Giappone made in Usa
Clint Eastwood porta in sala un film interpretato soltanto da giapponesi
sulla battaglia di Iwo Jima. Un'operazione non completamete riuscita ma coraggiosa
nel tentativo di raccontare il conflitto dalle parte dei vinti
Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood, tratto dalla raccolta di lettere
mai spedite del comandante giapponese Tadamichi Kuribayashi, imita l'estetica
dei film di guerra americani degli anni Quaranta: quelli girati in studio
con finte rocce, falsi alberi e cespugli, realizzati in bianconero, popolati
di ufficiali e soldati buffi o vili. Non è un film molto bello. Il
suo alto valore sta piuttosto nel gesto straordinario e grande che il regista
ha compiuto dirigendolo.
Non s'era mai visto prima nel cinema americano un film di due ore e 20 minuti
interpretato soltanto da giapponesi che parlano nella propria lingua con
sottotitoli: nei film angloamericani il giapponese (o lo straniero in genere) è di
solito un personaggio da musical, un comico, un teppista, soprattutto è una
bella donna di cui il bianco s'innamora senza che il legame possa essere
duraturo. In 'Lettere da Iwo Jima' i giapponesi sono i nemici della Seconda
guerra mondiale; l'isola vulcanica, considerata l'ultimo ostacolo all'invasione
del Giappone, è il luogo di combattimento nel 1945 fra un potente,
numeroso esercito di americani (ne morirono 7 mila) e 20 mila militari giapponesi
(ne morirono 18 mila). Gli americani contavano di vincere in 48 ore; la battaglia
durò invece 40 giorni, per la resistenza dei giapponesi senza acqua
né cibo né munizioni né rinforzi, chiusi in un alveare
di cunicoli, piazzole, piccole costruzioni, tunnel scavati nelle viscere
dell' isola. Dopo 'Flags of Our Fathers', in cui il conflitto era vissuto
dalla parte degli americani, Eastwood lo guarda in 'Lettere da Iwo Jima'
dalla parte dei giapponesi.
Questo è già inconsueto (nonostante i possibili vantaggi di
mercato). Ma eccezionale è la assoluta civiltà con cui gli
avversari d'un tempo vengono guardati, con il massimo rispetto per il loro
eroismo e la loro cultura: senza buoni né cattivi, senza enfasi né pietismo,
con la guerra come solo nemico di tutti.
Lietta Tornabuoni