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Leggenda di Beowulf (La)
La Leggenda di Beowulfdi Robert Zemeckis
con Ray Winstone, Angelina Jolie
(Usa, 2007)
 
L'Espresso, 23 novembre 2007
Eroe senza veli

Il re Anthony Hopkins è vestito con un lenzuolo che lascia vedere il corpo un poco flaccido. Arriva dal mare l'eroe Beowulf ("Sono qui per uccidere il mostro"); per affrontare il nemico nudo e disarmato, pure lui rifiuta le armi, si denuda, e bisogna vedere gli espedienti usati durante la lotta fatale per nascondergli i genitali: col gomito alzato, con un elmo, col ginocchio (più tardi, esasperati, gli mettono mutandine di maglia nera stile Dolce&Gabbana). Fioccano le invettive: "Per la barba di Odino!", "In nome di Odino!" o anche (un po' fuori tempo) "Megalomane!".

Beowulf è l'eroe di un poema anonimo di 3.182 versi scritto nella lingua sassone occidentale, l'unico di tutta la letteratura anglosassone che sia pervenuto completo, collocato senza sicurezza nel secolo VIII in Danimarca, nell'area anglica. Nipote del re dei Geati, Beowulf uccide il mostro Grendel che ogni notte fa strage di guerrieri; dice di aver ucciso anche la madre del mostro Angelina Jolie, bellissima strega nuda verniciata d'oro, con una lunga sottile coda squamosa e tacchi alti di carne. Beowulf diventa re dei Geati. Dopo mezzo secolo di regno felice, deve ancora combattere per difendere il suo popolo da un temibile drago, e si sacrifica.

È una bella storia, che il film ha voluto arricchire facendo della strega l'amante dei due re, con relativi pasticci. In realtà, per il regista Zemeckis l'interesse stava nell' uso, già da lui sperimentato in 'The Polar Express', d'un procedimento chiamato 'performance capture', che si applica agli interpreti. Una leggera tutina in licra cosparsa di sensori sul corpo e sul volto degli attori consente di catturarne la recitazione e inserirla in un computer da dove può essere manipolata mutando espressioni, proporzioni, gesti. Una tecnologia complessa: la prossima mossa sarà magari l'eliminazione dei costosi attori, sostituiti dalla propria immagine.

Lietta Tornabuoni

 
Il Manifesto, 17 novembre 2007
Il mostro con i sensori Beowulf di Zemeckis

Con la tecnica dell'«imagemotion», traformando le interpretazioni in immagini al computer, il nuovo film d'animazione traduce un antico poema epico in malinconica tecnologia avanzata. Per adulti

