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Lettere da Iwo Jima
Lettere da Iwo Jimadi Clint Eastwood
con Ken Watanabe, Kazumi Nimomiya, Tsuyokoshi Thara
 
La Stampa, 16 febbraio 2007
Clint Eastwood l'ultimo samurai

Non è del tutto senza precedenti l'idea di Clint Eastwood di dedicare due film a una delle più sanguinose battaglie della guerra del Pacifico, l'uno dal punto di vista americano (Flags of our Fathers) e l'altro da quello giapponese (Lettere da Iwo Jima). Vale la pena di ricordare Tora! Tora! Tora! (1970), in cui Richard Fleischer per raccontare l'attacco a Pearl Harbor si spartì la regìa con una coppia di colleghi nipponici. Ma l'interesse della doppia pellicola sulla conquista di Iwo Jima (febbraio-marzo 1945) è in una visione antimilitarista che non è mai monolitica; e anzi si intona in chiave di umana sensibilità al contesto e alla mentalità dell'esercito in primo piano. Stranamente, come confermano le candidature all'Oscar, a Eastwood è riuscito meglio il film girato fra i giapponesi e parlato nella loro lingua, che sta riscuotendo un grande successo nei cinema di Tokyo.
Ken Watanabe interpreta mirabilmente il comandante della guarnigione attaccata dai marines, figura nobilissima anche se obnubilata dalla filosofia del sacrificio inutile; cui si contrappone il personaggio di un soldatino ben deciso a sopravvivere.
Gli scontri si svolgono in massima parte nelle caverne dell'isola attraverso episodi che mettono in luce l'audacia, il fanatismo e la paura. Il tutto narrato in forma anticonvenzionale ed emozionante da un cineasta che sta dando le prove migliori quando altri alla sua età sono in pensione da un pezzo.

Alessandra Levantesi

 
L'Espresso, 16 febbraio 2007
Giappone made in Usa

Clint Eastwood porta in sala un film interpretato soltanto da giapponesi sulla battaglia di Iwo Jima. Un'operazione non completamete riuscita ma coraggiosa nel tentativo di raccontare il conflitto dalle parte dei vinti

Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood, tratto dalla raccolta di lettere mai spedite del comandante giapponese Tadamichi Kuribayashi, imita l'estetica dei film di guerra americani degli anni Quaranta: quelli girati in studio con finte rocce, falsi alberi e cespugli, realizzati in bianconero, popolati di ufficiali e soldati buffi o vili. Non è un film molto bello. Il suo alto valore sta piuttosto nel gesto straordinario e grande che il regista ha compiuto dirigendolo.
Non s'era mai visto prima nel cinema americano un film di due ore e 20 minuti interpretato soltanto da giapponesi che parlano nella propria lingua con sottotitoli: nei film angloamericani il giapponese (o lo straniero in genere) è di solito un personaggio da musical, un comico, un teppista, soprattutto è una bella donna di cui il bianco s'innamora senza che il legame possa essere duraturo. In 'Lettere da Iwo Jima' i giapponesi sono i nemici della Seconda guerra mondiale; l'isola vulcanica, considerata l'ultimo ostacolo all'invasione del Giappone, è il luogo di combattimento nel 1945 fra un potente, numeroso esercito di americani (ne morirono 7 mila) e 20 mila militari giapponesi (ne morirono 18 mila). Gli americani contavano di vincere in 48 ore; la battaglia durò invece 40 giorni, per la resistenza dei giapponesi senza acqua né cibo né munizioni né rinforzi, chiusi in un alveare di cunicoli, piazzole, piccole costruzioni, tunnel scavati nelle viscere dell' isola. Dopo 'Flags of Our Fathers', in cui il conflitto era vissuto dalla parte degli americani, Eastwood lo guarda in 'Lettere da Iwo Jima' dalla parte dei giapponesi.
Questo è già inconsueto (nonostante i possibili vantaggi di mercato). Ma eccezionale è la assoluta civiltà con cui gli avversari d'un tempo vengono guardati, con il massimo rispetto per il loro eroismo e la loro cultura: senza buoni né cattivi, senza enfasi né pietismo, con la guerra come solo nemico di tutti.

Lietta Tornabuoni

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