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Età Barbarica (L')
L'Età Barbaricadi Denys Arcand
con Marc Labrèche, Diane Kruger, Sylvie Leonard (Canada, 2007)
 
Il Mattino, 28 dicembre 2007
Arcand e il medioevo dell'impero americano

Autore dalla forte personalità, Denys Arcand ha spesso diviso la critica, e non sono pochi quelli che gli rimproverano un certo moralismo e un irritante atteggiamento predicatorio. Ma non si può negare che il regista canadese francofono, classe 1941, sia uno dei più provocatori, lucidi e pessimisti osservatori della sua generazione. «L'età barbarica», terzo capitolo di un'ideale trilogia sulla crisi della civiltà americana, iniziata con «Il declino dell'impero americano» (1986) e proseguita con «Le invasioni barbariche» (2003), conferma i pregi dei primi due film, ma scivola sulla soluzione - adottata per rendere più pungente la satira - dello stridente contrasto tra realtà e immaginazione, tra mondo quotidiano e fantasia. Protagonista di questa avventura all'insegna di una polemica evasione dalla grigia e opprimente routine è Jean-Marc Leblanc, un oscuro funzionario statale di mezz'età che ha una bella casa, una splendida moglie e due figlie, ma si sente profondamente infelice e solo. Ogni mattina impiega almeno un'ora per raggiungere il suo ufficio reclami, dove svolge un lavoro noioso. Sua moglie, agente immobiliare in carriera, non lo degna neppure di uno sguardo, le sue ragazze adolescenti sono sempre incollate all'I-pod e raramente gli rivolgono la parola. Cosa c'è di meglio allora che rifugiarsi in un mondo di sogni, di gloria e di seduzione, dove tutto è possibile? Immagina quindi, il nostro eroe, di essere una star del cinema che può conquistare donne bellissime e ritrovarsi sotto la doccia con la magnifica bionda Veronica. Questo «compromesso» tra un'esistenza piatta e un'elettrizzante fuga fantastica viene però messo in discussione e quasi sottoposto a una verifica dall'incontro con una donna che crede di essere una contessa medievale e assieme ai suoi amici si diverte a organizzare ricostruzioni storiche in costume. Grazie anche alla perfetta interpretazione di Marc Labrèche, Arcand è incisivo quando nella prima parte comunica lo spaesamento esistenziale e l'inquietudine di un uomo qualsiasi del Québec, ma paradigmatico del disagio globalizzato. Poi si fa prendere la mano dalla farsa sociale con sprazzi di commedia e dosi di umorismo nero, e il gioco di ruoli con uomini e donne travestiti da cavalieri e damigelle piuttosto che rafforzare indebolisce la sua metafora catastrofista della minaccia di un Medioevo moderno e di una borghesia nordamericana identificata con i nuovi barbari.

