|
|
| |
| |
| ricerca per titolo |
| A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9 |
| |
|
| * Per leggere
la trama clicca sulla Locandina |
Lebanon
di Samuel Maoz
con Oshri Cohen, Michael Moshonov, Reymond Amsalem, Itay Tiran, Yoav Donat, Dudua Tasas
(Israele, 2009)
|
| |
Il Mattino, 24 ottobre 2009
Guerra e paura da Leone d’oro dentro un tank
Vincitore non a sorpresa del Leone d’oro a Venezia, «Lebanon» colpì subito i festivalieri per l’ambientazione claustrofobica. Il film di Samuel Maoz non ha infatti una tesi da sostenere, non è pro né contro il proprio paese (Israele) e vuole soprattutto ricreare il diapason di paura e angoscia connaturato alle azioni belliche. Le prime ore della guerra in Libano del giugno ’82 sono rievocate dall’angusta prospettiva del quartetto d’inesperte reclute intrappolate in un tank israeliano, al cui interno si svolge tutto il film (salvo la prima e l’ultima inquadratura): ai primi piani dei soldati si aggiunge il campo di battaglia ripreso dall’obiettivo inserito nel mirino mobile, una trovata non nuovissima, ma certo iperrealistica anche perché da un certo punto in poi la lente si ritrova crepata per colpa di un razzo nemico. Ne consegue una visione faticosa per le infinite giravolte della macchina da presa incollata ai volti di tutti i personaggi, dai carristi sporchi e stravolti ai brutali falangisti, dai terroristi arabi ai civili terrorizzati, nonché per il rumore assordante di ferraglia che si mischia a quello altrettanto spaventoso delle azioni belliche. Al regista non interessano la riflessione sul conflitto e la graduatoria fra le disgrazie umane, quella che vuole sviscerare è la condizione di chi non è pronto a uccidere o morire e aspira solo a tornare a casa: tra i dettagli di volta in volta macabri, sanguinari, estetizzanti, melodrammatici, il ricordo va a certa efficace serie B americana piuttosto che ai classici d’autore pacifisti.
v.ca.
|
| |
Il Giornale, 25 ottobre 2009
Anche i carristi hanno tanta paura
Leone d’oro alla Mostra di Venezia 2009, Lebanon è - come Valzer con Bachir, presentato al Festival di Cannes 2008 - una revisione dell’occupazione del Libano nel 1982. Potrebbe essere teatro filmato. Invece, per la bravura di Maoz, è un vero film e dà vera angoscia. Realmente carrista allora, il regista ha avuto miglior sorte che i suoi personaggi, militari di leva non all’altezza del loro nuovo mestiere: ammazzare chi potrebbe ammazzarli. E anche chi è soltanto nei paraggi, quando alla paura subentra il terrore.
Voto: 7/8
MC
|
| |
Corriere della Sera, 23 ottobre 2009
Nella «pancia» di un carro armato
Straordinaria sofferta opera «prima» di Samuel Maoz che parte come Valzer con Bashir da un dato autobiografico. Il film vincitore a Venezia c’è, l’inferno buio della guerra vissuto claustrofobico all’interno della «pancia» del carro armato dove sono asserragliati quattro militari israeliani, guerra in Libano 82. Come in Belva di guerra di Reynolds, si producono laceranti ferite anche morali: occhio nel mirino, sperduti nel buio, rimossi e contagi arrivano intatti, la realtà fuori non esiste più.
Voto: 8
Maurizio Porro
|
| |
Il Messaggero, 24 ottobre 2009
Un carroarmato da Leone d’Oro
Ci voleva un leone d’oro per segnalare a dovere l’onda montante del cinema israeliano. Sottolineando le linee guida del lavoro di una nuova generazione di registi, fra cui la guerra occupa un posto di riguardo. Ambientato tutto all’interno di un carroarmato salvo due fulminanti inquadrature, "Lebanon" di Samuel Maoz è quasi la prosecuzione con altri mezzi di "Valzer con Bashir", il capolavoro di Ari Folman che ha cambiato la storia del cinema di guerra e d’animazione. Anche qui siamo in Libano nel maledetto 1982, anche Maoz attinge a terribili ricordi personali che è riuscito ad affrontare solo vent’anni più tardi. Al posto di Sabra e Chatila però c’è una “banale” missione di guerra. Mentre al filtro dei disegni animati corrisponde la scelta stilistica di non uscire mai dal blindato (dice un motto all’interno del mezzo: “L’uomo è d’acciaio, il carrarmato solo ferraglia”). Anche l’esterno viene dunque visto solo attraverso l’occhio gelido del mirino, implacabilmente lontano ma anche orribilmente vicino all’inferno là fuori.
Si pensa ai film di sommergibili di una volta, ma è un attimo. E se uscendo dalla sala è facile razionalizzare, perché in fondo ogni film bellico parla di orrori senza nome, di conflitti di potere, di crimini di guerra, Lebanon riesce a fondere con grande forza due piste. Quella “umana”, accentuata dalla claustrofobia di fondo (il soldato che si ribella, il comandante che usa le proibitissime bombe al fosforo, il falangista cristiano che entra nell’abitacolo e descrive al prigioniero siriano, in arabo, le torture che lo aspettano il giorno dopo, etc.). E quella più propriamente di guerra, con nefandezze ai danni dei civili che gettano una luce sempre più sinistra sul groviglio della guerra israelo-libanese.
Anche se poi la scena più toccante del film è quella in cui un carrista rievoca un episodio della sua infanzia mescolando sesso e morte, l’eccitazione della prima volta e il giorno in cui perse suo padre. E lo fa usando solo parole.
Fabio Ferzetti
|
|