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Vita segreta delle api (La)
di Gina Prince-Bythewood
con Dakota Fanning, Queen Latifah, Alicia Keys, Jennifer Hudson, Sophie Okonedo, Paul Bettany
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Il Giornale, 17 aprile 2009
Troppe lacrime nell'Americaa ultrarazzista degli anni '60
I fazzoletti? Troppo poco. Le signore dalla lacrima facile è meglio che si portino da casa un lenzuolo: a una piazza dovrebbe bastare, salvo i casi più ostinati. Si piange che è una bellezza guardando il ruffianissimo La vita segreta delle api, che, se non altro, non è un barboso documentario animalista. Il film è tratto da un romanzo, scritto da una donna, Sue Monk Kidd, è stato sceneggiato e diretto da un’altra donna, Gina Prince-Bythewood, e prodotto, manco a dirlo, da una terza rappresentante del gentil sesso. E i protagonisti sono tutte protagoniste, con poco spazio agli uomini, tra i quali, guarda caso, spiccano mascalzoni, falliti e idioti. La storia si svolge nel 1964, in un South Carolina ultrarazzista. La quattordicenne Lily Owens (Dakota Fanning) è scappata con la fedele colf di colore Rosaleen (Jennifer Hudson) dalle grinfie del livoroso e tirannico papà vedovo T. Ray (Paul Bettany), primo farabutto della lista maschile. La ragazzina, che si porta dentro un inguaribile senso di colpa per aver causato involontariamente la morte della madre, si rifugia nella vicina Tiburon, nella fattoria della famiglia nera Boatwright. Qui regna la saggia e ospitale matriarca August (Queen Latifah) e le sue sorelle, anch’esse col nome di un mese, la spigolosa violoncellista June (Alicia Keys) e la depressa, infantile May (Sophie Okonedo), che aveva una gemella, July, prematuramente defunta. Di September, October e November non c’è traccia. Lily impara l’arte dell’apicoltura sotto la guida amorevole di August, e intanto sul film si addensano fosche nubi con disgrazie a catena, procacciatrici dell’inarrestabile ondata di lucciconi in platea. Eccellente l’ambientazione, niente da dire; bravi gli attori, compresa Dakota Fanning, finalmente uscita dall’irritante cliché di smorfiosa bambina prodigio. Insomma sarebbe quasi un buon film, penalizzato purtroppo da quell’insistita voglia di piangere. Più che tenerezza provoca l’orticaria.
voto: 5
Massimo Bertarelli
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Corriere della Sera, 17 aprile 2009
Dakota Fanning in fuga con la tata
Certamente c'è molto sapore di miele nel film della Prince Bythewood tratto dal bestseller Mondadori di Monk Kidd, ma la confezione ancien régime sentimentale regge e il coro di donne bianco-nero produce effetti. Siamo nell'America del buio oltre la siepe, i '60 post kennedyani e una ragazzina, sconvolta dalla morte della madre, fugge con la tata nera, saggia e buona, in South Carolina dove un gruppo di donne nere alleva api e gusta sapore di miele e diritti civili. Acuti recitativi di Queen Latifah (la grande mama Morton di Chicago) e di una Dakota Fanning matura, simile a Jodie Foster, assai meno molesta della bimba prodigio che era: si chiede per tutto il film se è stata colpa di mammà o papà, forse entrambi. Ricordi autobiografici, complessi, rimorsi, chiacchiere, leggende di black Madonne: please, 10 cucchiai di zucchero, sicuri che domani è un altro giorno.
VOTO: 6,5
Maurizio Porro
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Il Messaggero, 17 aprile 2009
Tre tate di colore
per una bella fiaba
Una ragazzina bianca fugge con la tata nera da un padre manesco e crudele nella Carolina del Sud del 1964 e scopre, nell’ordine: il mondo, il rispetto, le api, il miele, il ballo, la cultura, il divertimento, l’amore. Oltre al ricordo struggente della madre perduta tragicamente da piccola. Tutto grazie a una stramba famiglia formata da tre sorelle di colore che portano ognuna il nome di un mese (May, June, August) e vivono allevando api in una casa rosa confetto molto meno assurda di quanto sembri. Tratto dal best-seller di Sue Monk Kidd, dominato da un gruppo di attrici formidabili e da una regia in miracoloso equilibrio tra fantasia e realtà storica, consolazione e crudezza, La vita segreta delle api è una fiaba che porta impresso su ogni fotogramma gli odori e i colori forti del Sud. Ma anche l’eco di una stagione terribile (le leggi per l’integrazione razziale appena varate dal presidente Johnson erano lettera morta da quelle parti, il film lo ricorda con durezza). Non dite che è mieloso, il miele è nel titolo. Non scambiate per furbizia l’alternanza di registri. Il film parla ai sensi prima che alla mente, nostri e della protagonista. E malgrado qualche scivolata sul fronte drammatico, scioglie un inno ai piaceri della convivenza fra culture diverse non solo convincente, ma adatto anche a un pubblico di giovanissimi.
Fabio Ferzetti
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