Alberto Castellano

 
Il Tempo, 9 dicembre 2007

Con il film di oggi (più giustamente intitolato nella versione originale "L'âge des ténèbres" sembra idealmente concludere una trilogia socio-culturale iniziata negli Ottanta con "Il Declino dell'Impero Americano" e seguita, dopo l'11 settembre, da "Le Invasioni Barbariche", salutato con un Oscar e con un premio a Cannes.
Il suo protagonista, adesso, è un uomo qualunque, Jean-Marc, impiegato a Montréal in un ufficio statale per reclami, trascurato dalla moglie, donna in carriera, che a sua volta trascura, e incapace di averi veri rapporti con i figli, da cui non è minimamente considerato. Soffocato da tutto quel grigio che lo circonda, evade sia nei sogni sia con l'immaginazione, da sveglio. Allora eccolo grande scrittore, divo della televisione, riverito, ricercato, applaudito. Fino al giorno in cui, dopo tanto sognare, anche in cifre erotiche, si imbatte in una donna che, metà immedesimandosi, metà per gioco, si dedica a delle buffe rappresentazioni in cornici medievali dove lui si vede con sconcerto affibbiato l'incarico di abbattere in un torneo cavalleresco un presunto rivale. Quella realtà stravagante che non corrisponde ai suoi stravaganti sogni di gloria, lo riporta con i piedi sulla terra. Lascia l'impiego, lascia la famiglia e si isola, in una casetta in riva al mare che era stata di suo padre. Forse, senza più cedere alla fantasia, troverà finalmente una sua strada.
I guasti della società attorno, Arcand li fa intuire accennando alle varie situazioni che inducono la gente a venire a lamentarsi con Jean-Marc nel suo ufficio reclami. Si ascolta di tutto, sino al paradosso (anche se si tratta sempre di situazioni tolte dalle cronache). Le reazioni del protagonista, già ferito in famiglia e nella sua vita d'ogni giorno, sono, appunto quella della fuga: nei sogni, nelle fantasticherie. In cifre che ora privilegiano la commedia, ora in qualche momento, il dramma, ora tentando la via diretta della psicologia: per mostrare (e dimostrare) come finisce per muoversi un pover'uomo in una "età" come questa che, sotto molti aspetti, può proprio indicarsi come avvolta dalle "tenebre".
Forse la struttura narrativa, con tanti temi e tante divagazioni, non riesce sempre a tenere nell'equilibrio giusto tutte le sue intenzioni, ma in definitiva sa imporla un clima che, pur quando l'ironia vi domina, soffoca e opprime. Specchio fedele della condizione di quel personaggio al centro. Gli dà volto Marc Labrèche, noto in Quèbec sia al cinema sia in TV.

Gian Luigi Rondi

 
L'Unità, 7 dicembre 2007
Abbasso l'homo Occidentalis

Denys Arcand come al solito non la manda a dire e affonda il coltello nella piaga. Il suo L'età barbarica (in originale: I secoli bui) è un faccia a faccia serrato con le paranoie, la degenerazione individualista, l'infelicità, la spersonalizzazione della società occidentale. A fare da sfondo alla riflessione dell'autore franco-canadese è ancora il Quebec, un luogo-esperimento curiosamente a metà tra la visione efficientista e liberista di puro stampo americano e le influenze culturali europee. Tanto che in molti lo vorrebbero tirare fuori dal Canada per creare uno stato autonomo. In continua oscillazione tra reale e immaginazione, tra comicità involontaria e tragedia, ne L'età barbarica si riannodano i temi che maggiormente ha frequentato Arcand, con un piglio a tratti originale che ha fatto la sua fortuna guardando all'Oscar di qualche anno fa per Le invasioni barbariche e il grande successo de Il declino dell'Impero americano nell'87. La trilogia si conclude qui con un'atmosfera da fine del mondo. Non l'apocalisse, ferro e fuoco, la natura che si ribella, la malattia che stermina l'umanità. Piuttosto si respira un'aria vagamente disperata, asettica, quasi rassegnata.

Al centro Jean-Marc Leblanc (Marc Lebreche), un impiegato che si sente una nullità. Ore di viaggi giornalieri per finire impiegato nella mastodontica sede del governo del Quebec. Per amplificarne l'atmosfera kafkiana Arcand la colloca in ambienti creati dentro uno stadio. Sposato con un'agente immobiliare rapace che lo ignora, così come le due figlie, si trova spesso a sognare di essere un politico, un attore, uno scrittore di successo. Come in un'ossessione felliniana, la donna è il coronamento di ogni situazione: immagina che lo soddisfi una nota modella (Diane Kruger) così come una giornalista ninfomane mentre nella realtà finisce per approcciare una patita dei giochi di ruolo e del Signore degli anelli, che si crede Beatrice di Savoia e che gli si concederà solo quando le loro anime saranno vicine. La frustrazione cresce. I giorni promettono di essere uguali a loro stessi. Al lavoro si fuma di nascosto a causa delle leggi salutiste e non si può dire negro, nemmeno con il consenso dell'interessato. Il traffico è inumano, la moglie lo stesso. Al limite dell'ebollizione Jean-Marc rinuncia a tutto, non si capisce quanto definitivamente.

