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Tre scimmie (Le)
Le Tre scimmiedi Nuri Bilge Ceylan
con Yavuz Bingöl, Hatice Aslan, Ahmet Rifat Sungar (2008)
 
L'Unità, 10 settembre 2008

Quando finisce Antonioni e...

Ceylan ha dichiarato di essere affascinato dalle manifestazioni della psiche umana. Soprattutto le più incredibili. Per esempio come una bella donna si possa innamorare di un laido politico, che ha pagato il marito per andare in carcere al posto suo. C'era stata una prima bugia, a valle, poi cresce una montagna di menzogne per cui una famiglia si sfascia a forza di nascondere. Persino un figlio tra mamma e papà non sa più a chi mentire. Il denaro, nella faccenda, è un motore immobile di sventure. Il destino invece un vento che soffia a lungo o all'improvviso, sorprendendoti di spalle e spalancando le finestre della curiosa casa a strapizzo affacciata sulla ferrovia. Per trovare sollievo ci si siede sulle panchine che Istanbul ha puntate sul Mar Nero.

Ex fotografo, già al top con Uzak (Premio della Giuria a Cannes), poi autobiografico con Il piacere e l'amore, Ceylan è virtuoso di contemplazioni estatiche, di paesaggi incantevoli, di immagini che dovrebbero parlare. Quando esprimono poco o non si fanno capire però finisce Antonioni e inizia la noia (o viceversa). Come Sut di Semih Kaplanoglu, passato a Venezia, certo cinema turco ha preso una strada introspettiva e certi toni misterici che sembrano il controcampo del cinema latinoamericano. Tutto bypassando l'Europa. Per questo dramma immorale, con due sceneggiatori a sostenerlo, Ceylan appare meno compiaciuto e silenzioso e più concreto. E comunque sempre film da festival è: Premio per la migliore regia a Cannes.

Pasquale Colizzi

 
Il Mattino, 13 settembre 2008

«Le tre scimmie»: borghesia turca allo specchio

Potrebbe sembrare un'esclusiva da cinéfili, eppure «Le tre scimmie» (migliore regia all'ultimo festival di Cannes) è un film di pregio che conferma l'eleganza antonioniana di Nuri Bilge Ceylan (nella foto una scena). L'autore turco dell'apprezzato «Uzak» torna a esplorarvi con toni impietosi le tormentate dinamiche di una famiglia borghese della Istanbul contemporanea: certo il ritmo è dilatato e la fotografia spettrale, ma il girotondo psicotico-sessuale innescato dall'incidente d'auto iniziale (il protagonista accetta di andare in prigione, in cambio di soldi, al posto del politico responsabile di cui è l'autista) comunica un disagio emotivo intenso e struggente.

Valerio Caprara

 
Corriere della Sera, 12 settembre 2008

Ballottaggi d'affetto e famiglia in crisi

E' il famoso detto del non vedo, non sento, non parlo: il regista di Istanbul Nuri Bilge Ceylan, il Pamuk del cinema, racconta quanto siamo complicati dentro e come l'amore si possa tramutare a vista in odio. La storia dell'autista che si prende la colpa di un incidente d'auto al posto di un politico, ci porta in un universo familiare che scoppierà. Se si prende come giallo il riferimento è Delitto per delitto di Hitchcock; se preferite il lato esistenziale, favorito anche dalla magistrale lentezza delle riprese, si chiama in causa Antonioni, ma dal punto di vista del gioco delle parti è giusto citare Pirandello. Ceylan, quattro attori stupendi a disposizione, è un virtuoso visivo, ha il tempo introspettivo del cinema che racconta ciò che non si vede, riprendendo una scena madre in campo lungo o analizzando in primissimo piano le mutazioni impotenti di un ballottaggio affettivo.

VOTO: 7,5

Maurizio Porro

 
Il Manifesto, 12 settembre 2008

Il prezzo della menzogna nella Turchia di Erdogan

Le Tre Scimmie che danno il titolo al film di Nuri Bilge Ceylan sono i componenti di una famiglia, Eyup, il padre, Hacer, la madre, e Ismael, il figlio. L'uomo è l' autista di un politico che una sera investe un passante uccidendolo. Siamo in piena campagna elettorale, il politico è candidato alle elezioni e per salvarsi la carriera chiede all'autista di prendersi la colpa dell'incidente al posto suo.
Lo paga per questo e l'uomo accetta, pure se vuol dire una condanna a nove mesi di carcere. Dall'inizio dunque il regista turco, particolarmente amato in Francia, almeno dai selezionatori del festival di Cannes ove lo troviamo sempre - anche Le Tre Scimmie arriva da lì, con il premio alla migliore regia - dichiara i riferimenti per questo film che guarda in modo esplicito al noir, ma anche la melodramma, nel triangolo familiare di madre bella-padre modesto-figlio studente fallito, abbandonando la vena autobiografica che era invece nelle opere precedenti. L'idea, però, assai ambiziosa, è muoversi dentro al «genere» per tradirlo, deformandone le aspettative con variazioni che volutamente - fin troppo persino - ne capovolgono le regole. Quando Eyup va in galera, la moglie perde la testa per il politico, il figlio scopre la relazione e in cambio di soldi (anche lui) tace. Le menzogne si inanellano una nell'altra in eccesso tale che basterebbero per scrivere infinite storie «noir». Anche perché nel frattempo il politico ha perso le elezioni (sarà stato nel partito kemalista e non per Erdogan) e il figlio, nella Turchia delle moschee di ritorno, capisce che deve lavare l'onta e vendicare il padre...
Ceylan lascia da parte i quadri immobili di alienazione disperata che, non senza qualche compiacimento, formavano l'immagine del suoi film precedenti. E congela invece i sentimenti di odio familiare e coniugale in una sorta di parossismo, nel silenzio delle «Tre Scimmie» e nella loro esasperata mancanza d'azione. Nel conflitto tra il «genere» e le aspirazioni del regista, si insinuano «citazioni», anche se la storia è fin troppo piena per permetterlo, abbandoni e voluttà che ricordano nel personaggio della donna Clara Calamai in Ossessione ... Però rispetto alle analisi delle infelicità di coppia, con cui aveva quasi sezionato emozionalmente i personaggi finora, qui la loro conoscenza procede per frammenti, ci vuole del tempo per mettere a fuoco il bel viso della donna e non vedremo mai il marito in prigione se non nel fugace dettaglio delle sbarre che lo separano dal figlio. Il «corpo a corpo» col genere finisce però col mancare un vero contraddittorio. Ceylan quasi imprigiona la narrazione, e il potenziale coinvolgimento seduttivo che potrebbe sprigionare, nella gabbia della parabola morale sull'immoralità. La rarefazione con cui altre volte aveva narrato Istanbul e le zone meno usuali del suo paese, c'era sempre qualcosa, anche un dettaglio, che rompeva il rischio della monotonia. Poteva essere il giusto equilibrio di un dialogo, la capacità di esprimere le sfumature di uno stato d'animo, anche soltanto nel passaggio della macchina da presa sul volto, la delicatezza persino ripugnante di una sconfitta.
Qui invece è come se il cineasta sia imprigionato da se stesso, e dalla sua scommessa, in quella periferia della capitale turca, molto melanconica ma senza alcuna capacità di raccontare nulla. Come i suoi personaggi schiacciati anche loro dalla fatica della propria rappresentazione.

