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Avignone «Les éphémères» di
Ariane Mnouchkine premiata dalla Biennale
Auschwitz, dramma in stile AltmanSeguendo, nel Festival
di Avignone, le tracce del tema europeo non pensavo di
soffermarmi più che tanto su Les éphémères
di Ariane Mnouchkine (ieri premiata con il Leone d' oro
alla carriera dalla Biennale di Venezia). Il suo penultimo
spettacolo, Le dernier caravansérail, era il tentativo
di un artista di continuare il suo discorso epico, o politico,
rifugiandosi nella retorica, nei buoni sentimenti, nel
cosiddetto impegno. Più intrinseco a quello che
ho chiamato tema europeo era un dramma proposto da Guy
Casiers, Mefisto for ever, che lo scrittore fiammingo Tom
Lanoye ha tratto dal romanzo Mephisto di Klaus Mann. Perché «for
ever»? In questo supplemento di titolo c' è il
senso dello spettacolo di Lanoye-Casiers. Esso racconta
la storia del grande attore tedesco Gustav Gründgens,
ex marito di Erika Mann, asceso ai vertici dell' establishment
nazista ma in sostanza devoto più all' arte (al
teatro) che non alla politica e ai suoi rappresentanti.
Per Lanoye-Casiers non è tanto l' occasione per
un discorso sul collaborazionismo o sul disimpegno dell'
artista, quanto sull' ambiguità del reale e degli
umani comportamenti. In fondo, poco rimane dell' aspro,
amaro, potente romanzo del figlio di Thomas Mann, il cui
unico, non irrilevante problema è la rabbia del
suo autore, che si riscontra ad ogni passo stilistico,
per esempio nella troppo eloquente aggettivazione: «Lo
disse con una semplicità solenne, che non concedeva
alcun dubbio sull' inesorabile serietà delle sue
parole». Ma un di più di problematico, fino
alla compiacenza, aggiunge una prova che non migliora né il
film né lo spettacolo che dal romanzo di Mann trassero
Istvan Szabo o la stessa Mnouchkine. Al contrario, Les éphémères
si rivelava il vero evento del Festival e, incidentalmente,
anch' esso in tema (il tema europeo). In scena in un capannone,
man mano che lo spettacolo si sviluppava era sempre più chiaro
che tra i tanti - minimi, minimalisti, ai limiti dell'
insignificante - prendeva corpo un episodio particolare,
quello con cui si apriva lo spettacolo e con il quale Les éphémères
si sarebbe chiuso: la storia di una donna che, costretta
a vendere la casa della madre morta, scopre l' odissea
dei nonni, deportati ad Auschwitz. Per buona parte del
tempo, più di otto ore di spettacolo, Les éphémères
sembrava una versione teatrale di America oggi di Altman,
o, poiché meno drammatico, di On connaît la
chanson di Alain Resnais. Un intraprendente agente immobiliare,
una visita medica, un pignoramento, un infarto, la madre
della sposa che si acconcia per la cerimonia, un transessuale
e una bambina, un divorzio, una handicappata in riva al
mare, un uomo in preda a una crisi di panico, un marito
violento e ululante, un nonno e un bambino che inscenano
una corrida, un incidente stradale, il terzo anniversario
della morte di un figlio, una bambina vestita da angelo
che si impiastriccia il viso di nero per non essere da
meno della sua amica di colore. Ma tutti questi aneddoti,
e fulminee scene di vita quotidiana, «effimera»,
in sé struggente, tra il terzo e il quarto tempo
si intrecciavano tra loro, si sviluppavano e davano reciproca
forza o, a mio parere, debolezza: se si vuole a tutti i
costi raccontare una storia, non rinunciarvi, si va a finire
sempre lì, nello stesso cattivo finale, a Auschwitz.
La vera, geniale evoluzione/non-evoluzione dello spettacolo
consisteva nelle piccole pedane circolari su cui correvano
davanti ai nostri occhi gli episodi che ho rammentato.
Erano tutti set piccolo-borghesi, salottini, tinelli, sale
d' aspetto che, su quelle pedane, rivelavano dell' essere
umano la natura specifica, precaria, instabile, ondeggiante,
oscillante almeno quanto in salute, corroborante, solidale,
fervida e, dunque, salutata da applausi interminabili era
la compagnia diretta dalla Mnouchkine.
Franco Cordelli