Se il cinema immagina, presagisce, anticipa, quello crudele e spesso cinico di Arcand sembra un messaggio lanciato da una nave che affonda. E la fuga nella natura un leit-motiv. L'implosione dei rapporti sociali, la frustrazione sessuale in una società apparentemente iper-sessualizzata, l'inaccettabilità della malattia e della morte, la regressione medioevale alla battaglia di civiltà (spassoso il palio in cui principi cristiani affrontano il Cavaliere nero), la creazione di apparati statali-mostro, la disarticolazione umana in ambienti urbani inospitali, tutto concorre a stilare un bilancio pessimista del futuro che ci attende. Tuttavia il tono di Arcand non è mai veramente serioso, lo humor nero risolve spesso situazioni disperanti. Tuttavia, nei tratti più cinici si avvicina a Particelle elementari di Oskar Roehler, tratto dal libro di Houellbecq, di cui in un certo senso si ritrovano gran parte degli assunti. L'età barbarica è una pellicola dalla trama-pretesto, volendo intensamente provocare, smuovere gli animi, sollevare riflessioni, alcune al di fuori delle capacità di trattazione. Come fa Jean-Marc, mollando tutto, sono l'unico modo per ricordarci che siamo umani.

Pasquale Colizzi

 
Il Messaggero, 7 dicembre 2007
Il signor Nessuno e la fantasia al potere

Quasi un remake del Sogni proibiti con Danny Kaye dal regista delle Invasioni barbariche. Come nella commedia americana del '47, il protagonista sogna a occhi aperti per evadere dalla realtà. Arcand però non sbeffeggia l'avvento della democrazia di massa ma la sua dissoluzione, il gran botto finale. Ed ecco l'occhialuto Jean-Marc alle prese con inquinamento pauroso, traffico letale, epidemie di massa, dittatura del politicamente corretto (viene processato per aver detto "negro"). Mentre per fumare in pace deve allontanarsi di un miglio dall'ufficio o sfidare il fiuto dei cani antitabacco. Si capisce che questo signor Nessuno con lavoro frustrante, moglie distratta e figlie peggio, si consoli fantasticando di essere un grande scrittore, un potente politico, un imperatore romano. Nella fantasia più azzeccata è ospite di un talk show francese... soppresso da qualche anno (frustrato pure in sogno!). Ed è divertente anche la parentesi in cui lo imbarca un'invasata che vive in un finto medioevo con tornei, dame e cavalli. Ma Arcand si prende sempre un po' sul serio, oltre che divertire vuole ammonire e ricattare (quella madre malata...). E benché brillante non evita del tutto un certo retrogusto di ovvietà.

Fabio Ferzetti

 
Il Giornale, 7 dicembre 2007
In fuga verso il nuovo Medio Evo per liberarsi di telefonini e divieti

Il disprezzo del politicamente corretto nell'Età barbarica di Denys Arcand, film di chiusura all'ultimo Festival di Cannes, gli fa perdonare cadute di tono e incongruo lieto fine. Quote razziali, divieti di fumare, telefonini squillanti, malattie dilaganti sono i tratti di un presente, mostrato beffardamente come futuribile, che ha per alternativa un medievalismo da baraccone: ovvero, non saranno i devoti di Tolkien e comunque gli adepti dell'utopia retriva a salvarci. Con una lucidità già presente nelle Invasioni barbariche , Arcand è un acre critico del declino. Il funzionario pubblico (Marc Labrèche) al centro del film, uomo qualunque, Monsieur Hulot senza un Tati, affronta la globalizzazione sognando d'esser altrove. Purtroppo Arcand ci mostra che cosa e chi sogna, specie la vacua Diane Kruger.

