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Leoni per agnelli
Leoni per agnelli
di e con Robert Redford
e con Tom Cruise, Meryl Streep, Andrew Garfield (Stati Uniti, 2007)
 
Il Giornale, 4 gennaio 2008
Robert Redford ha poco ritmo
Si salvano solo Tom Cruise e Meryl Streep

Tre episodi per un regista, Robert Redford, senza senso del ritmo. Così di Leoni per agnelli si salva l'episodio dove un politico neoconservatore - personaggio cui l'interprete, Tom Cruise, attribuisce il suo stesso carattere - alle prese con un'intervistatrice (Meryl Streep) che, opposta a lui politicamente, ne aveva stima; sorge fra loro un dialogo secco e cortese, l'opposto di ciò che avviene nelle tv italiane, dove ogni dialogo del genere è prolisso e untuoso. Questa parte, pensata per il pubblico colto, s'intreccia con la parte per il pubblico incolto e con la parte per il pubblico medio. Dunque occorre sorbirsi la scadente scena di guerra e l'altro dialogo, pedantemente progressista e patriottico: Redford l'assume su se stesso, compunto come se volesse per sé il personaggio che Barbra Streisand aveva, accanto a lui, in Come eravamo (1973).

Maurizio Cabona

 
L'Unità, 21 dicembre 2007
Leoni per agnelli: non chiamatelo film di guerra

«Se i giovani voltano le spalle alla politica perché ne sono disgustati, le cose continueranno ad andare male come oggi. In fondo se si impegnano lo fanno per il loro futuro». Settant'anni appena compiuti, un pugno di film memorabili come attore e un altro come regista, ideatore di un festival indipendente ma prestigioso come il Sundance, Robert Redford si è presentato all'ultima Festa di Roma con l'importante Lions for Lambs, leoni per agnelli. Spiega subito «che non è un film di guerra ma piuttosto sulle conseguenze che questa ha avuto nel mio paese sui media, la scuola, la politica». E continua: «Non avremmo mai fatto un film di propaganda, il pubblico Usa non lo accetterebbe». La sua idea è «di un cinema che fa spettacolo, mettendo dentro delle idee interessanti. In questo abbiamo messo delle domande, volevamo stimolare la discussione». Lo accompagnava Tom Cruise, che professava «una enorme ammirazione per Bob, per il lavoro e per la sua vita, perché ha fatto i film che voleva rompendo il sistema degli Studios». E in effetti come produttore Cruise ha fortemente voluto (fin'ora rimettendoci un sacco di soldi) questo film necessario, intelligente, provocatorio ma di cui il pubblico americano non sentiva il bisogno. Forse raramente negli Usa si parla in modo serio di guerra ma il tartassamento mediatico sull'argomento ha logorato l'opinione pubblica.
Sebbene si iscriva nel grosso fronte progressista hollywoodiano – insieme ai doc di Michael Moore e Al Gore, al George Clooney di Siryana e Good Night, and Good Luck), al Paul Haggis sceneggiatore e regista, all'ultimo Brian De Palma - Lions for Lambs non è acriticamente schierato né confusamente antigovernativo. Il bersaglio non è più l'ormai ammaccata amministrazione Bush. L'obiettivo è capire come uscire dal pantano della guerra su due fronti inetrnazionali. Pone molte domande. Può la classe politica americana dirsi tranquilla con la coscienza per i sei anni di guerra passati in Iraq? Gli sforzi per far cadere i Talebani in Afghanistan hanno pacificato la zona? La stampa ha fatto il suo dovere di "cane da guardia"? E il cittadino americano medio è consapevole di quanto i gesti quotidiani dettati dal disinteresse e la cattiva informazione siano parte integrante di un meccanismo che non funziona?
Scritto dal giovane sceneggiatore Matthew Michael Carnahan, che ha costruito solidi e lunghi dialoghi, è girato quasi solo in pochi interni con due faccia a faccia principali. Il primo è tra il professore di scienze politiche Robert Redford e uno studente ritenuto di talento ma disilluso dalle "stronzate dei politici". Il prof gli spiega perché è importante scegliere di impegnarsi "mentre Roma brucia" e tentare di cambiare dall'interno il sistema. Altre due giovani promesse avevano già lasciato il suo corso tempo prima per arruolarsi, convinti che bisogna mettere mano oggi per poter vivere meglio domani. Un latino e un nero (Michael Pena, anche qui ridotto a recitare immobile come in Word Trade Center e Derek Luke) che ritroviamo persi in un'imboscata tra le nevi dell'Afghanistan, costretti ancora una volta al gesto eroico. Intanto ai piani alti un giovane senatore repubblicano, rampante e sicuro di se, (Tom Cruise) invita una giornalista smaliziata e progressista (Meryl Streep) per esporle una nuova "strategia a 360°" per l'Afghanistan. L'ennessima che dovrebbe poi riuscire a risolvere il pantano iracheno. Dalla parete occhieggiano le sue foto con Bush e il Dalai Lama, così come l'articolo della giornalista che lo definiva una nuova promessa. Lei tuttavia non vuole cedere gratuitamente credito, farsi di nuovo megafono di un'operazione che sa di propaganda. Discute criticamente parola per parola. Poi si scontra con il suo direttore: «Non possiamo fare come l'altra volta», cioè come sei anni fa, quando si salutò l'operazione irachena con troppe speranze e poche domande vere.

