Mamme e Narcisi è tipico esempio del genere
teatrale più congeniale a Carlo Terron, la satira
corrosiva, dissacrante, in chiave paradossale e grottesca
con spunti a volte di humour nero. Due intime amiche si
confidano le reciproche pene. Senza marito -una vedova
l’altra separata- riversano tutta la loro affettività nel
ruolo materno. E si preoccupano, vedono dappertutto insidie,
donnacce in agguato per togliere in modo brutale ai giovani
virgulti, studenti liceali, la candida innocenza. Alla
fine trovano la soluzione: ognuna sedurrà il figlio
dell’altra per iniziarlo al sesso nella maniera
più delicata possibile. Dopo qualche mese una soffrirà i
tormenti della gelosia, l’altra si scoprirà incinta
( provvederà una temporanea riconciliazione col
marito separato a salvare le apparenze ). Quanto ai figli,
viziati da tali madri, uniti dal narcisismo, approderanno
a un rapporto più intimo dell’antica amicizia.
Il vero bersaglio di Terron è la falsità dei
ruoli convenzionali, degradati a luoghi comuni da sbeffeggiare
senza riguardi. Il mammismo viene impietosamente caricaturato
nelle sue componenti possessive e sotterraneamente incestuose.
Ma sullo sfondo è messo in parodia anche il mito
maschilista. Per non parlare del matrimonio ridotto a puro
guscio di ipocrisie santificate dalla retorica perbenista.
Molti anni dopo la prima edizione, in una società molto
mutata, Mamme e Narcisi conserva una forte carica
graffiante, a riprova del fatto che meccanismi psicologici
profondi con relative nevrosi e giochi di ruolo cambiano
molto meno rapidamente degli usi e costumi di superficie
e delle leggi.
L’attuale rappresentazione è en travesti a
sottolineare l’ambiguità dei rapporti che è la
cifra di fondo della commedia. Gli attori sono molto bravi
nello sfruttare al meglio la vena grottesca giocando su
contrasti anche fisici–magro e aggressivo contro
robusto e querulo- senza mai scadere nella guitteria.Funzionale
la scenografia che con pochissimi mezzi crea la calda atmosfera
d’un salotto borghese con l’aiuto della piacevole
fiamma d’un caminetto acceso.
Vittorio Tivoli