'è innamorato
d'una attrice di teatro. Lei ci sta, per non urtarlo e per
procurarsi in caso di bisogno una importante protezione: una
volta alla settimana si incontrano in automobile o in albergo,
per frettolose strette sessuali. L'attrice ha un amante, drammaturgo
brillante, comunista perfetto. Il ministro vuol levarselo di
torno, e ordina minacciosamente alla polizia politica Stasi
di trovare qualche colpa per cui incarcerarlo. Il colonnello
della Stasi passa l'ordine, altrettanto minacciosamente, a
un capitano suo dipendente. Così cinque persone sono
vincolate dalla rete dello spionaggio, costrette a vivere nell'ansia
e nella menzogna, obbligate a tradire anche il proprio zelo
professionale.
Ce ne sono altre. Il maggior merito de Le vite degli altri,
scritto, prodotto e diretto da Florian Henckel e suo primo
film molto premiato (Oscar per il miglior film in lingua non
inglese, premi al miglior film tedesco e europeo), è quello
di non limitarsi a criticare l'infame polizia politica tedesco-orientale
di cui conosciamo le colpe, ma di raccontare come un simile
sistema di minuzioso spionaggio personale e di minaccia incombente
fosse capace di alterare la personalità e l'etica di
ciascuno, trasformando il Paese in una comunità di deboli
spaventati, disperati, pieni di odio. Il film è collocato
nel 1984. Adesso, quattordici anni dopo la riunificazione di
Germania Est e Germania Ovest, nessuno ha dimenticato la Stasi:
ogni tanto, nuove informazioni provocano ancora scandalo e
vite perdute. Allora, la Stasi aveva 13.000 funzionari e un
esercito di 170.000 collaboratori non ufficiali: ogni collaboratore
era una persona che, magari involontariamente per sventatezza
o paura, aveva dato qualche informazione, e che da quel momento
diventava a forza di minacce e prepotenze, una spia volontaria.
Le vite degli altri è fatto benissimo, solido, compatto,
recitato magnificamente, emozionante. Anche doloroso, perché se
sappiamo che intercettazioni telefoniche o ambientali e pedinamenti
sono praticati tuttora in Italia, in Europa, negli Stati Uniti è ancora
più triste vedere in parte riprodotto per ragioni di
soldi quel sistema devastante di ricatti.
Lietta Tornabuoni
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Il Tempo, 4 aprile 2007
Paura
e angosce nel dramma di von DonnersmarckIl cineasta tedesco
ha vinto l’Oscar con il fulminante
esordio alla regia per «Le vite degli altri»
Prima della caduta del Muro, a Berlino Est, anche il visitatore
più sprovveduto sapeva di non dover mai pronunciare
la parola Stasi, sentendosi anche raccomandare caldamente,
ma a bassa voce, di non andare mai, neanche per sbaglio, in
Normannenstrasse, una via che aveva gli stessi echi sinistri
della nostra via Tasso nella Roma occupata del’43. Oggi
della Stasi, la polizia segreta che aveva la sua sede proprio
in quella via, ci parla, per fortuna ormai apertamente, un
regista tedesco esordiente usciti da una nobilissima famiglia,
Florian Henckel von Donnersmarck, che tra le pieghe di un dramma
avvincente e carico di suspence è riuscito a descrivere
in modo magistrale i climi opprimenti fra delazioni, persecuzioni,
suicidi che pesavano sulla DDR, ossia sulla repubblica Democratica
tedesca. Il protagonista, il capitano Wiesler, è uno
di quei tetri funzionari che, con il sussidio bieco di microspie
collocate ovunque nelle case, ascoltavano tutti gli sfortunati
cittadini di quello Stato, pronti ad arrestarli magari solo
per un piccolo indizio. Oggetto delle sue indagini a tavolino,
con auricolari e registratori, è un notissimo scrittore
ritenuto fino a quel momento insospettabile, ma diventato senza
volerlo rivale in amore di un torvo burocrate desideroso adesso
di sottrargli l’amante, una grande attrice di teatro.