Pasquale Colizzi

 
Corriere della Sera, 28 dicembre 2007

Il «radiodramma» del liberal Redford

Da buon liberal storico, il simpatico e rugoso 70enne Redford torna alla regia con un film d' interni, coraggioso per la struttura da radiodramma e certo molto progressista rispetto all' epoca Bush. Quindi, cappello. I tre episodi che intreccia sulla guerra e sui destini dell' uomo sono però in qualche modo annunciati, senza sorprese, una maratona di chiacchiere come hanno detto velenosi in America. I temi sono quelli di sempre: un politico repubblicano che dà del suo peggio, una giornalista di sinistra che non ci sta, un professore deluso che spinge all' impegno uno studente (il dotato Garfield) che non ha ancora scelto: infanzia di un capo? E poi due idealisti non yankee, gli unici a pagare di persona al fronte. Ed attori magnifici: Tom Cruise è inedito, una Meryl Streep grandissima per introspezione e sfumature mentre Redford lavora con costanza e passione: è così simpatico che sembra si porti sempre dietro il meglio della sua carriera. voto 6,5

Maurizio Porro

 
Il Mattino, 22 dicembre 2007
Redford va alla guerra

Che malinconia ritrovarsi Robert Redford nei tratti stropicciati e cascanti di un logorroico cattedratico... Anche se si sa benissimo che il biondo compare di Newman nel leggendario «Butch Cassidy» nonché divo sexy del cinema alternativo anni '70 è diventato a settantuno anni un vate della sinistra yankee e l'instancabile boss dell'anti-hollywoodiano Sundance Institute, l'effetto «tempo perduto» finisce col destabilizzare in partenza «Leoni per agnelli» («Lions for Lambs») di cui è produttore, regista ed attore. Convinto di portare un decisivo attacco alla politica estera dell'odiato Bush, Redford torna per la settima volta dietro la macchina da presa sviluppando in parallelo i tre spunti suggeriti dalla sceneggiatura di Matthew M. Carnahan: il polemico faccia a faccia in un ufficio del Congresso tra il rampante senatore repubblicano Tom Cruise e la saccente giornalista liberal Meryl Streep; il tormentone del docente democratico che all'Università della California tenta di rimotivare il suo migliore studente alla militanza civile e politica; la strenua resistenza in un remoto nevaio delle montagne afghane opposta da due soldati (ex studenti dell'ateneo) ai talebani che hanno abbattuto il loro elicottero da combattimento. Purtroppo il film sbaglia totalmente l'impianto, restando sempre indeciso e irrisolto tra il tono teatrale delle ammiccanti battute politiche dell'episodio Cruise-Streep, l'imbarazzante predica del prof. Redford e la claustrofobica routine dello scorcio guerresco: incanalati ciascuno nel proprio orticello, i temi non trovano un ritmo e, soprattutto, mancano l'auspicata fusione finale in senso sia drammaturgico che emotivo. Si capisce come il film sia teso a stimolare il pubblico sugli angosciosi quesiti, non solo americani, sulla qualità della politica, dei media e del costume; ma è anche vero che sul grande schermo il nobile compito dovrebbe essere risolto dallo stile e dall'emozione piuttosto che da una puntigliosa maratona di slogan. Probabilmente lo script contava su chiavi psicologiche usurate: il turgido senso del potere che elettrizza il senatore, l'idealismo piagnucoloso del docente, la spacconeria dei due giovani prima emarginati dalla società e poi mandati al macello dalle manovre di Washington. Ma certo RR avrebbe dovuto impegnarsi di più, in primo luogo perché il cinema non può accontentarsi delle didascalie e in secondo perché vogliamo sempre un gran bene all'eroe di «Corvo rosso», «Come eravamo», «Il grande Gatsby» e «I tre giorni del Condor».

