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La Vie
en Rose
regia di Olivier Dahan
con Marion Cotillard, Pascal Greggory, Sylvie Testud
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La Stampa, 11 maggio 2007
"La
vie en rose"
disperatamente Piaf
Dall'infanzia miserabile ai trionfi e alla morte prematura
l'attrice in una interpretazione da storia del cinema della
cantante francese
Edith Gassion detta Piaf (il Passerotto), nata a Parigi nel
'15, morta in Costa Azzurra nel '63, era già stata incarnata
sullo schermo da Evelyne Bouix in Edith et Marcel (1983), un
film di Claude Lelouch inedito in Italia dedicato allo sfortunato
amore della cantante per il pugile Cerdan. La vie en rose di
Olivier Dahan allarga il quadro all'intero arco dell'esistenza
di Edith, dalla prima infanzia miserabile alla scoperta del
proprio talento, dai trionfi successivi alla morte prematura.
L'onere di seguire il personaggio nelle sue molteplici trasformazioni
di età (eccetto la bimba e la ragazzina felicemente
utilizzate l'una dopo l'altra nella parte iniziale) è caduto
sulle spalle di Marion Cotillard, che fornisce una prestazione
degna di entrare nella storia del cinema. La voce ovviamente è quella
della Piaf, ma l'attrice se ne appropria senza sforzo in una
chiave insieme personale e rispettosa del modello.
Ciò detto, non tutto nel film funziona a questo stesso
grado di eccellenza. Rifiutando l'ordine cronologico Dahan
percorre avanti e indietro gli eventi della biografia puntando
alla suggestione più che alla completezza, con risultati
discontinui. Molti fatti anche notissimi riguardanti Edith
(vedi l'amore per Yves Montand, che lei lanciò nel mondo
della canzone) non figurano proprio, mentre altri sono ampiamente
rappresentati in un'alternanza di momenti riusciti e altri
meno. Pure qui particolare attenzione è dedicata al
capitolo Cerdan, che com'è risaputo morì in un
incidente aereo proprio nel pieno della sua romantica relazione
con la Piaf. Lo interpreta il prestante Jean-Pierre Martins
in un cast che risulta tutto adeguato: dal carismatico Gerard
Dépardieu, che impersona da par suo il primo scopritore
della Piaf misteriosamente assassinato, a Emmanuelle Seigner
prostituta di buon cuore; da Jean-Paul Rouve padre snaturato
e Clotilde Coureau (consorte nella vita di Emanuele Filiberto
di Savoia) nel difficile cammeo di madre squilibrata.
Autore del poco memorabile I fiumi di porpora 2, Dahan si dimostra
qui un regista da tenere d'occhio per il modo in cui, utilizzando
al meglio scene e costumi, sposa spettacolo all'americana e
cinema francese classico (come non ricordare Jean Renoir?).
Inutile aggiungere che la colonna musicale è un godimento
continuo.
Alessandra Levantesi
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L'Espresso, 11 maggio 2007
Piccola Piaf
Il film di Olivier Dahan appesantisce ulteriormente il mondo
manierato, stucchevole e patetico che nella realtà si
muoeva intorno alla canatante francese
Già il mondo spettacolare che nella realtà si
muoveva intorno alla cantante francese de 'La vie en rose',
'Je ne regrette rien', 'Milord' era manierato, stucchevole,
patetico: il cognome d' arte (anziché Gassion, Piaf,
passerotto), i soprannomi (môme, marmocchia, o 'la nana
nera'), la povertà d'origine, l'abito di scena sempre
nero con le maniche lunghe, le stravaganze, l'appetito di uomini
belli (Yves Montand, Marcel Cerdan), l'artrosi, la voce roca
bellissima, la morte precoce nel 1963, a 48 anni.
'La vie en rose' di Olivier Dahan accentua e appesantisce tutto
con l'inevitabile concretezza e l'evitabile stereotipia del
cinema. Infanzia e adolescenza trasformano l'eroina in un Oliver
Twist, una Cosetta dei 'Miserabili' in laceri panni ottocenteschi
anziché con abiti 1925-35.
Il successo in un bistrot, sostenuto da Gérard Depardieu, è fulmineo,
immenso, sempre crescente. La voce forte e profonda contrasta
con il piccolo corpo dalle ossa fragili. La casa di Parigi è una
specie di sacrario borghese difficile da sopportare. L'amore
per Cerdan è ossessivo, nonostante sia stato presto
dimenticato.
Neanche una parola sull'ultimo marito Théo Sarapo, sul
lavoro in palcoscenico su testi teatrali scritti per lei da
Jean Cocteau e Marcel Achard, sulla leggenda avventurosa della
sua morte (scomparsa forse in Costa Azzurra, venne trasportata
clandestinamente a Parigi: soltanto lì poteva morire).