Cristina Piccino

 
Il Messaggero, 12 settembre 2008

"Tre scimmie" e un grande regista

Dopo il magnifico Uzak e Il piacere e l'amore, il regista turco Nuri Bilge Ceylan torna a registrare il disfarsi di una coppia, anzi di un'intera famiglia, che pian piano si disgrega sotto i nostri occhi. Come fosse dotato di lenti potentissime che vedono tutto, illuminando ogni nesso e dettaglio, Bilge Ceylan lavora "a togliere". Solo quattro dunque i personaggi in scena: padre, madre, figlio, più l'uomo per cui il padre fa da anni l'autista. Un politico fallito che non solo lo spedisce in galera al posto suo (ha investito un uomo, la sua carriera sarebbe rovinata), ma seduce, mentre l'autista è al fresco, sua moglie. Scatenando per giunta, in quella donna ancora molto bella, una passione totale e funesta. E non è tutto. L'autista infatti va in prigione in cambio di un lauto compenso con cui "sistemare" il figlio sfaccendato. E toccherà al figlio far precipitare il dramma sospeso. Ma il bello di questo incubo alla Simenon non sta nei fatti decisivi quanto nei tempi morti, nei rovelli, nell'ambivalenza che impregna ogni rapporto, fra moglie e marito, fra madre e figlio, fra figlio e padre. Per non parlare del fantasma del fratellino morto che aleggia sopra di loro come un monito. Regia superba, attori bravissimi (specie la moglie, Hatice Aslan), sentimenti mai visti. Premio per la miglior regia a Cannes. Meritatissimo.

Fabio Ferzetti

 
Il Tempo, 12 settembre 2008

Cinema turco. A firma di un regista, Nuri Bilge Ceylan, incontrato varie volte ai festival di Cannes e di Berlino, dov'è stato anche premiato. Adesso si rifà alla favoletta giapponese delle tre scimmie che non vogliono né vedere né udire né parlare per dirci della mancanza di sincerità e di comunicazione in una modesta famiglia di Istambul, padre, madre, un figlio giovanotto: con conseguenze drammatiche.
Si comincia con un incidente d'auto. Un uomo politico provoca la morte di un passante e fugge. Per evitare guai alla propria carriera, chiede al suo autista, dietro lauto compenso, di addossarsi quella colpa e di finire al posto suo in prigione. L'autista accetta (è il padre della famiglia in questione), ogni mese il politico versa ai suoi le somme pattuite ma ecco che diventa l'amante della moglie dell'altro. Presto scoperto dal figlio della coppia, pur non dicendo nulla al padre quando settimanalmente va a visitarlo in prigione. Poi però il padre torna in libertà, sospetta qualcosa, ma la vendetta arriverà da un'altra parte...
Intimismo, silenzi (e non solo per la "scimmia" che si tappa la bocca), molte cose non dette, altre sorvolate con lunghe ellissi narrative. Lo stile di Nuri Bilge Ceylan. I personaggi li segue solo dall'esterno, nello stesso tempo, però, riesce ad illustrarci le loro psicologie, a volte anche con pochi tratti, sempre comunque incisivi. Le situazioni le snoda senza mai un tono drammatico troppo alto (eppure i drammi sono sempre lì che covano) e le cornici, specie in quella grigia casa in cui vivono i tre, non sono mai delineate a fondo perché, a indicarle, bastano pochi accenni, scenografici e ambientali. Mentre le immagini con cui tutto è rappresentato si affidano quasi esclusivamente alla regola dell'inquadratura fissa, senza movimenti di macchina: perché il dinamismo dell'azione, specie dal punto di vista psicologico, si svolga soprattutto al loro interno, senza mai un'increspatura; anche quando si verificano, sia pure soltanto allusi, eventi tragici. Con una lentezza di ritmi che, a tratti, rasenta quasi l'immobilità: in contrasto con le furie che squassano in segreto i protagonisti.
Vi danno volto interpreti poco visti qui da noi, ma le loro facce, spesso in primo e in primissimo piano, bucano addirittura lo schermo. Quasi con violenza.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011