Valerio Caprara

 
Il Manifesto, 21 dicembre 2007
L'America saprà dare un senso a questa guerra?

L'esame di coscienza di un radical americano, ritorno folgorante di Redford dietro la cinepresa. Le donne libanesi in rivolta sbriciolano con l'umorismo machismo e stereotipi. Un'apologia indiretta e «leccata» del mitico fuorilegge sudista
Redford è il leone, G.W. Bush è «l'agnello». I repubblicani proteggono i talebani, i democratici li schiaccerebbero. Contro la guerra il «radical di Hollywood» utilizza il punto di vista dei marines. E pratica un cinema controcorrente, «di parola», anzi polifonico

Scena madre di Leoni per agnelli, il nuovo film di Robert Redford. Interno giorno, aula di un'università californiana. Redford, dott. Malley, docente radical di scienze politiche, assiste alla «lezione-esame» di un duetto di studenti, un ispanico e un african-american, determinati ma naif nell'analisi, spregiudicata e appassionata, dell'attuale politica estera Usa. Arian (Derek Luke) e Ernest (Michael Pena) provocano l'aula - disincantata e scettica - e scandalizzano i compagni aizzandoli a trasformare le proprie vite, a farne qualcosa di importante. «Ipocriti», gli urlano i compagni. E loro: «ecco qui il nostro foglio di reclutamento». Partiranno per l'Afghanistan. Se bisogna combattere contro l'oscurantismo e l'oppressione della donna, l'opportunistico sfruttamento della religione e per uno stato democratico non confessionale, bisogna fare la propria parte. «Essere davvero in prima linea contro i talebani». Malley resta di stucco. Non approva l'intero tragitto espositivo, ma deve riconoscere che le sue lezioni accorate, la sua «istigazione all'impegno», alla presa di coscienza e di parola, in qualche modo è stata recepita. Sa che i due ragazzi, in quota «squadra di baseball», sono anche un po' costretti al bel gesto da problemi di esose tasse scolastiche. Ma non è solo questo il punto. Perché il film è dedicato proprio ai giovani irresponsabili di oggi, né idealisti né ottusi, intelligenti ma sconfortati dai ripetuti fallimenti della storia (da Socrate a Malcolm X a Sandino) e raggomitolatisi nel loro confortevole opportunismo narcisista, a 6 anni da Giustizia infinita, consacrata all'unanimità da congresso e senato (tranne il no del solito socialista di San Francisco) e da un sistema media compatto, ben pagato e servile.
E mentre i due studenti si ritrovano sulle montagne nevose, soli e feriti, circondati, dopo il fallimento di uno sbarco di marines via elicottero, da «alpini talebani feroci e minacciosi» come in un Fuller coreano, altre due azioni parallele rafforzano lo schema di questo film sperimentale (strutturato come un mottetto polifonico, alla Altman o De Antonio anni 70). Malley, preoccupato per i suoi allievi dispersi, sprona l'ingegno brillante e le potenzialità sprecate di un terzo studente, l'assenteista, Todd Hayes (Andrew Garfield), tutto l'opposto di Arian e Ernest («impegnarmi politicamente, io?! Tra iene fameliche assetate di potere, che fingono ipocritamente di non voler neppure correre alla Presidenza?»). Intanto a Washington Jasper Irving (Tom Cruise), senatore repubblicano purosangue, mette al muro «morale» Janine Roth, reporter agguerrita e liberal (Meryl Streep), vendutasi a un network tv che neppure Fede potrebbe sperare così vuoto e fatuo, raccontandole la sua trovata strategico/presidenziale, che sarà certo l'ennesimo strumentale errore militare della «guerra infinita». Lui punta non tanto alla vittoria, e ad aggredire l'Iran, che ha la bomba atomica, attraverso la strategia dei piccoli avamposti (già collaudata per 5 anni in Cambogia, durante l'altra fallimentare guerra), ma a diventare il candidato repubblicano più falco possibile.
Questo è il film. Semplice. Recitato da attori «forza della natura», di ogni genere e età (siano essi tenori, baritoni, soprano, stonati o controtenori). Il vero misterioso oggetto invisibile ripreso dal film è l'incoscio collettivo, lo stesso che poi fa votare la sinistra, soprattutto estrema, anche in Italia, per Berlusconi o Veltroni, in nome dei gretti interessi materiali che, spiega Redford, sono in questo modo assai mal tutelati. Fantasia e impegno al potere, invece, come nel '68. In California, l'estate scorsa, mi hanno raccontato, una storia simile a Lions and Lambs. Impegnati e politicizzati quanto altri mai (sono ragazzi della Santa Cruz University), alcuni studenti hanno staccato la spina delle discussioni interminabili davanti a 10 birre e, marines, sono partiti. A fare «i leoni» ma comandati e imbrogliati, come sempre avviene, fin dalla I guerra mondiale, da quegli agnelli di generali. Fu Clinton, svela Rendition, il primo a progettare i sequestri clandestini di terroristi pericolosi. Vero. Dopo Mogadiscio... Che Bush jr. abbia applicato quelle regole per salvare i terroristi dalla furia devastante di Arian, Ernest e Todd, non ce lo aveva però finora raccontato nessun film Usa.

