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La zona
di
Rodrigo Plá
con Daniel Giménez Cacho, Maribel Verdú, Carlos Bardem, Daniel
Tovar (Messico-Spagna, 2007)
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Il Giornale, 4 aprile 2008
Nella guerra tra vip e poveracci alla fine vince
solo la retorica
A qualcuno farà forse venire in mente il Muro di
Padova, l'immaginaria Zona di Città del Messico,
il quartiere del centro riservato ai vip, protetto da alte
pareti e da guardie giurate ben armate. Qui penetrano una
sera tre giovanissimi balordi, provenienti dalle favelas
della periferia, e subito in fuga precipitosa dopo la bastonata
in testa, fatale all'anziana donna che li ha colti sul
fatto. Due vengono finiti a pistolettate e nascosti nella
spazzatura dai residenti, uno dei quali, un anziano piuttosto
rincoglionito, ammazza per sbaglio un vigilante: pazienza,
si è ucciso (!), diventa la versione ufficiale.
Il terzo, Miguel, si nasconde nella cantina del coetaneo
Alejandro. Lo dico o non lo dico a papà Daniel,
sobillato dal superduro Gerardo? La polizia accorre con
un unico obbiettivo: incassare la mazzetta, presumibilmente
più sostanziosa del solito, dai paperoni, che per
dare una patente di democrazia alle proprie concitate reazioni,
si riuniscono in assemblea, scontato prologo dell'isteria
collettiva.
Un dramma pseudopoliziesco, con riprese e recitazione artigianali,
firmato dall'uruguayano di nascita e messicano d'adozione
Rodrigo Plà, delirante, anche se carico di forzata
tensione, una violentissima (certe scene sono a dir poco
agghiaccianti) storia di prepotenza e corruzione, in cui
la Zona, inaccessibile ai diseredati e involontaria prigione
dei ricchi, si trasforma in metafora della società più incivile.
Premio Opera prima Luigi De Laurentiis a Venezia 2007,
dove è stato presentato alle Giornate degli autori.
Chissà se verrà finalmente il giorno, in
cui verrà assegnato anche il Premio Opera ultima,
al regista che sia pronto a giurare: basta, questo è il
mio ultimo film.
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L'Unità, 3 aprile 2008
Scene di caccia di classe
Cadono muri "ideologici" perchè se ne
costruiscono di nuovi, "sociali ed economici".
Ciò che non può la politica possono i soldi.
Ci si protegge da immigrati clandestini (come alla frontiera
Usa-Messico), da vicini vessati, poveri e disperati che
ti vorrebbero morto (palestinesi e israeliani) o da estranei
che attentano al tuo benessere senza che lo Stato riesca
a proteggerti. E' già realtà (magari addirittura
superata) lo scenario riprodotto ne La zona, esordio del
40enne Rodrigo Plà, uruguagio ma messicano di adozione,
premiato col Leone del futuro quest'anno a Venezia. Nelle
metropoli brasiliane i ricchi si spostano in elicottero,
atterrando sui grattacieli, tanto è pericoloso circolare
per strada. A Città del Messico, che Prà non
cita esplicitamente, ci sono cittadini ricchi che si consorziano
per difendersi dai miasmi soprattutto umani delle favelas
intorno. Così recintano un perimetro che include
tutte le loro ville e pagano dei sorveglianti privati.
Dentro sembra Beverly Hills, fuori è sempre America
Latina. Ma se il pericolo riesce a penetrare provoca l'effetto
di un'ape in una stanza chiusa: la protezione diventa gabbia.
E' quello che accade una sera di pioggia: tre ragazzi
riescono a superare la recinzione della "zona",
rapinano una villa ma fanno fuori la proprietaria spuntata
all'improvviso pistola alla mano. Due vengono freddati
mentre fuggono, un terzo si dilegua. Inizia la caccia all'uomo
mentre i cadaveri vengono trattati come rifiuti (nemmeno
speciali). L'assemblea dei cittadini decide di depistare
la polizia (che si può sempre comprare) nonostante
un poliziotto testardo abbia capito tutto. E' in gioco
la loro specie di "extraterritorialità",
il privilegio di tenersi fuori dal paese reale e di farsi
giustizia da soli. Il fuggiasco intanto finisce in casa
di uno a capo delle ronde. Il figlio Alejandro (Daniel
Tovar) lo trova, vede che è un suo coetaneo, spaventato
e disarmato, e si chiede se e come aiutarlo.