Comincia l’ascolto, minuto per minuto, con la conseguenza,
però, che quel capitano, chiuso in una vita solitaria
e senza luce, si fa a poco a poco contagiare e mutare dalla
vita di quegli altri che dovrebbe non solo spiare ma tentare
di punire. Con risultati drammatici per tutti anche se, caduto
finalmente il Muro, e riunificate le due Germanie, le responsabilità di
quei personaggi, nel bene e nel male, acquisiranno contorni
e riflessi nuovi. Un testo esemplare. Con tutti i suoi elementi
in ordine, caratteri, situazioni, processi psicologici, incidenti,
sorprese. Mentre la regia riesce a evocarvi attorno le atmosfere
terribili di quei luoghi e di quei giorni, all’insegna
sempre di una paura che dilaga ovunque tappando la bocca a
tutti e disseminando angosce e sospetti. Con accenti, però,
mai troppo marcati, anzi in cifre in cui il non detto, specie
al momento di tirare certe somme, prevale senza mai uno strappo.
Affidato a immagini che sembrano quasi fotografare dal vero
quei colori verdastri, grigi, opachi, soffocanti, tipici in
quegli anni della vita di Berlino Est. Vi concorrono degli
interpreti che, specie per quel che riguarda il protagonista,
Ulrich Mühe, ne sembrano, almeno fin quasi alla fine,
il riflesso più autentico e spettrale. Di fronte a lui
Martina Gedeck compone, con lacerata intensità, il ritratto
contraddittorio dell’amante dello scrittore. Dà volto
a quest’ultimo Sebastian Koch, già visto di recente
in "Black Book" di Paul Verhoeven: asciutto, sincero,
sofferto.
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Corriere della Sera, 4 aprile
2007
Spie a Berlino, cinema da Oscar
«Le vite degli altri» scritto e diretto da Florian
Henckel von Donnersmarck, classe 1973, è un film che
rientra di diritto in tre categorie: bellissimo, furbissimo,
attualissimo. Non solo perché ha vinto l' Oscar come
miglior titolo straniero ed innumerevoli altri premi - fra
cui tre European Award - ma perché mescola molti generi
e ci fa partecipare attivamente ed emotivamente a ciò che
accade sullo schermo. «Le vite degli altri», in
anteprima per i lettori di ViviMilano giovedì 5 all'
Anteo, ha per protagonista uno spione della Stasi (la polizia
segreta della Germania Est), che ha l' incarico di intercettare
minuto per minuto la privacy di un famoso drammaturgo e della
sua amica. Fedele alla consegna l' uomo fa il suo dovere ma
poco alla volta diventa amico e complice della vittima, si
interessa al fattore umano e finisce per stare dalla sua parte.
Fino a quando la spia, nel momento del bisogno, arriverà a
salvare la vita del drammaturgo spiato. Una storia ben costruita,
che ci invita a prender parte con passione alla storia che
sappiamo molto verosimile e che il regista ha pensato in ogni
particolare per 4 anni, girando poi veloce in 37 giorni, là dove
i veri eventi si sono svolti, nella Berlino del 1984. Il film è attualissimo:
viviamo in epoca in cui i fatti altrui sono oggetto di una
curiosità morbosa e a volte acquistano importanza più dei
nostri: spie, telecamere e intercettazioni sono all' ordine
del giorno. «Le vite degli altri», premiato e acclamato
dal pubblico anche al Festival di Locarno, mette in scena questa
realtà di spionaggio del privato legandola alla vecchia
politica del comunismo, ma anche concede l' attenuante di una
forza poetica trainante, merito di un regista che sa usare
le chiavi del thriller e del dramma e della denuncia con abilità ed
utilizza un cast di attori meraviglioso, da Ulrich Mühe
a Martina Gedeck, da Ulrick Tuckur a Sebastian Koch. Il regista
ci tiene a dichiarare che non si tratta di una denuncia a tesi,
ma di una vicenda che assume varie connotazioni psicologiche,
cinematografiche e sociali e sa suonare molti tasti del nostro
cervello e del nostro cuore. Non stupisce, sulla base di un
trampolino di anticomunismo, che il film sia piaciuto tanto
anche al pubblico americano, ma per una volta non si tratta
di una scelta commerciale: si tratta davvero di un film bello
e geniale che riassume istanze della nostra epoca e che risponde
sia a domande pubbliche sia private.