Roberto Silvestri

 
Corriere della Sera, 21 dicembre 2007
Redford, coraggio liberal

Quando in un film si parla molto i critici si allarmano. Anche chi non ha letto il famoso saggio di Carlo Ludovico Ragghianti «Cinema arte figurativa», o non ne ha condiviso la tesi estrema espressa dal titolo, è in fin dei conti convinto che un film prima si vede e solo in subordine si ascolta. Del resto, per trent' anni il cinema è rimasto muto e si faceva capire benissimo: forse addirittura meglio di oggi perché il linguaggio delle immagini non conosceva barriere di lingua. Insomma c' è una spiegazione per l' accoglienza perplessa riservata dalla stampa americana a Leoni per agnelli, che il sempre spiritoso Roger Ebert (felicemente tornato al Chicago Tribune dopo una malattia) ha definito un «talkathon», una maratona di chiacchiere; e ha aggiunto che la densa sceneggiatura di Matthew Michael Carnahan (autore anche di The Kingdom) potrebbe addirittura essere un radiodramma. Una battuta nella quale, come sempre nelle sortite intelligenti, qualcosa di vero c' è. A partire dalla mattina presto le tre vicende che si intrecciano nel film si esauriscono in 88 minuti: a Washington il senatore Tom Cruise concede un' intervista a Meryl Streep, in un' università californiana il professor Robert Redford striglia lo studente demotivato Andrei Garfield e intanto in Afghanistan due suoi ex allievi, Derek Luke e Michael Pena, volano in elicottero verso una missione di morte. Cruise vuol lusingare Meryl concedendole l' esclusiva sulla nuova strategia di attacco messa in atto per risolvere la questione afgana; ma durante il colloquio arriva dal fronte una telefonata il cui contenuto disastroso si intravede sul volto forzatamente impassibile del senatore. Il risultato è che Meryl, tornata in redazione, mette a rischio l' impiego rifiutandosi di fare un servizio che lungi dall' essere uno scoop è pura propaganda. E Redford porta all' allievo riottoso l' esempio dei due compagni che hanno voluto impegnarsi al di là del dovuto andando volontari. Leoni per agnelli è la definizione dell' esercito tedesco data da un ufficiale inglese durante la prima guerra: significa combattenti eroici guidati da strateghi irresponsabili. E' una metafora che si applica perfettamente ai pasticcioni della Casa Bianca, che hanno avviato al massacro tanti giovani americani in un' insensata guerra senza fine. Di questa classe politica Tom Cruise, confermando le sue sottili doti di interprete, fornisce un ritratto spietato; e la Streep gli tiene gagliardamente testa trasformandosi in una sorta di vestale dell' idea pacifista. Non pago di assumere l' onere della regìa, Redford incarna con bella persuasione il professore in crisi (ma l' operatore Philippe Rousselot non gli fa un buon servizio, mostrandolo più anziano e rugoso del necessario); e il giovanotto Garfield sembra promettere bene. In cambio Luke e Pena soffrono un pò della scadente ambientazione della battaglia, che per ragioni di economia (il film è costato solo 35 milioni di dollari) è girata nella Simi Valley non lontana da Hollywood. Una curiosità: il comandante che guida con trepidazione l' attacco è Peter Berg, il regista di The Kingdom. Facendo una media fra pregi e difetti, Leoni per agnelli è una pellicola da ammirare per il coraggio di Redford, Streep e Cruise di mettere il loro capitale divistico al servizio della buona causa. Prima di criticare la pagliuzza nell' occhio altrui, constatiamo la trave nel nostro; e riconosciamo che in Italia un film come questo non è neppure pensabile. Nessuno saprebbe farlo, nessuno vorrebbe produrlo e pochissimi andrebbero a vederlo.