Scene di caccia in Bassa Baviera verrebbe da dire. Gente
distinta e per bene costretta al confronto con l'estraneo,
a sporcarsi seguendolo anche nelle fogne. La storia, prima
pubblicata e poi sceneggiata dalla moglie del regista,
Laura Santullo, non è la fantascienza de I figli
degli uomini. Non ci sono più nazioni ricche che
si difendono dall'assalto delle nazioni povere ma sacche
di povertà e disperazione a pochi passi dalle sedi
di multinazionali. Lo script fa scelte equilibrate, la
Santullo non si lascia mai andare a prese di posizione
troppo nette e media persino nel finale. Misurato e attentissimo,
con un grande occhio (vedi la scena iniziale, elegiaca
presentazione di "quel" mondo, con scheletro
nell'armadio), Prà promette bene come la generazione
di talenti messicani che lo hanno preceduto (a Hollywood).
Dal citato Cuaròn a Del Toro e Inarritu, la new
wave latina si è imposta per lo sguardo spietato,
modernamente neorealista rispetto alla situazione della
loro terra. Il cast, esatto nel complesso, è partecipato
da alcuni spagnoli, come coproduzione pretende.
Pasquale Colizzi
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Corriere della Sera, 4 aprile 2008
L' eden dietro il paravento
Si può vivere dietro a un muro ignorando ciò che
si svolge al di là? È questa la domanda che
pone il film messicano-spagnolo La zona. Da un racconto
della sceneggiatrice Laura Santullo, l' esordiente Rodrigo
Plá (un quarantenne uruguayano che vive a Città del
Messico) inventa una zona residenziale circondata da un'
alta muraglia con tanto di filo spinato in cima. Controllato
giorno e notte da una centrale video, questo eden superprotetto
si fonda su un regolamento condominiale che stabilisce
l' autonomia dai poteri esterni: neppure la polizia può entrare
senza un mandato; e in un accostamento paradossale, appena
oltre i cancelli grida vendetta il più degradato
dei quartieri suburbani. Volendo trovare qualcosa di simile
in casa nostra il riferimento inevitabile è alla
Padova dei muri, così chiamata dopo che nell' agosto
2006 fu eretto in via Anelli un muraglione in ferro lungo
quasi cento metri come difesa da un nido sovraffollato
di immigrati e gestito dalla malavita. Da allora altri
più blandi baluardi (pannelli, reti metalliche,
sbarre) sono sorti qua e là creando per la città una
immeritata reputazione di segregazionismo razzista. A commento
dei fatti Giuseppe D' Avanzo, convinto che i muri padovani
sono solo un placebo per chi è angosciato dalla
paura, ha scritto: «Un muro offre la possibilità si
sentirsi al sicuro, di immaginarlo almeno. Tutto sommato,
di autoingannarsi ». Questa lucida analisi si applica
perfettamente a La zona, dove il fenomeno appare pantografato
nelle dimensioni di una terrificante metafora forse ispirata
dal Buñuel claustrofobico di L' angelo sterminatore.
Accade che durante un temporale crolla un tabellone aprendo
una breccia nella quale, approfittando del blackout, si
infilano tre ragazzi di vita alla Pasolini. Anche la luce
che si spegne, punteggiando le fasi più drammatiche
del film, assume un significato metaforico alludendo agli
spegnimenti delle coscienze. Nel tentativo di rapinare
una villa, i tre ladruncoli in preda all' alcol ammazzano
la proprietaria. Donde un convulso inseguimento in cui
due dei malcapitati restano uccisi; e muore anche un sorvegliante,
colpito per sbaglio da un residente. Si decide di non far
entrare le forze dell' ordine e scatta l' omertà:
in una riunione dei condomini in cui solo uno, subito guardato
come un appestato, si dichiara contrario a far sparire
i cadaveri nei cassonetti dell' immondizia e dichiarare
che il guardiano è morto suicida o infartato. Intanto
l' adolescente Miguel, il più giovane e meno colpevole
degli incursori, si è nascosto nella cantina di
una villa dov' è scoperto dal coetaneo Alejandro,
il figlio del proprietario, che decide di aiutarlo a eludere
la caccia all' uomo scatenatasi nel frattempo. Sembra che
la faccenda si avvii a un chiarimento con l' entrata in
scena di un investigatore, ma causa i suoi precedenti di
sbirro manesco e ricattabile il volonteroso sbirro deve
smorzare gli ardori. Ne consegue qualcosa di tremendo coinvolgente
l' intera comunità, con Alejandro che assiste terrorizzato
e impotente. Poche volte si è visto un film di un
pessimismo tanto radicale, in quanto tutti i personaggi
hanno motivazioni buone o cattive per adottare comportamenti
sempre più aberranti. Il mondo, insomma, è dominato
dall' avidità e non esiste nessun santo al quale
appellarsi. Benché il prezzo dello squilibrio sociale
sia pagato soprattutto dai miserabili, neppure i privilegiati
possono sottrarsi ai rischi nonostante i marchingegni predisposti
a loro difesa. Premiato a Toronto e applaudito in altri
festival, La zona lancia con Rodrigo Plá una nuova
promettente firma della regia e rappresenta un invito,
per chi ama il cinema, a riscoprire che la Decima Musa
non abita soltanto a Hollywood.