Maurizio Porro
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Il Giornale, 3 aprile 2007
CAPOLAVORO NELLA BERLINO BRECHTIANA
Le vite degli altri di
Florian Henckel von Donnersmarck uscirà venerdì.
In poco piu di un mese, dopo Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood,
sarà quindi nelle sale un secondo capolavoro, parola che
pareva relegata o fra i ricordi delle persone serie o nel lessico
dei pubblicitari sfrontati. In entrambi i film, le matrici sono
vicende reali: se però Eastwood è un autore cresciuto
in bravura ancor più che in statura (è alto 1,94!),
Henckel non solo è altrettanto imponente sul piano fisico,
ma è una sorpresa, che al primo film da regista ha meritato
tre European Film Award e l'Oscar per il film straniero. Proprio
grazie all'Oscar il suo film arriva in Italia; prima, se ne era
sentito parlare, ma meno che di Good-Bye Lenin di Wolfgang Becker,
che aveva avuto la vetrina del Festival di Berlino. Le vite degli
altri invece no: si è fatto largo da solo, senza nemmeno
essere una commedia, genere che, se «incontra», incontra
più degli altri.
Good-Bye Lenin e Le vite degli altri sono,
con Il silenzio dopo lo sparo di Volker Schlöndorff, una
magnifica trilogia sulla Germania fra anni Settanta e Ottanta,
sulla fine della Repubblica democratica in particolare. Tre film,
tre quadri critici del «socialismo reale», che si
rivolgono a un pubblico che ha conosciuto quella realtà e
al quale non si possono di conseguenza offrire caricature. Il
cinema tedesco di oggi sulla Ddr è dunque analogo al cinema
tedesco del dopoguerra sulla Germania nazionalsocialista. Non
vi si aggirano mostri, solo persone più o meno buone,
talora animate da oneste intenzioni anche quando, col senno di
poi, le si sono considerate appartenenti a organizzazioni criminali. È il
caso del capitano della Stasi (sostanzialmente il ministero degli
Interni), interpretato straordinariamente - nessuna posa, nessuna
smorfia, nessuna gesticolazione - da Ulrich Mühe. E Ulrich
Tukur, il suo superiore, forma con lui una coppia perfetta, più convincente
di quella delle loro vittime, il commediografo allineato (Sebastian
Koch) e l'attrice rampante (Martina Gedeck), tanto rampante da
accettare la corte di un ministro, che, geloso, fa mettere sotto
controllo il commediografo. Che ha amici dissidenti e così rischia
d'esser accusato coinvolto delle loro flebili attività.
Quasi due ore e venti di proiezione sono preoccupanti. Prima
che il film finisca a tutti gli effetti, ci sarebbe modo varie
volte di chiuderlo. È questo il momento in cui si dubita
di Henckel, in cui si teme che si sia innamorato della sua storia.
Ma il finale dei finali giustifica l'attesa. E poi ci sono i
luoghi veri di storie come questa, la Berlino dei quartieri eleganti
dell'est, dove abitava l'élite del regime. È una
Berlino brechtiana, sopravvissuta a bombardieri americani e carri
armati russi, dove sono cresciute nel mezzo secolo della Ddr
le architetture «svedesi», l'impronta socialdemocratica
per ingentilire quella socialcomunista. Rispetto all'ovest, la
parte est della capitale giustifica, a tratti, il monito scritto
a vernice sui quei muri in giorni interessanti: «Berlin
bleibt deutsch». Berlino resta tedesca.
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L'Espresso, 6 aprile 2007
L'amore al tempo della Stasi
di Lietta Tornabuoni
Anno 1984. In Germania Est, la polizia segreta può contare
sugli occhi e le orecchie di quasi 200 mila persone. Una società in
cui è facile perdere la dignità. Il debutto, da
Oscar, del tedesco Florian Henckel
Il ministero per la Sicurezza dello Stato e il suo apparato segreto
di repressione detto Stasi, nella Ddr, Repubblica democratica
tedesca retta dal Sed, Partito socialista unificato tedesco,
insomma la polizia politica della Germania Est, nel 1984 aveva
la sua sede centrale a Berlino nella Normannenstrasse. Era composta
da 13 mila funzionari e da 170 mila collaboratori non ufficiali.
