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Le
Parc
musica: Wolfgang Amadeus Mozart
coreografia: Angelin Preljocaj ripresa
da Noémie Perlov
direttore: Marcello Rota
scene: Thierry Leproust
costumi: Hervé Pierre
pianoforte: Takahiro Yoshikawa
con Aurélie Dupont e Massimo
Murru
corpo di ballo del Teatro alla Scala
Milano, Teatro alla Scala
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La
Stampa,
28 ottobre 2007
Danzando a cuori nudi nel parco della Scala
Giochi d'amore in un parco francese. Batticuori e battibecchi.
Parrucche incipriate e ingombranti panier. Di giorno si
scherza ma quando scende l'imbrunire il gioco si fa serio.
Poi all'alba, finalmente, i cuori cedono e la passione
travolge. Alla Scala di Milano è arrivato Le Parc,
delizia di danza in un Settecento stilizzato, di Angelin
Preljocaj, coreografo francese di origine albanese, che,
nato nella nidiata della nouvelle danse degli anni '80,
ha sviluppato uno stile suo, un carattere che non disdegna
l'aspetto narrativo, per quanto sempre emulsionato in un
contenitore dove il contemporaneo è mescolato al
classico.
Fa piacere allora rivedere alla Scala (sino al 14 novembre)
questo balletto nato nel 94 per l'Opéra di Parigi
dove alla musica di Mozart si uniscono ampi inserti contemporanei
di Goran Vejvoda. Perché, oltre ad essere uno dei
lavori più compiuti di Preljocaj, è danzato
molto bene dalla compagnia milanese che si cala alla perfezione
nello stile del coreografo francese fatto di gesti secchi,
seguiti spesso da improvvisi abbandoni subito trattenuti.
Al centro la coppia principale: Aurélie Dupont dell'Opéra
di Parigi e Massimo Murru, stella scaligera.
Dunque Le Parc. Perché è il parco, un labirinto
di aiuole e alberelli alla francese dove la natura è ridotta
a un disegno razionale, il luogo deputato per la ritualizzazione
dei giochi amorosi. «La capacità di resistere
porta ad intensificare il desiderio; questa volontà di
bloccare i progressi della passione finisce per esaltare
di più l'amore», manda a dire il coreografo.
Il tutto ambientato in un parco stilizzatissimo e condito
con costumi che fermano un'epoca ideale a cavallo fra '600
e '700 e rimandano alla grande pittura del periodo. E come
non citare almeno Watteau? Prima scena nel parco in una
giornata di primavera. Giochi di corteggiamento, piccoli
scontri, ragazze e ragazzi portano marsine e pantaloni
attillati. Pomeriggio nel parco con dame in ampi panier
e continui svenimenti. Imbrunire con scherzi più «pesanti».
Ragazze vestite solo di corpetto a camiciola che prima
di andare a dormire si concedono un'ultima passeggiata
ammiccante, con i ragazzi, in brache e giustacuore, le
cui richieste si fanno più esplicite. Ma è solo
all'alba che la resistenza lascia il posto all'abbandono
e il gioco fra Murru e Dupont si fa serio: il balletto
si conclude con un lungo bacio e un appassionato duetto
d'amore. E se proprio vogliamo trovar da ridire sarebbe
piaciuto un po' più di fuoco e meno languore fra
i due dopo tanti marivaudages.
Sergio Trombetta
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Corriere
della Sera,
27 ottobre 2007
Belli i costumi ma «Le Parc» è lento
e freddo
Le Parc di Angelin Preljocaj, in scena alla Scala - non
nell' allestimento originale del 1994 all' Opéra
di Parigi, ma in quello, meno «galante», del
Balletto di Berlino - fino al 14 novembre, ha perduto una
parte del suo spirito libertino e delle malizie rococò sostenute
dalle musiche di Mozart, per acquistare toni più cupi
e maligni. Le scene di Thierry Laproust eliminano il Parco
del ' 700 e lo sostituiscono con muretti di mattoni, piante
di metallo che forse indicano lugubri gabbie vuote, che
non accettano armonie e seduzioni. In questo ambiente,
nei costumi bellissimi e d' epoca (pensiamo a Watteau,
e un pò a Fragonard ) creati da Hervé Pierre,
gli artisti raffigurano l' ingresso di un altro mondo in
contrasto, le loro «fêtes galantes» sembrano
casuali o estranee allo spirito della vicenda. I quattro
giardinieri che - sulle musiche di Vejvoda - aprono, guidano
e chiudono lo spettacolo, finiscono per somigliare a guardie
giurate, di cui non si vede, oggi, la necessità.
