Viene da chiedersi quale possa essere l’urgenza di mettere in scena un testo come Le mutande di Carl Sternheim, primo tassello del ciclo drammaturgico Dalla vita eroica borghese dell’autore ‘espressionista’ tedesco. Viene da chiedersi perché metterlo in scena così, con un deprimente effetto da filodrammatica che lascia più che perplessi e conduce l’azione – di per sé debole – in una palude di monotonia che non scioglie né la vicenda né tanto meno il portato simbolico di quei personaggi che altro non sono che maschere meschine di un pensoso sopravvivere fra espedienti e piccole codardie. Assistendo a Le mutande di Monica Conti sembra di poterne intuire l’idea registica che non trova però una sua efficace realizzazione all’atto della rappresentazione. C’è la volontà di frequentare un registro recitativo e scenico che faccia della finzione, della dichiarata rappresentazione l’elemento portate che possa – quasi brechtianamente – denunciare con freddezza e sarcastica crudeltà la grottesca pochezza di una borghesia piccola piccola, che predica bene e razzola male, che fa la morale e si ritrova schiava di pulsioni ed egoismi, in un’assurda girandola di equivoci e di pretese. Tutto parte da un incidente tanto pretestuoso quanto assurdo: nel momento in cui l’imperatore sta passando la giovane Luise Maske perde le mutande che danno il titolo alla pièce. Il marito Theodor per lo scandalo teme di perdere il suo modestissimo impiego e decide così di subaffittare due stanze. Si presentano due buffi testimoni dell’episodio: il sedicente poeta Scarron e il garzone di parrucchiere malaticcio e rachitico Mandelstamm. Ambedue corteggiano la bella Luise che, incoraggiata dalla zitella Geltrude, non si concede a Scarron solo per una questione di contrattempi, mentre ad assecondare i propri appetiti sessuali è Theodor con la vogliosa zitella. Detto questo la narrazione è un pretesto giocoso – quasi da vaudeville – per mettere alla berlina la pochezza di quei piccoli borghesi che parlano di valori immutabili e vi disattendono immancabilmente, che fanno la morale e alla fine piegano tutto alle loro voglie e all’interesse. Monica Conti non va fino in fondo, si ferma a metà, si limita a mettere in scena il testo, laddove per renderlo vivo e urgente avrebbe dovuto ribaltarlo e tradirlo. L’estetica che la regista rincorre è quella di un espressionismo alla Grosz, nelle scenografie, nel trucco marcato dei personaggi c’è tutta la tradizione del teatro primonovecentesco, c’è un omaggio all’estetica espressionista. Questa attenzione filologica non basta a dare convincente compattezza scenica all’allestimento, quanto accade rimane là sul palcoscenico, non è sciolto con la necessaria lucidità, la natura caricaturale dei personaggi affossa tutto in un indistinto recitativo che fa perdere la sferzante e ridicola sapienza borghese di quegli uomini in balia delle proprie pulsioni, cinici ed egoisti. La voglia di misurarsi con testi poco rappresentati deve andare di pari passo alla forza di scardinarli, di violentarli, altrimenti il rischio è quello di un semplice recupero archeologico come è accaduto con Le mutande di Monica Conti.
Nicola Arrigoni