Il termine 'Operativer Vorgang' indicava il massimo livello di
sorveglianza a cui sottoporre gli individui sospetti. Uno dei
reati punibili con due anni di carcere era l''espatrio non autorizzato';
chi aiutava a progettare e realizzare l'espatrio, poteva essere
condannato sino a otto anni di reclusione.
La Stasi e le sue infamie sono note. Lo spionaggio individuale con intercettazioni
ambientali o telefoniche e pedinamenti è oggi praticato, come sappiamo
sin troppo bene, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. Ma Florian Henckel,
debuttante tedesco, 34 anni, vincitore dell'Oscar per il miglior film in lingua
non inglese, ha costruito benissimo 'Le vite degli altri' sull'alterazione della
personalità, sulla perdita di dignità, su altri elementi presenti
in una storia personale e sentimentale. Uno è la natura ideologica della
fedeltà alla Ddr, la solitudine vergognosa e disperata che circondava
l'escluso 'traditore', l'ossessione quotidiana capace di condurre ai comportamenti
più vili. Un altro è l'avvilimento pieno di rimorsi e pentimenti
da cui i 'collaboratori' involontari erano condizionati, lo sforzo di prevenire
ogni possibile colpa, di 'coprirsi' con rapporti con i potenti e con una professionalità zelante.
Sino al crollo del Muro di Berlino, nel 1989.
Molto ben fatto, pieno d'umanità, recitato magnificamente, il film non
si perde nell'aneddoto ma trasforma il suo soggetto in un'analisi pietosa, in
un avvertimento generale.
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La Repubblica, 6 aprile
2007
Pluripremiato, ovunque, trionfatore dell'Award europeo e vincitore dell'Oscar
2006 per la migliore opera straniera, Le Vite degli altri si colloca
in primissima linea tra quei film che, ormai, autorizzano a parlare di una "nuovelle
vague" tedesca. L'azione si svolge a Berlino Est, alla metà degli
anni 80. Un esperto funzionario della Stasi, Gerd Wiesler, è incaricato
di sorvegliare Georg Dreymann, drammaturgo di successo che il ministro della
cultura vorrebbe in odore di dissidenza. In realtà, si tratta di una
macchinazione ai danni dello scrittore, cui il politico intende sottrarre
la bella compagna, l'attrice Christa-Maria. Il poliziotto piazza microfoni
e comincia la sorveglianza a tempo pieno della coppia. Poco a poco, però,
l'esperienza lo trasforma, facendogli sentire l'abiezione del proprio ruolo
e spingendolo, quasi suo malgrado, a proteggere Dreymann.
Il tono freddo della fotografia, le scenografie anonime e i pochi colori
dominanti bastano a immergerci nell'atmosfera disumanizzata e glaciale della
Ddr di vent'anni fa, luogo ed epoca praticamente inesplorati dal cinema.
Pur senza assumere atteggiamenti dimostrativi, il film ci restituisce un'immagine
globale della Germania ante-caduta del Muro attraverso alcuni destini esemplari.
Né si sogna, von Donnesmarck, di radicalizzare la portata etica dei
personaggi principali: se l'apparentemente ottuso funzionario del regime
subisce una metmorfosi, l'"eroe" preferisce chiudere gli occhi
di fronte alla realtà; quanto alla donna, in lei la generosità confligge
con l'ambizione e non esclude diverse varianti di tradimento. Le vite
degli altri è un film sottilmente psicologico, dove la dialettica
di simmetrie-opposizioni tra i due caratteri maschili funziona da motore
principale degli eventi. Con orientamento sicuro, la sceneggiatura dello
stesso von Donnersmarck evita le possibili implicazioni patologiche (voyeurspiato)
del rapporto, prendendo una direzione umanistica e narrandoci, quasi a mezza
voce, una presa di coscienza esemplare.
Roberto Nepoti
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