«Le Serve» aspettano
ancora la rivoluzione
Alla Sala Uno Nuccetelli propone la pièce di Genet
in una scrittura scenica quasi geometrica
Da quando il Living di Julian Beck incluse nel proprio
repertorio «Le serve» di Jean Genet (Berlino,
1965), questa commedia già vecchia di diciotto anni,
ha assunto una specie di monumentalità da cui, mi
sembra, non riesce a uscire. Il Living affidò i
ruoli femminili a tre interpreti maschili, così accondiscendendo
al desiderio dell' autore: Genet desiderava la fedeltà sotto
forma di tradimento. Introducendo una ristampa dell' editore
Pauvert, scriveva: «È una fiaba... Bisogna
al tempo stesso credervi e non credervi, ma affinché vi
si possa credere, occorre che le attrici non recitino secondo
uno stile realista». Ebbene, se è vero che
Julian Beck aveva cominciato a tradire infischiandosene
del fatto che Claire e Solange (le serve) e Madame (la
padrona) fossero, nel testo, femmine-femmine, o femmine
che si travestono da femmine, non già da maschi, è altrettanto
vero che quella storica regia resta un monumento di fedeltà,
o d' ubbidienza all' indicazione più ovvia tra quante
da Genet fornite: che la sua pièce fosse recitata
in uno stile non realista. Da allora, dal 1965, ma forse
da prima, da quando la mise in scena nel 1947 Louis Jouvet,
per il quale era stata scritta, non si esce dal cliché dell'
artificio come indice di verità. Qui a Roma se ne è appena
vista un' edizione illustre, diretta da Giuseppe Marini:
lo stile dell' artificio era sfarzoso, ai limiti del barocco.
Un suo attore, o allievo Daniele Nuccetelli, ripropone
il testo di Genet alla Sala Uno. Il confronto con il maestro è impari,
ma Nuccetelli non ne esce con le ossa rotte, tutt' altro.
Cruciale è la differenza di mezzi (economici); ma è impossibile
sapere come sarebbero andate le cose (il confronto) a parità di
condizioni. Ad ogni buon conto, Nuccetelli dove non può arrivare
riempiendo la scena di un qualsivoglia sfarzo, supplisce
stilizzando: ma è proprio nella peculiarità di
codesta stilizzazione che si vede, in controluce, quanto
Nuccetelli sia, anche lui, ubbidiente, per così dire,
al dettato dell' autore prima ancora che un seguace del
suo maestro. Tutti e due, insomma, maestro e allievo, si
guardano bene dall' adottare uno stile di recitazione eventualmente
realista. Se nello spettacolo di Marini ciò è evidente
a colpo d' occhio, in quello di Nuccetelli lo si scopre
tra le pieghe di una scrittura scenica chiara, quasi geometrica,
calcolatissima ma non per questo meno ridondante di quella
di Marini o di quella richiesta da Genet. Non è un'
occasione perduta: «Le serve» di questo esordiente
regista ha, lo ripeto, una sua misura e perfino una sua
grazia, flagrante nelle posture e nelle modulazioni verbali
delle tre attrici, Arianna Gaudio, Noemi Parroni e Antonella
Dell' Ariccia. Non è un' occasione perduta, ma un'
edizione rivoluzionaria de «Le serve» è ancora
una volta rimandata al futuro.
Franco Cordelli