Preljocaj racconta il percorso di una coppia verso la felicità.
Per arrivare al passo a due finale (il punto più vero)
gli innamorati passano attraverso giochi, sacrifici sentimentali:
lo stile coreografico è moderno, angoloso e incline
al grottesco. Non ci sono slanci coinvolgenti, tutto è bello
e freddo, e non c' è nulla di aristocratico; se
ben ricordiamo, l' edizione parigina era scintillante,
ricca d' amore, alla Scala tutto è lento, opaco,
e neppure la musica di Mozart emanava luce, malgrado la
buona direzione di Marcello Rota e la bravura del pianista
Yoshikawa. Il Ballo della Scala è in grado di sostenere
un impegno coreografico così lontano dalle sue abitudini?
Massimo Murru è l' eccellente protagonista, elegante,
ma non troppo appassionato; Aurélie Dupont (foto)
riesce a dare una idea drammatica della dama prima ritrosa
poi innamorata, in un duetto che ha, fra lunghi baci accennati
e poco fini fremiti carnali, una finta sensualità.
Il pubblico è stato alla fine generoso di applausi.
Anche per il coreografo, di cui la Scala potrebbe accogliere
lavori più importanti e più suoi.
Mario Pasi
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Il
Manifesto,
21 ottobre 2007
Se Cupido è un
giardiniere un po' robotico
Alla Scala «Le Parc», lavoro che Preljocaj
firmò nel 1994 per il Balletto dell'Opéra
di Parigi
A dare un occhio ai cartelloni teatrali
2007/2008, Milano non sembra avere per il futuro molto
da offrirci riguardo alla danza contemporanea. Peccato
visto il successo di questo mese d'ottobre, in controtendenza
con la penuria futura. La settimana scorsa si è chiuso il festival
MilanOltre che ha portato in città un altro artista
intrigante dopo la rivelazione israeliana Hofesh Shechter:
lo spagnolo trapiantato a Londra Rafael Bonachela. Graffio
postclassico impregnato da un pulsare d'energia in cui
respira la tensione dei nervi oltre che dei muscoli. Spettacolo
di cui segnaliamo Set Boundaries, rabbioso sestetto tempestato
da immagini video e dalle parole di un curdo che cerca
asilo in Inghilterra.
Anche sul fronte scaligero, solitamente molto classico,
ottobre è il simbolo
di una apertura verso la contemporaneità. È avvenuto con Angelin
Preljocaj, coreografo tra i più noti del panorama d'oltralpe, alla Scala
con Le Parc. Nato in Francia da emigrati albanesi, Preljocaj è dagli anni
Ottanta il volto di una danza dal segno raffinato e conturbante. Ai ballerini
scaligeri aveva già dato nel 2002 la sua bellissima Annonciation, seguita
nel 2005 da La Stravaganza, un lavoro sul rapporto tra memoria e presente.
Titolo di coda della stagione 2006/2007, Le Parc (repliche il 23, 25, 27 ottobre,
7, 10, 14 novembre) è un lavoro in tre atti e un epilogo che Preljocaj
firmò nel 1994 per il Balletto dell'Opéra di Parigi. Alla Scala è stato
rimontato con protagonisti l'étoile del teatro Massimo Murru e l'ospite
parigina Aurélie Dupont, accompagnati dal Corpo di Ballo milanese. Uno
spettacolo sull'amore e sui suoi percorsi costruito su pagine mozartiane come
l'Adagio del Concerto per pianoforte n. 23, uno spettacolo sulla resistenza alla
passione che riporta in scena il '700 de la Carte de Tendre e de Les Liaisons
dangereuses in un rituale sui tormenti del desiderio. Uno spettacolo che quando
nacque nel 1994 ricollegava in una contrazione temporale piuttosto curiosa quanto
drammatica, il cammino della resistenza e della capitolazione all'amore di '700esca
memoria a qualcosa di ben più attuale: per dirla con Preljocaj, «la
confusione della crisi, in preda al dubbio, faccia a faccia con l'aids».