Chi ha incastarto Roger Rabbit? Who Framed Roger Rabbit? Robert Zemeckis ipotizzava una permeabilità quasi totale tra il mondo reale e quello dei cartoon. In Death Becomes Her, quella permeabilità diventa «organica» quando Goldie Hawn e Meryl Streep (in una delle sue interpretazioni più divertenti) a forza di chirurgia plastica, si trasformano in mutanti, i loro corpi un ibrido di umano e digitale.
In Beowulf, il suo ultimo film, tratto dall'antico poema epico inglese, Zemeckis approfondisce la sua esplorazione nell'alchimia ambigua tra realismo fotografico e stilizzazione dei cartoon. Quasi la ricerca un po' misantropica di una «terza via» - di una razza meno umana ma non completamente artificiale. Forse la stessa per cui Jodie Foster frugava così struggentemente lo spazio in Contact.
Quattro anni dopo il suo miliare e incompreso Polar Express, il regista di Castaway torna con un film ambiziosissimo, stregato da ossessioni personali e di affascinanti follie, non solo una rilettura in chiave spletter/pulp del testo medioevale ma un'impresa tecnologicamente futuribile e molto bizzarra. Complice ancora una volta la motion caption performance, ovvero il processo che trasforma l'interpretazione di un attore in immagini di computer graphics. Guardata con sospetto dagli animatori tradizionali, la motion caption performance (ribattezzata imagemotion dal dipartimento digitale della Sony che ne avanza la ricerca), è diventata l'attrezzo principale di Zemeckis che la usa per darci un Beowulf tanto malinconico quanto il suo adattamento dal libro per bambini di Chris Van Allsburg, ma molto più dark del film che lo ha preceduto. Oltre che molto più grosso e più visonario. In USA, Beowulf è per gran parte proiettato in 3D
Grazie alla penna di Roger Avary (lo sceneggiatore di Pulp Fiction) e Neil Gaiman (autore della graphic novel Sandmen), il più antico poema in lingua inglese, amatissimo da J.R.R Tolkien, è stato «ricomposto» secondo una trama più logica di eroismo e successiva, quasi miltoniana, caduta agli inferi. In più, i due sceneggiatori hanno aggiunto il sesso, la violenza e l'azione che (nella loro lettura) sarebbero stati censurati dai monaci, primi ad aver messo per isteso una leggenda tramandata negli anni, probabilmente tra il VII e il XII secolo.
Il film apre su un fragoroso banchetto nordico alla corte del re Hrothgar, nel mezzo del quale irrompe un orribile e gigantesco mostro che opera una carneficina nella sala da pranzo (immaginarsi arti mozzati che schizzano verso la tua faccia grazie all'ottimo 3D).
Tra i cavaderi e le rovine della festa arrivano Beowulf e i suoi uomini, che promettono di «sistemare» la creatura. Beowulf lo uccide da solo, completamente nudo (è il trend dell'anno, dopo Eastern Promises, e poi si reca alla montagna che lo ospitava per ucciderne la madre, un demone ancora più potente. Ma, nonostante i demoni sembrino placati e Beowulf erediti il trono, la maledizione che aveva colpito il vecchio re sifarà viva con lui, molti anni dopo, sotto le spoglie di un enorme drago. Beowulf, che ha le sembianze di un Cristo biondo e muscoloso, è però interpretato nel film dal'attore inglese Ray Winstone. Anthnony Hopkins è Hrothgar, il sovrano danese, Robin Wright Penn, sua moglie Wealthrow e John Malkovich un consigliere. Dalla montagna che sovrasta il loro villaggio, Grendel, il mostro sensibilissimo d'udito, è l'attore Crispin Glover. Mentre Angelina Jolie, nuda se non per una pellicola d'oro che le ricopre il corpo, è sua madre.
Muniti di tutine e sensori applicati in diverse parti del loro corpo e dei loro volti, gli attori sono stati ripresi da Zemeckis all'interno di una struttura cubica munita di circa 300 cineprese. Alcune di esse catturavano semplicemente le immagini mentre altre registravano I loro movimenti e le espressioni degli attori come una serie di punti nello spazio tridimensionale.
Sul flusso di quei movimenti e di quelle espressioni, gli effettisti Ken Ralston e Jerome Chen avrebbero poi «dipinto» I personaggi, le scene, I costumi. Insomma, il film che vediamo, rendendo possibili non solo le complicatissime scene d'azione ma anche ibridi come quello tra Winstone e la sua più muscolcosa, affascinante trasposizione digitale, oppure tra i piedi di Angelina Jolie e uno zoccolo animale fatto come un tacco a spillo. «Nonostante tutta le tecnologia che gli sta dietro, Beowulf è un film per adulti, un cupo viaggio emozionale. E non puoi trarre quell'effetto da un semplice persanaggio animato. Quella era la sfida fin dall'inizio. Molti dei film di Bob sono così. Arrivi il primo giorno e pensi che ciò che vuole fare non funzionerà mai», ha dichiarato Ken Ralston in un'intervista di Dave Kehr per il «New York Times». «Ma è l'atteggiameno mentale che devi avere su un progetto come questo: ti butti e speri che il paracadute si apra veramente», conclude Chen.