Per fortuna le belle canzoni sono mixate bene e la protagonista
Marion Cotillard ha fatto un bel lavoro: non somiglia a Edith
Piaf, ma va sempre meglio di Maria Callas-Fanny Ardant in 'Callas
Forever' di Zeffirelli, di Edda Ciano-Silvia Mangano ne 'Il
processo di Verona' di Lizzani.
Lietta Tornabuoni
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Corriere della Sera, 11 maggio
2007
Straordinaria Edith Piaf ma a volte manca il metodo
Rosa proprio per niente. La vita di Edith Piaf, la femme fatale
della canzone francese, amica di Montand e Aznavour, fu maledetta
nel modo biografico classico degli artisti e il regista Olivier
Dahan non fa sconti, anche quando parla dell' infanzia trascorsa
in parte tra le affettuose ospiti di un bordello, genere Maupassant-Balzac.
E poi la scoperta e il trionfo e la consueta autodistruzione
specie dopo la morte dell' amato campione di boxe Cerdan. Nulla
si crea e nulla si distrugge nel film che mescola i piani temporali,
non sempre con un metodo, e lascia spiare soprattutto la solitudine
della cantante, resa con straordinaria aderenza psicosomatica
da Marion Cotillard, eroina di ore e ore di trucco giornaliero.
E se il film ci serve per un tuffo nei ricordi di un mondo
dello spettacolo ben diverso da oggi, è la colonna sonora,
voce vera della Piaf, che diventa cult, ci dà la spinta,
resta memorabile. VOTO: 6,5
Maurizio Porro
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Corriere della Sera, 4 maggio
2007
La Cotillard e Depardieu interpreti di una storia non priva
di difetti
Edith Piaf, la parabola di una poetessa ruspante
«Quand il me prend dans ses bras / Qu' il me parle tout
bas / Je vois la vie en rose...». Nel dopoguerra la cantavamo
tutti, in francese, in italiano e non di rado parodiandola.
Ricordo che nei bar milanesi di Brera, dopo le elezioni del
' 48 disastrose per i socialcomunisti, circolava una variante: «Sono
andati a quel paese / il Fronte popolar / De Vita e Titta Rosa...» con
riferimento ai due noti esponenti dell' intellettualità sinistrorsa.
Questo per dire come all' epoca la voce di Edith Piaf, che
oggi ci incanta per l' ennesima volta nel film La vie en rose,
era entrata nella quotidianità: accompagnatrice, consolatrice,
suggeritrice. Nel suo affascinante collage biografico il regista
Olivier Dahan, privilegiando i tormenti e le estasi della «Mome» (la
chiamavano così, la marmocchia), trascura un po' il
fatto che le parole di La vie en rose (come quelle di altre
canzoni) Edith se le scrisse da sola: era dunque una poetessa,
sia pure di formazione ruspante (vedi la raccolta «L'
Hymne à l' amour» della Livre de Poche). E forse
bisognava dare qualche risalto a quella che Marc Robine nel
suo libretto Il était une fois la chanson française
(Fayard) chiama «la nebulosa Piaf», cioè il
fertile contesto in cui la diva si impose come centro motore
di straordinarie energie creative, non solo artisti come Gilbert
Bécaud, Yves Montand, Charles Aznavour, Francis Lemarque,
ma anche parolieri, compositori, produttori musicali. In cambio
il film, con accattivante grazia, inserisce la parabola di
Edith nella tradizione della grande letteratura. Come non ricordare
Victor Hugo nelle scene miserabili di strada della sua infanzia?
E Maupassant, in quella specie di «Maison Tellier» normanna
dove la bambina viene mandata a crescere fra le brave pensionanti
di un casino? E Zola, in un' adolescenza contrassegnata dalla
brutalità e dall' assenzio? C' è perfino un tocco
di Mauriac nel pellegrinaggio alla tomba di santa Teresa di
Lisieux, di Simenon nell' assassinio misterioso del primo scopritore
(tanto di cappello a Gérard Depardieu, attore grande
anche quando la parte è piccola). Ovviamente il pensiero
va alla tradizione cinematografica, al Jean Renoir di La grande
illusione: di cui si ritrova in altra chiave l' emozione che
suscita «La Marsigliese», qui intonata dalla bimba
per strappare l' obolo allo scarso pubblico del papà saltimbanco.
La parabola umana è rievocata in un artistico disordine
che salva il film dalla banalità della biografia con
il personaggio che passa nel tempo. Marion Cotillard entra
in scena con lo svenimento sul palco newyorkese del ' 59 per
poi riapparire giovanissima in corsa su per le antiche scale
di Montmartre, decrepita e tremolante nell' ultimo esilio di
Grasse nel ' 63, palpitante d' amore fra le braccia dello sventurato
pugile Marcel Cerdan e via mescolando epoche, situazioni e
volti in una rapsodia atemporale suggestiva benché confusa.