Tullio Kezich
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Il Messaggero, 4 aprile 2008
Attenti a entrare
in quella "Zona"
Messico e nuvoloni. Così neri da scaricare una
tempesta che rompe accidentalmente le barriere di un quartiere
per ricchi. Tre giovani ladruncoli vi penetrano per rubare
qualcosa nel giardino dell'Eden artificiale. Troveranno
ad attenderli una tragedia annunciata e parecchio piombo.
Due moriranno e uno scapperà all'interno dell'area
protetta. Comincerà una caccia all'uomo senza pietà.
La zona di Rodrigo Plà è un agghiacciante
thriller sociale ambientato in una giungla cupa dove l'altra
parte dell'America somiglia in peggio all'America stessa.
L'esasperata lotta di classe (rifiutata blandamente da
giovani e donne) diventa guerriglia urbana. Notevole esordio
di Plà per un Angelo sterminatore al contrario dove
i messicani ricchi, felici di vivere in un'autosegregazione
dorata, sono pronti a far fuori i corpi estranei che violano
i confini. Presentato alle Giornate degli autori ha vinto
il premio "Luigi De Laurentiis" per la Migliore
Opera Prima della Mostra di Venezia 2007. Da brividi Carlos
Bardem - fratello del Premio Oscar Javier - nel ruolo del
più spietato abitante de La zona. Il Charles Bronson
de Il giustiziere della notte, rispetto a lui, è un
convinto garantista. Ennesimo film messicano degli ultimi
anni che racconta un paese senza Dio e umanità.
Francesco Alò
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Il Tempo, 2 aprile 2008
In ogni città ci sono ricchi e poveri. E in ogni
città ci sono quartieri in cui vivono i ricchi e
quartieri in cui vivono i poveri. Il film di oggi, dell'esordiente
messicano Rodrigo Plá, ci dice che a Città del
Messico c'è un comprensorio di ville, detto "la
zona", i cui residenti, tutti personaggi di spicco,
hanno addirittura ottenuto dalla autorità uno statuto
speciale che consento loro di gestirsi con leggi proprie,
quasi una città nella città, protetti tutto
intorno da un alto muro sorvegliato elettricamente e difeso
da guardie armate fino ai denti.
Ora si dà il caso che una notte temporale, sospesa
per un certo tempo l'erogazione della energia elettrica,
tre ragazzi dei quartieri poveri riescano a penetrare indisturbati
nella "zona" per compiervi qualche furto. Involontariamente,
però, uccidono una donna anziana che pensavano solo
di derubare e due di loro finiscono sotto i colpi dei residenti
e delle guardie subito intervenuti in armi.
Il terzo, il più giovane, cercherà di nascondersi
nella cantina di una delle ville e, a un certo momento,
un suo coetaneo, appartenente a una famiglia lì residente,
tenta di venirgli in aiuto, comprendendo presto, a differenza
dei suoi pari, che non si tratta affatto di un assassino.
Ma è il solo a pensarla così e la sorte dell'altro è segnata...
Rodrigo Plá che, per questa sua opera prima, ha
avuto anche un premio, meritatissimo, alla Mostra di Venezia
l'estate scorsa, senza far polemiche, unicamente con obiettività e,
in qualche passaggio, persino con freddezza, ci ha tracciato
il ritratto corale dell'egoismo e, a un certo momento,
persino del cinismo, con cui un gruppo di persone che hanno
tutto è disposto persino al linciaggio per tutelare
i propri privilegi. Accompagnandovi in mezzo il caso del
ragazzo che, con generosità, tenta di difendere
l'intruso e anche, non proprio di sfondo, quello di un
poliziotto che, scoperto il caso, vorrebbe riportare lì ordine
e giustizia subito bloccato, però, da superiori
corrotti pronti a rispettare, lasciandosi coinvolgere,
il potere e la ricchezza dei residenti della "zona".
Realismo duro, psicologie, da una parte e dall'altra, costruite
e poi sviluppate con tratti forti, pur nell'ambito di una
coralità che finisce per proporsi in climi aspramente
negativi. Senza luci, senza pause, lasciando unicamente
vincere il male, pur sfumandone molti aspetti. Per privilegiare,
come nel finale, anche il sospeso e l'alluso.
Una prova felice del cinema messicano di oggi.
Gian Luigi Rondi
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