Giulia d'Agnolo Vallan

 
Il Mattino, 17 novembre 2007
«Beowulf», cavalcata fantasy

Di diavolesse indorate e seminude come la Jolie si sente certo la mancanza nel plumbeo regno del realismo... Riguardo a «La leggenda di Beowulf» il giudizio si misura, in effetti, sull'approccio: se si è sensibili al connubio sempre più spinto tra la tecnologia e l'inventiva, il nuovo film di Robert Zemeckis apparirà spiazzante ed eccitante; mentre per chi è avvezzo a denunciare l'invadenza degli effetti speciali, tanto spreco di bravura non potrà che risultare indifferente. Non è la prima volta che «Beowulf», il più antico e il più cupo poema inglese, ispira una trasposizione; ma non a caso l'ultima versione sembra quella più vicina alla puntuale rilettura di Tolkien, che ne smontò le chiavi filologiche e ne valorizzò la miscela di temi pagani e cristiani. Affilando le armi della computergrafica e perfezionando il metodo della «performance capture» che ha generato l'inquietante Gollum de «Il Signore degli Anelli», Zemeckis utilizza l'intero spazio dell'inquadratura per trasformare gli attori in figure da cartoon manipolabili illimitatamente. Ne risulta uno show dinamico, ibrido e iperviolento che cerca di esorcizzare la minaccia di un'algida ripetitività grazie al buon lavoro compiuto dagli sceneggiatori Roger Avary e soprattutto Neil Gaiman, emulo di Frank Miller e Alan Moore nel passare dall'autorevolezza nel campo dei fumetti a quella tout court cinematografica. Ambientata nel 500 d.C., la cavalcata fantasy racconta le imprese del possente e un po' fanfarone guerriero vichingo che liberò dal mostro il re Hrothgar, ricevendone in cambio corona, beni e sposa; cinquant'anni più tardi, però, il vecchio Beowulf è costretto ad affrontare una nuova e temibile creatura, anch'essa procreata dall'acquatica strega incarnata dalla signora Pitt con pelle giallo brillante, treccia vertiginosa e tacchi a spillo incorporati nella carne delle gambe. La sorpresa finale è relativa, a conti fatti, rispetto a quella procurata ad ogni fotogramma da un film sgradevole ma forte ed eloquente, in bilico com'è tra epica, psicanalisi, videogioco e splatter.

Valerio Caprara

 
Corriere della Sera, 16 novembre 2007
Un poema tecnologico

Fra tanto discutere di effetti speciali, si trascura di ricordare quel particolare effetto che esiste dagli albori del teatro: la capacità, per un attore, di apparire in scena (come dicono a Broadway) «più grande della vita». A tale proposito Giorgio Strehler mi raccontava di essere andato fino ad Amburgo per vedere il Faust di Gustav Gruendgens. E quando finita la recita bussò al camerino, il regista si vide accolto da un ometto dimesso e scolorito che lo pregò di attendere. Strehler immaginò che fosse il segretario, ma dopo un attimo lo vide ricomparire e si rese conto di avere davanti Mephisto in persona. Chi avrebbe potuto riconoscere in quella figura impiegatizia il diavolo incarnato che fino a poco prima aveva spadroneggiato sul palcoscenico? Proveremmo tutti la stessa sorpresa se potessimo incontrare Ray Winstone protagonista di Beowulf. Anziché un possente vichingo alto quasi due metri scopriremmo un borghese sul metro e 70, pacioso e paffuto. Tranne che in questo caso la metamorfosi non si deve esclusivamente al talento dell' attore, ma al procedimento elettronico chiamato «performance capture». Perché Winstone, come gli altri interpreti del film di Robert Zemeckis da Anthony Hopkins a Robin Wright Penn, ha recitato la sua parte in un ambiente senza scene, con la testa in un involucro trasparente, il corpo in una tuta con sensori dappertutto. Non tento neppure lontanamente di spiegarvi un elaborato procedimento tecnico che mi sfugge, fatto sta che il cinema è arrivato al punto di modificare l' aspetto fisico, la gestualità e il carattere dei personaggi «catturati» nel computer. E sapete cosa ne pensano gli interessati? Dopo un primo momento di sconcerto, sembrano contentissimi. Perché il nuovo procedimento gli permette di recitare le loro scene di fila, come a teatro. Hopkins, grato e sbalordito, confessa di aver esaurito il non indifferente impegno in una settimana. Ciò premesso, non è tutto qui il valore di un film nobile e insolito come Beowulf, che celebra il matrimonio d' interesse fra la tecnologia futuristica e il più antico poema di lingua inglese. Ambientato nel 500 d.C. fra Danimarca e Svezia, improvvisato a voce due secoli dopo, trascritto alle soglie dell' anno Mille, l' anonimo incunabolo racconta le gesta del guerriero Beowulf arrivato dal mare per uccidere il Mostro che affligge i possedimenti di re Hrothgar. Il quale si mostra tanto grato al liberatore da donargli i suoi beni, la corona e perfino la consorte Wealthow. Dopo uno iato di mezzo secolo, l' ormai vecchio Beowulf deve affrontare una nuova creatura infernale in figura di drago alato. Ambedue i mostri sono figli di un' innominata strega acquatica (sullo schermo è la formosa e irresistibile Angelina Jolie, debitamente nuda e porporinata), ma se il poema non rivela l' identità dei padri delle orrende creature, il film avanza a sorpresa una sua ipotesi devastante. Di Beowulf si può dire che affronta con spregiudicatezza la raffigurazione di un passato di cui esistono solo tracce archeologiche. Si impone all' ammirazione il lavoro di: operatore, scenografo, costumiste (l' italiana Gabriella Pescucci), coreografi di carnasciali e duelli. Gli attori recitano come se facessero Shakespeare e il computer ci pensa ad abbellirli, a invecchiarli, a motivare la loro fama di eroi. Zemeckis ne emerge trionfante come un super-Blasetti, con a disposizione una tastiera elettronica che avrebbe mandato in estasi il nostro Sandro se nel ' 38, quando i miracoli si facevano a mano (ricordate La corona di ferro?), fosse magicamente apparsa a Cinecittà.

