Eté (L')
di Roman Weingarten
Theatre de poche di Parigi
La Notte, 21 settembre 1967
Proprio vero: a questo mondo niente va perduto. Succede alla letteratura ciò che succede all’energia: nulla si crea e nulla si distrugge. Il crepuscolarismo deve essere ben duro a morire se riesce ad intrufolarsi fin nei più sofistici labirinti della nuova vanguardia. È il caso di quella sorta di soufflé d’aria fritta presentato ieri sera al Ridotto dal teatrino De poche di Parigi, specialista in “Productions d’aujourd’hui”; e che pare abbia costituito la rivelazione della decorsa stagione teatrale francese. Dico pare, conoscendo come e quanto i francesi sappiano vender bene la loro merce, specie all’estero, non per niente sono sudditi di De Gaulle.
La commedia, chiamiamola così, si intitola L’été (L’estate): e, forti di un ditirambico articolo di Ionesco, generoso allo spreco come chi, dicendo un mondo di bene di un collega minore sa di portar acqua al proprio mulino, del suo autore, Romain Weingarten, quarantenne che vi recita anche dentro, si tende a fare il solito “caso” letterario. Sì, perché, ai margini, oppure all’interno, secondo i punti di vista, di quel teatro dell’assurdo incentrato, tanto per intenderci, nei nomi di Ionesco, Beckett, Adamov e compagnia, sembra che egli stia, nello stesso tempo, in testa e in coda, precursore ed epigono insieme.
Precursore con la sua opera prima – finora ne ha scritte, in tutto, tre, – commedia mancata: Akara, rappresentata diciotto anni fa; nella quale, ad onta della sua invalidità artistica, Ionesco dice di aver ravvisato “un gran numero dei temi dei (propri) lavori. Personaggi umani – è sempre Ionesco che parla – che sono contemporaneamente animali, maschere, linguaggio disarticolato, parole inventate, libero humour… abolizione dell’intreccio… comportamento apparentemente assurdo dei personaggi, ma rispondente, in realtà, ad una logica profonda, quella dei sogni”. A vantaggio proprio e del proprio pupillo, Ionesco non tiene conto che, prima di loro, c’erano stati Vitrac, Roussel e, perché no?, Achille Campanile, ma pazienza. Epigono, vedi ironia del caso, con quest’ultimo copione riuscito, acclamato e lodato, ma giunto in ritardo a utilizzare i resti di un banchetto ormai, mi sa, all’ultima portata.
E allora dove va a cacciarsi l’assurdo, dove comincia l’avanguardia? Certo, se tu metti quattro personaggi e stabilisci a tuo esclusivo beneplacito che uno è un giovane idiota, un altro è una sua ignara sorellina minorenne e i due che restano, vestiti come me e come voi, sono due gatti parlanti, uno di buono e l’altro di cattivo carattere, si dovesse trattare anche solo di sudor di corpo, l’estraneità, l’incomunicabilità arrivano alla festa anche senza essere state invitate. L’alienazione si serve anche danzando un minuetto. In queste condizioni, l’assurdo diventa naturale e il surreale cosa di tutti i giorni. La facile originalità e il piccolo fascino della commedia, in ciò indubbiamente autentica, alla resa dei conti sono tutti in quest’aura di minuscola favoletta. Diventa naturale che uno squallido giardinetto, per della gente meschina, acquisti le mitiche dimensioni di un universo inesplorato e meraviglioso; che due fratelli adolescenti trasaliscano alla scoperta dell’amore, senza nulla perdere di innocenza e castità; che un gatto si innamori, non corrisposto, di una mosca di facili costumi, secondo un capriccio ricorrente nella letteratura francese popolata di animali umanizzati da La Fontaine e Baudelaire e Renard e Rostand.
Ad essere avari, si tratta di un copione liquidabile con un sorriso di compatimento: ad essere prodighi, come suggerisce il dovere dell’ospitalità, non si fa poi una soverchia fatica a riconoscergli una sorta di incanto, di stupita associazione: una fantasticheria schizofrenica che crea una continua sospensione innegabilmente suggestiva, l’attesa dolce-inquieta, intrisa d’umorismo soave, di nonsisaché di vergine e primigenio che trasalisce sfiorando il mistero senza gli impegni, i problemi e i pessimismi apocalittici di rigore. Fate conto lo stupore alla contemplazione di un uovo commisurato alla metafisica perfezione della sfera, ignorando, di proposito, che la sua forma allungata è dovuta al banale e caritatevole scrupolo, da parte della natura, di rendere meno dolorosa l’operazione alla gallina che lo deve espellere.
Magari un po’ appesantendo e involgarendo la ragnatela del discorso, ma con nervosa vivacità e movimentata evidenza; il regista Jean Francois Adam, in una scena così così di Jacques Noel, ha allestito lo spettacolo cordialmente applaudito. Degli attori, ottimo nel registro di paura folle François Marthouret, scattante benché convenzionaluccia Catherine Hubeau. Misuratamente grottesco – stavo per dire gattesco – Marc Tiraud. Come dissi, nella parte del micio innamorato, partecipa alla rappresentazione anche l’autore e, per essere un autore, recita benissimo. |