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Le
Nozze di Figaro
di
Pierre-Augustin de Beaumarchais.
regia: Matteo Tarasco.
scene: Carmelo Giammello
costumi: Andrea Viotti
con Tullio Solenghi
Roma, Teatro Eliseo dall’8 al 27 maggio 2007
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Corriere
della Sera,
17 novembre 2007
Che bravo Tullio
Solenghi nel «Figaro» farsesco
Assistendo a «Le nozze di Figaro», scritta
da Beaumarchais nel 1778, Danton, che sarà uno dei
protagonisti della Rivoluzione dell' 89, disse «Figaro
ha ucciso la nobiltà!» e la commedia, infatti,
venne censurata. Era eversiva l' intelligenza, l' astuzia
di Figaro che si fa beffe del dispotico, ottuso conte suo
padrone che tenta di concupire la cameriera Susanna, la
sua futura sposa. E il ridicolo conte sarà costretto
anche «a cadere ai piedi» della trascurata
moglie. Il regista Matteo Tarasco, autore dell' adattamento
firmato con il protagonista Tullio Solenghi, spinge molto
sui toni del farsesco, proponendo uno spettacolo che ha
come solo intento quello di divertire tagliando e riducendo
il testo a poco più che una trama ben congegnata,
per poi gravarlo di un finale didascalico affidato al personaggio
dell' autore, ma non di sua penna, che preannuncia la ghigliottina
che farà piazza pulita di un intero mondo. Grotteschi
personaggi dalle imponenti parrucche di tulle bianco, i
bei costumi come le scene sono di Andrea Viotti e la gustosa
traduzione è di Enrico Groppali, si aggirano, tra
corna, sesso e desideri, per fare e disfare raggiri e complotti,
dal sanguigno conte di Alberto Alinghieri, alla contessa
di Alessandra Schiavoni, al Basilio di Raffaele Spina,
alla astuta Susanna di Silvia Salvatori, alla determinata
Marcellina di Sandra Cavallini e su tutti sta Tullio Solenghi,
bravo attore che molto si concede e concede per indurre
al riso, che fa del suo Figaro un uomo soprattutto concentrato
sul suo «piano di nozze», smagato ma senza
quella capacità di riflessione, di filosofeggiare
che tanto preoccupò Versailles e non solo.
Magda Poli
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Corriere
della Sera,
3 giugno 2007
L' allestimento di
Tarasco per «Il matrimonio» da
Beaumarchais
Solenghi, un Figaro senza filosofia
È solo la cosiddetta regia critica che giustifica,
o nobilita, la presenza del cronista: egli si trasforma,
appunto, in critico. E cosa dovrebbe fare costui se non
confrontare ciò che fu (il dramma, così come
fu scritto) e ciò che è (il dramma, come
esso diventa spettacolo)? Ma Il matrimonio di Figaro di
Pierre-Augustin de Beaumarchais, per la regia di Matteo
Tarasco, si sottrae in modo radicale a questa possibilità.
Non vi è difetto poiché non vi è azione
e non vi è azione poiché non vi è intenzione:
intenzione, dico, di rappresentare seriamente la stupefacente
commedia di Beaumarchais. Lo spettacolo cui assistiamo,
nella pur abile riduzione di Enrico Groppali, del Matrimonio
non riproduce che lo schema, ponendosi una finalità di
puro intrattenimento e non di confronto, di interpretazione.
Tutto ruota intorno al protagonista, che non è Figaro
ma Tullio Solenghi, un uomo di quasi sessant' anni che
ne dimostra quaranta, per tratti del viso, per agilità,
per intraprendenza. Solenghi è un bravo attore,
ha classe, dignità e garbo, per usare un termine
settecentesco. Non solo. Egli trasmette la sua virtù all'
intero spettacolo di Tarasco che, ove se ne condividano
gli intenti, non deluderebbe. Se delude è perché si
tratta di un' occasione sprecata. Nel programma di sala
vi è la storia di questa commedia, con cui si sono
cimentati registi come Visconti e Cobelli, ma che rimane
poco rappresentata. L' ultima sua apparizione sui nostri
palcoscenici risale a quasi 20 anni fa. L' occasione è dunque
sprecata due volte. Per dare la misura della perdita basterà dire
che del celebre monologo di Figaro (terza scena del quinto
atto) non resta che un esiguo frammento. Il che pone Figaro
in una condizione più tradizionale di quella in
cui realmente è, nonostante ai nostri occhi appaia
come un personaggio rivoluzionario (forse più a
causa di Mozart che di Beaumarchais). L' assenza di equivoci,
o di ambiguità, nello spettacolo di Tarasco nasce
dal fatto che Figaro risulta un tipo spensierato, ovvero
dedito a niente altro che alla realizzazione del suo programma
(sposarsi). Nella realtà testuale, a questo servo
non mancano capacità di riflessione. Egli medita
e trae, dalla sua meditazione, un succo filosofico. Figaro
dice (c' è anche nello spettacolo): «Perché siete
un gran signore, vi credete un gran genio!... Nobiltà,
fortuna, rango, cariche, tutto questo rende così fieri!