Tullio Kezich

 
L'Unità, 16 novembre 2007
La leggenda computerizzata

Annunciato come una macchina spettacolare, con effetti mai visti prima, Beowulf si è poi rivelato per quello che è: un film al computer con alcuni passaggi mozzafiato, una costruzione molto classica e delle grettezze figurative che vanificano tanto sforzo. Il regista Robert Zemeckis ha ripreso la tecnica della performance capture (già utilizzata nel suo Polar Express) per arrivare ad un risultato che talvolta sfiora l'animazione da play station. In pratica gli attori recitano su sfondo neutro, vestiti di tutine e sensori che riproducono i movimenti. Tutto il contorno è ricreato dal computer. Che, per esempio, moltissimo può fare per i paesaggi ma poco quando ricrea scene con tanti personaggi umani (molti non replicanti attori veri) oppure con cavalli che zampettano goffamente come in un gioco da pc. E poi le evoluzioni durante i combattimenti non hanno la sostanza di una scena ripresa dal vero né la perfezione dell'intervento con gli effetti speciali tradizionali. Beowulf quindi combatte attaccato al mostro, volteggia all'indietro e finisce arrampicato su una trave ma sembra che ce lo abbia spostato qualcuno con il joystick. E pensare che la scena iniziale impressionava per la libertà di movimento della mdp, che in un piano sequenza passava dalla prospettiva orizzontale dove c'era una festa a quella dall'alto, seguiva dei personaggi per poi abbandonarli e pedinare un topo che camminava sulle travi, poi usciva fuori dalla finestra e attraversava un bosco per finire in una caverna.

Quanto alla storia, ambientata in Danimarca, è ricavata da una leggenda orale della tradizione anglosassone nata intorno al VI secolo a.C., tramandata con continue aggiunte e perdite da cantori sconosciuti e poi trascritta, dimentica e infine rilanciata da Tolkien come caposaldo della cultura. Visto che la trama presentava salti temporali e di senso, gli sceneggiatori hanno ricucito e impastato: Beowulf (Ray Winstone) è un eroe leggendario che soccorre il re Hrothgar (Antony Hopkins) e la giovane sposa (Robin Wright Penn) uccidendo il mostro Grendel. Diventa lui il signore, rispettato e onorato, anche se deve affrontare sia l'insidia della lussuria – la madre di Grendel (Angelina Jolie) è un mostro marino dalle stupende forme sensuali – sia quella del gigantesco drago. La costumista Gabriella Pescucci ha fatto il minimo indispensabile: il re Hopkins nel cuore dell'inverno danese gira con un lenzuolo alla romana che lo lascia quasi nudo. Nudo completo invece per Beowulf nel duello con Grendel. Il re e l'eroe mitico incarnano i caratteri del potere e del coraggio, che quando scende a patti con le tentazioni – una Jolie in nude look, "scoperta" solo di una pellicola d'oro – generano mostri. Fredde perchè poco espressive le facce degli attori/cloni: in alcune scene sono così definite da sembrare riprese dal vero, in altre, anche immediatamente successive, hanno le fattezze di Avatar su Second Life.