Tullio Kezich

 
Il Tempo, 20 dicembre 2007

Robert Redford non è solo un grande attore, ma è un esponente tra i più saldi della cultura americana di oggi, specie di quella cinematografica, nel cui ambito, tra le iniziative di maggior prestigio, va senz'altro annoverato quel Sundance Film Festival che ha saputo dare ampi spazi, negli anni, alle voci più vive del cinema indipendente contemporaneo; all'insegna sempre, dell'intelligenza e della qualità.
Conseguente con tutto questo, sia come attore sia come regista —da «Tre giorni del condor» a «Tutti gli uomini del Presidente», fino a «Gente comune» e a «l'uomo che sussurrava ai cavalli»— ha sempre mostrato di voler privilegiare posizioni altrettanto indipendenti, all'insegna, spesso, di un impegno che però, per il suo rigore, non è mai diventato propaganda.
Come, anche se più esplicitamente, in questo film, che scritto per lui da Matthew Carnahan, lo sceneggiatore di «The Kingdom», ci propone tre aspetti della società americana di oggi, la politica, l'informazione, i giovani, considerati soprattutto in cifre indiscutibilmente negative.
Tre episodi, alternati fra loro ai fini di una meditata scioltezza narrativa. Il primo ci dice di un giovane e rampante senatore repubblicano che riceve nel suo ufficio al Congresso una nota giornalista televisiva per indurla a sostenere un suo piano militare in Afghanistan che, anche se verrà pagato a prezzo di molte vite umane, sarà per lui e per i suoi un'occasione di propaganda sicura. La giornalista ribatte tutte le sue affermazioni e sarebbe pronta a non stare al gioco se, tornata in redazione, non finisse per cedere alle esigenze della sua rete. Intanto un docente universitario tenta, forse invano, di convincere all'azione il suo allievo migliore, preoccupato invece solo di problemi pratici e di ragazze. Mentre, all'opposto, in Afghanistan, due ex allievi di quel docente, pur da lui sconsigliati, sono partiti volontari e lasciano la vita proprio in una di quelle azioni che, a tavolino, il senatore aveva programmato per i suoi fini.
Dialoghi diretti e molto insistiti nei primi due episodi, risolti però da Redford regista con attenta dinamica narrativa pur cedendo spesso a una scoperta staticità da palcoscenico. Un'azione molto più serrata e angosciante nel terzo, incentrato sulla triste, funebre fatalità della guerra. Interpretati, i primi due, uno addirittura da Tom Cruise, il cinico politicante, e da Meryl Streep, la giornalista che, pur contraria, finirà per cedergli, e dallo stesso Redford docente universitario nell'altro: saldo e concreto.
Un terzetto che può convincere.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011