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Le ferie di Licu
di Vittorio Moroni
con MD Moazzem Hossain Licu, Fancy Khanam, Giulia Di Quilio, Italia, 2007.
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La Repubblica, 11 maggio 2007
Il film di Vittorio Moroni, dal Bangladesh alla periferia
romana
"Le ferie di Licu" amarsi
da immigrati
Lontano per argomento e stile Le ferie di Licu ha
molte somiglianze con L'estate di mio fratello quanto
alle modalità distributive. E' un altro, analogo, esperimento
di auto-distribuzione e lancia, alla pari del film di Reggiani,
un messaggio di intraprendenza e fai-da-te che potrebbe diventare
un seme assai fertile tra i piccoli e i piccolissimi soggetti
del nostro cinema. Tra i quali potrebbero nascondersi i grandi
di domani, con il rischio però che nessuno se ne accorga
perché troppo strette sono le maglie della possibilità di
mostrare e dimostrare. Come ha ben denunciato la grande mobilitazione
del cinema italiano culminata nell'assemblea di lunedì scorso
a Roma.
La formula si chiama in questo caso "Myself" ma il
senso è esattamente lo stesso. L'unica differenza è che
Moroni è già alla sua seconda esperienza, e in
un certo senso è quindi anche depositario dell'invenzione,
avendo debuttato con le stesse modalità in Tu devi essere
il lupo. Le ferie di Licu è una brillante rivisitazione
del cinema-verità.
Un simpaticissimo ragazzo del Bangladesh si è ricavato
da immigrato a Roma la sua nicchia di integrazione. Anche se
non è senza difficoltà che riesce a spuntare
un periodo di ferie per fare ritorno in patria a conoscere
e sposare la ragazza prescelta dalla famiglia, e quindi fare
ritorno con lei che, pur felice del matrimonio, si troverà immersa
in una condizione di isolamento non proprio ideale. Leggera
ma non superficiale divagazione su grandi temi.
Paolo D’Agostini
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Il Tempo, 10 maggio 2007
Dal Bangladesh a Roma un omaggio al neorealismo
Delle persone che diventano personaggi. Ignorando la macchina da presa e
partecipando a un’azione in cui non recitano ma vivono: i loro casi,
i loro problemi, nei loro ambienti. Un esperimento che avrebbe approvato
Zavattini ai tempi del "suo" neoralismo. Vi fa ricorso oggi un
documentarista, Vittorio Moroni, apprezzato tempo fa anche per un suo film
di finzione, "Tu devi essere il lupo", tenendosi però questa
volta alla rappresentazione diretta del reale. Il Licu del titolo è un
giovane bengalese, interpretato da sé stesso, nome e cognome compresi
(MD Moazzes Hossain Licu) che, emigrato a Roma, vive onestamente facendo
di giorno il magazziniere in un laboratorio di tessuti e la sera il cassiere
in un negozio di alimentari. Un giorno dai suoi, rimasti in Bangladesh, riceve
la foto di una ragazza che gli destinano in moglie. Non l’ha mai incontrata,
ma l’uso è quello e parte subito per sposarla. Prima si imbatte
in qualche difficoltà perché i familiari della ragazza - che
si chiama Fancy Khanam, il suo vero nome - avanzano delle riserve pratiche
che non hanno niente da vedere con i possibili sentimenti dei due promessi
sposi, poi tutto si accomoda, le nozze si celebrano e Licu, che per quell’occasione,
ha ottenuto solo un mese di ferie, torna subito a Roma con Fancy, attesa
adesso non da una nuova vita, ma esattamente dalle stesse obbedienze prima
ai genitori ora al marito e così segregata e isolata che non può nemmeno
andare a studiare l’italiano dovendo uscire solo e sempre scortata
da Licu. Anche se attorno, ormai, ha un mondo, delle abitudini, una cultura
distanti anni luce da quelli in cui è stata allevata... Il ritratto
dal vivo di queste distanze. Obiettivamente, senza osservazioni negative,
senza polemiche, solo per mostrarle. E non, appunto, fatte mostrare da attori,
ma da quelli stessi che le accettano, sorpresi lì, dal principio alla
fine, nella loro quotidianità più autentica. Con colori dimessi
a Roma, nelle case, nelle strade, con colori accesi in Bangladesh a livello
di quei numerosi familiari della ragazza che non tardano a occupare le immagini,
anche di primo piano, a scapito di quella Fancy destinata solo a obbedire;
prima a loro, dopo al marito. Riuscendo però, nel finale, a far intuire
che in quell’unione voluta da antiche consuetudini riuscirà a
farsi comunque avanti anche l’amore. Come conseguenza naturale. Un
cinema insolito, un documento, una cronaca. Merita attenzione.
Gian Luigi Rondi
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