Pasquale Colizzi

 
Il Messaggero, 16 novembre 2007
Se il mostro ispira
orrore e pietà

Un poema nordico medievale amato e saccheggiato da Tolkien e da molti altri. Un regista pazzo. Due sceneggiatori sanguinari. Un'industria a caccia di immagini (e storie) per le nuove tecnologie. Una tecnica, inaugurata in Polar Express, che trasforma gli attori in docili cartoons (anche visivamente purtroppo: Robin Wright Penn e John Malkovich sono irriconoscibili, mentre Anthony Hopkins è il pupazzo di se stesso). Unite il tutto e avrete una pallida idea del cupo, violentissimo, sconcertante Beowulf di Zemeckis, l'uomo che in un altro (più sereno) millennio celebrò le nozze fra umani e cartoni in Roger Rabbit, e ora sforna pellicole mutanti per il rinascente mercato delle sale in 3 D.
Inedito è infatti il mix di azione sfrenata e di emozioni complesse escogitato dalla coppia Neil Gaiman e Roger Avary. Primo: il mostruoso gigante che l'eroe Beowulf affronta e uccide con efferata crudeltà è una specie di ragazzino deforme e scarnificato con muscoli e organi ben in vista, un'immagine vivente del dolore che suscita insieme orrore e pietà, anche se squarta con le sue manone unghiute i tagliagole di Beowulf. Un mostro che fa compassione è una cosa insolita e molto interessante, peccato che Zemeckis tiri il sasso e nasconda la mano per seguire la strada obbligata del fantasy. Ma siamo solo all'inizio.
Nessuno infatti è innocente, l'infelice gigante nasce dagli amori contronatura fra il re e un'altra creatura mostruosa (mostruosa e seducente, stavolta...), con tutti gli echi mitico-psicanalitici che la faccenda comporta. Non basta: lo spietato Beowulf è una specie di bounty killer vichingo, un fanfarone molto abile nel "vendersi" cantando le proprie gesta, non altrettanto a capire la lezione (nella scena più bella del film assiste, vecchio e stanco, a una pantomima che celebra le sue imprese giovanili). Infatti avrà la sua dose di colpa e di espiazione, altra cosa insolita per un film che sotto la superficie da super-videogame nasconde ben altre inquietudini (il Male è sempre figlio nostro, letteralmente). Lasciando molti spunti a metà, come il trapasso dal paganesimo al cristianesimo (siamo nel VI secolo d.C.), sintetizzato dal cortigiano Malkovich che nell'epilogo è un monaco con croce al collo. Insomma un film difficile da amare, che però spiazza, scuote, sfida tutte le nostre categorie. E a suo modo annuncia il cinema diverso e un po' "mostruoso", appunto, che sta nascendo dagli amori contronatura fra la Settima arte e il digitale.

(F. Fer.)

 
Il Giornale, 16 novembre 2007

Donne drago e uomini mostruosi
Ma la storia di Zemeckis fa dormire

Robert Zemeckis riappare dall'oblio in cui era caduto dopo il sonnolento Polar Express con La leggenda di Beowulf, testo del medioevo inglese che aveva studiato, senza amarlo, a scuola. Si sente che non l'ama nemmeno ora, solo che qualcuno deve pur fare film; e poiché il fantastico è di moda, il regista brioso di vent'anni fa è stato rimesso in pista. Ma solo per impantanarsi in questa leggenda a sfondo danese: un eroe (Ray Winstone) scalza un re (Anthony Hopkins), ne impalma la moglie (Robin Wright Penn), ma intanto ha amato la forma umana (Angelina Jolie) di un drago... Suicida l'idea di prendere tanti noti attori per modificarne lineamenti del volto e del corpo al computer. E il ritmo non è fatto per tener desti. Peccato: siamo ben al di sotto anche del non eccelso ciclo del Signore degli Anelli di Peter Jackson.

© Sipario 2011