Che avete fatto per meritare tutto questo? Vi siete dato
la pena di nascere e niente di più». Ma (in
Tarasco-Groppali) non vi sono le digressioni, oggi fulminanti,
su Maometto; non vi sono, di Figaro, le riflessioni sulla
natura della ricchezza; non vi è, soprattutto, l'
osservazione sulla libertà di pensiero: «Senza
la libertà di biasimare, non è possibile
nemmeno un elogio che ci lusinghi» (che per ogni
cittadino dovrebbe essere il verbo). D' altra parte, lo
voglio qui ricordare, Beaumarchais non era affatto un rivoluzionario,
neppure un illuminista. Come uomo, è una spugna
che assorbe gli umori del suo tempo e con geniale istinto
ne restituisce l' essenza. In quanto scrittore, Beaumarchais è addirittura
un conservatore: «Non bisogna dimenticare quel che
si deve, nel mondo, ai più alti ranghi! È giusto
che il vantaggio della nascita sia il meno contestato di
tutti» (1778). Non per nulla, tale essenza si coglie,
più che nelle dichiarazioni di Figaro, in tutto
l' implicito della commedia, ossia in quell' iperbolico
congegno ad alta orologeria che è la folle journée
(Beaumarchais cominciò la sua avventurosa vita come
orologiaio). La folle journée è l' emblema
della vita di Beaumarchais e del suo tempo, quando si cominciò ad
adorare non solo l' intrigo ma la velocità con cui
gli intrighi prima si fanno e poi svaniscono nel nulla.
IL MATRIMONIO DI FIGARO di Beaumarchais/Tarasco Teatro
La Pergola di Firenze.
Franco Cordelli
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Il
Giornale,
1 maggio 2007
Un
grande Solenghi «barbiere» playboy dall’innata
simpatia
Padova
Che Figaro fosse un barbiere, per giunta di qualità,
lo sanno tutti. Che poi si sposasse, lo ignorano in tanti.
Il fatto è che Il barbiere di Siviglia ha avuto
una fragorosa cassa di risonanza con l’opera (lirica)
di Rossini, mentre Le nozze di Figaro, pur se musicate
da un certo Mozart, non hanno fatto altrettanto clamore.
Almeno tra i melomani di complemento. Comunque sia Le nozze
di Figaro, scritta come del resto Il barbiere, da Pierre-Augustin
Caron de Beaumarchais, o più semplicemente Beaumarchais
per i frettolosi, è una commedia cardine del teatro
leggero francese, che da due secoli fa sbellicare l’Europa.
Dopo le svariate edizioni del dopoguerra, prima quella
diretta da Luchino Visconti nel ’46, con Vittorio
De Sica, è stata ripescata dal drammaturgo e critico
teatrale del Giornale, Enrico Groppali, che l’ha
proposta alla compagnia Lavia Anagni, trovando immediata
accoglienza. Groppali ne ha curato la raffinata traduzione,
cavando il meglio dai cinque atti originari, saggiamente
ridotti a due, di irresistibile spasso. Dopo Rimini, Bologna,
Firenze e Padova, sosterà per tutto maggio all’Eliseo
di Roma. Con l’occhio alla prossima stagione, al
Carcano di Milano.
Mattatore Tullio Solenghi, impagabile Figaro, un attore
che, all’innata simpatia, aggiunge la vocazione all’umorismo
sottile. La storia, tra infiniti equivoci, racconta i travagliati
maneggi di Figaro per sposare Susanna, la cameriera di
Rosina, nobildonna dopo il matrimonio col conte d’Almaviva.
Nove personaggi nei magnifici costumi e scene di Andrea
Viotti, diretti da Matteo Tarasco. Tutti bravi, da Marcellina
(Sandra Cavallini) a Basilio (Giancarlo Condè) a
Almaviva (Roberto Alinghieri).
Tra le innumerevoli battute, eccone una sulla democrazia
che non avrebbe sfigurato in Sabrina di Billy Wilder (ricordate? «Nessun
povero è stato mai detto democratico per aver sposato
un ricco»): «Quando il potere è in mano
d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno
e di dover contentare molti; ma quando i molti governano,
pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora
la tirannia più balorda e più odiosa: la
democrazia!».
Massimo Bertarelli
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