 
La Repubblica, 7 dicembre 2007
"L'età barbarica", i sogni proibiti
di uno dei tanti Signor Nessuno

In L'età barbarica, grigio impiegato statale, c'è un "signor Bianchi" vessato dai superiori, vittima del pendolarismo, disprezzato dalla moglie in carriera e ignorato dalle figlie. Per sopravvivere si rifugia nei sogni, dove successo e belle donne sono a portata di mano; a cominciare da una star che ha le forme armoniose di Diane Kruger (l'attrice tedesca sugli schermi anche con Triplice inganno).

Tocca dirlo subito: è deludente il nuovo film di Denys Arcand, regista dell'amatissimo Le invasioni barbariche; malgrado i tagli impostigli dopo l'anteprima a Cannes (e che "si sentono"), resta un oggetto filmico diseguale, tutto sommato irrisolto. A partire dal canovaccio di Sogni proibiti, il cineasta canadese realizza una tragicommedia grottesca che si vorrebbe divertente, ma sotto sotto è cupamente pessimista, piena di acrimonia verso la nostra epoca e il nostro modo di vivere. Che Arcand ritiene un deserto delle emozioni, dominato da uguale indifferenza per la vita e per la morte (vedi l'ospedale o lo sportello, perfettamente inutile, per l'assistenza al cittadino dove Jean-Marc ascolta le sventure altrui).

Forse ha ragione lui; peccato che, questa volta, non abbia trovato la chiave giusta per dircelo.

Roberto Nepoti

 
La Stampa, 7 dicembre 2007
La vita è tutta un sogno
Arcand, terzo capitolo sui barbari visti da un impiegato

A parte il fatto che trattasi del Canada di lingua francese, cos'altro sapremmo del Quebec - strano paese al contempo provinciale e multiculturale, legato alla culla europea e insieme privo di appartenenza - se non fosse per l'arte di scrittori come Mavis Gallant e Mordecai Richler, o di un cineasta come Denys Arcand? Autore (è sceneggiatore e regista) di commedie che tra guizzi surreali e metafisici rispecchiano con graffiante ironia vizi e storture della società di Montreal. Terzo capitolo di un'ideale trilogia iniziata con Il declino dell'impero americano e proseguita con Le invasioni barbariche (vincitore dell'Oscar al film straniero e il migliore della serie), L'età barbarica è ancora una volta la satira di un mondo che si incammina a occhi bendati verso un nuovo Medio Evo, visto attraverso gli occhi di un mite impiegato statale della sezione reclami. Frustrato sul lavoro - sa di non poter in alcun modo sanare le ingiustizie della giustizia di cui sono vittime i suoi concittadini - e fallito come marito e padre, il lunare Jean-Marc (Marc Labrèche, bravissimo attore di esperienza televisiva) cerca quotidiano rifugio nel sogno a occhi aperti di essere un personaggio di successo: uno scrittore, un politico, un attore circondato da belle donne (fra cui Diane Kruger), vogliose al contrario della moglie carrierista non solo di far sesso, ma di offrirgli comprensione e tenerezza.

Questo aspetto alla Sogni proibiti, dal titolo di un delizioso vecchio film con Danny Kaye, prima diverte poi diventa un po' stucchevole perché qui lo stile si banalizza. Ma in un riuscito miscuglio di umorismo, malinconia e allarme, Arcand ritrova il tono giusto quando, bruscamente risvegliato dalle sue fantasie, Jean-Marc è costretto a confrontarsi con una realtà disumanizzata, dove dominano la stupidaggine della burocrazia, del politicamente corretto, di una vita affettiva alienata in un ambiente sempre più a rischio di virus, malattie e guerre. Il tutto si svolge nella cornice di una Montreal kafkiana, ma è evidente che la neo-barbarie è problema che riguarda l'intero mondo occidentale; e se salvezza ci sarà, verrà non dal sogno bensì da una fuga verso qualcos'altro. Nel finale del film è l'approdo a una natura incontaminata a suonare come un segnale di speranza.

Alessandra Levantesi

© Sipario 2011