Tema che l'artista affida al contrasto tra la danza di quattro giardinieri meccanici
che come «cupidi contemporanei» guidano nel parco le relazioni tra
i due protagonisti e una danza in cui la forma, il rigore delle linee, l'abito
settecentesco sono simbolici scudi via via in distruzione. Un lavoro che oppone
i sessi tenendoli inizialmente a distanza (primo atto) per poi rivelarne in successione
gli ardori e i lamenti: un viaggio verso la resa della donna nelle braccia dell'uomo
in un abbandono avvolto da un senso sottile di morte e di fine (terzo atto).
Magnifici i tre passi a due con Murru e Dupont nei quali il bacio in spirale
vorticosa del terzo è un cammeo e ottima prova per il corpo di ballo alle
prese con uno stile nel quale il virtuosismo è arte del dettaglio.
Francesca Pedroni
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Avvenire,
20 ottobre 2007
Danza, trionfale Preljocaj alla Scala
E' una lezione di lucido equilibrio compositivo tra astrazione
e realtà, tra vecchio e nuovo, tra purezza classica
e fremiti quasi hip hop, Le Parc di Angelin Preljocaj,
balletto che, creato per l'Opra di Parigi nel 1994, la
Scala ha ora acquisito e fatto entrare in repertorio. Senz'altro
da giudicare tra le cose stilisticamente più riuscite
del coreografo francoalbanese, a tutt'oggi uno fra i più apprezzati
della scena internazionale. Stilisticamente, anche se poi
il lavoro scivola verso un freddo estetismo. Di più,
si raggela nella concettualità.
Che intende, infatti, esprimere Preljocaj con questo Le
Parc, la cui scena imponente, postmoderna, diventa
giessa stessa un luogo mentale. Per quella che si potrebbe
definire una sorta di metafora. La metafora dell'amore.
O, meglio, del sentimento dell'amore.
Metafora che il coreografo costruisce come una sorta di
grande minuetto garbato ed elegantissimo, ma anche qua
e là feroce e spudorato. E che, per rendere chiara,
sceglie di ambientare (la cosa suggerita dai bellissimi
costumi di Hervé Pierre) nel mondo aristocratico
francese del Grand Siècle e del Settecento, il secolo
della galanteria, di Laclos e di Fragonard. Una società in
cui l'obbligo di rispettare rigorosamente determinati codici
non poteva che intensificare i sentimenti amorosi.
Codici di seduzione, le sue strategie, le sue raffinatezze,
le sue delicatezze, anche le sue morbosità. I tre
quadri movimentati allora e sull'onda emotiva di una colonna
sonora che attinge alla lucentezza della musica di Mozart
(dirige con finezza Marcello Rota, al pianoforte Takahiro
Yoshikawa), da giochi e sfide, provocazioni e curiosità di
coppie che, in realtà, salvo quella protagonista,
risultano estranee fra loro.
Il tutto costruito da Prejlocaj con un lessico ardito,
curioso, che mette a non facile prova i danzatori. Prova
che i giovani danzatori scaligeri superano brillantemente,
con bella energia e volontà. Desiderosi, una volta
tanto, di uscire dai polverosi e troppo classici balletti
ottocenteschi. Bravi. Anzi, bravissimi. Come lo sono Massimo
Murru e l'étoile dell'Opéra Aurélie
Dupont (artista di rara felicità espressiva), la
coppia centrale a cui il coreografo dà in pegno
tre originali pas de deux, l'ultimo un vero gioiello. Il
pubblico apprezza e applaude con calore.
Domenico Rigotti
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