Al di là di ogni elogio l' eroica prova di Marion, il
cui strepitoso risultato non si deve soltanto alle sei ore
giornaliere di manipolazioni facciali perché il segreto
della recitazione sta nell' occhio, che non si trucca, e nell'
arte di muovere le mani. Sicché l' interprete esce vincente
dalla sfida di accompagnare il playback con la mimica e lo
sguardo; e a questo proposito va segnalato il paradossale felicissimo
colpo di regia per cui il primo trionfo della Piaf è raccontato
togliendo la voce della cantante e contrappuntandone le espressioni
con quelle del pubblico ormai conquistato una volta per tutte.
Tra altri difetti, che non mancano, La vie en rose ha quello
del congedo lento. Il finale si trascina a lungo introducendo
fra altri insistiti tocchi sentimentali il particolare della
figlioletta morta precocemente che a quel punto è superfluo.
Era meglio arrivare prima a «Non, je ne regrette rien»,
una canzone che esprime il senso di una vita.LA VIE EN ROSE
Regia di Olivier Dahan Con Marion Cotillard, Sylvie Testud,
Pascal Greggory, Emmanuelle Seigner, Gérard Depardieu
Tullio Kezich
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Il Tempo, 7 maggio 2007
Amori
fatali per l’usignolo di FranciaI tormenti
e le passioni di Edith Piaf ne «La vie en rose» diretto
da Olivier Dahan
Basta il titolo a dirci che si tratta di Edith Piaf. Ce ne
propone il ritratto un regista e sceneggiatore francese non
proprio di chiara fama, Olivier Dahan che, almeno nelle intenzioni,
ha pensato di voler evitare gli schemi soliti delle biografie
cinematografiche alternando fra loro, non sempre in ordine
cronologico, gli episodi più salienti della vita della
cantante. Pur seguendo un percorso narrativo che, in definitiva,
ce ne propone prima l’alba poi il tramonto, dopo i molti,
grandissimi successi non solo in Francia. C’è,
perciò, l’infanzia misera, con una madre cantante
di strada, la solitudine perché cresciuta in un bordello,
il ritorno in strada con un padre saltimbanco, l’approdo
fra le «luci rosse» di Pigalle con un ruffiano
alle spalle, un primo passaggio dalla strada al cabaret, però bloccato
da una falsa accusa di omicidio e finalmente, via via, le varie
tappe dell’ascesa: il primo fortunato incontro con un
impresario che ne capirà il talento e la lancerà,
l’affiancamento di un manager fedele e molto abile, l’amore
fatale per il pugile Marcel Cerdan. Quindi, dopo la sua morte
in un incidente aereo, i malanni, l’alcool, la droga,
con il mesto e funebre approssimarsi della morte. Il merito
di questa esposizione, non del tutto cronologica perché dissemina
spesso di citazioni di vari episodi accaduti in precedenza,
sta nell’aver costruito fatti e personaggi soprattutto
in funzione delle conseguenze, psicologiche e drammatiche,
che avevano sul personaggio della protagonista, tralasciato
molti elementi di contorno, anche alle varie epoche attraversate,
soprattutto espresse con date di sovrimpressione. Questo però non
ha impedito un certo disordine nel racconto, ora prolisso,
ora troppo sintetico, ora, in qualche risvolto, non sempre
chiaro. Riscattato in parte, comunque, da una regia che, tutta
stretta attorno alla figura della protagonista, la immerge,
specie agli esordi, in immagini spesso buie e perfino desolate,
riservandole però delle «scene madri» come
la disperazione per la morte di Cerdan, e quelle che ci consentono
di ascoltare e di apprezzare di nuovo dal vivo le canzoni più affascinanti
del repertorio di Edith Piaf dato che l’attrice cui è stato
chiesto di interpretarla, Marion Cotillard, si limita a mimarne
le espressioni mentre irrompe nella colonna sonora la vera
voce della cantante. Riuscendo peraltro, a margine di questo
esercizio, a ricreare poi sempre con accenti giusti, ora aggressivi
ora straziati, la figura cui doveva dar vita qua e là anche
con una certa somiglianza fisica. Affiancata, con dignità,
da Gérard Depardieu, il primo impresario, Pascal Greggory,
il manager, Jean-Pierre Martin, l’amatissimo Cerdan.
Un trio che sa imporsi.
Gian Luigi Rondi
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La Repubblica, 4 maggio
2007
C'è voluto un bel po' di humour nero per far uscire la biografia
di Edith Piaf col titolo La vie en rose. Tutt'altro che "rosa",
la vita della cantante fu costellata d'infelicità e dolori: abbandonata
dai genitori, cresciuta in un bordello, afflitta da una malattia che la privava
della vista per mesi, alcolista e drogata, Edith perdette l'unica figlia
per meningite, il suo grande amore (il pugile Marcel Cerdan) in una sciagura
aerea; visse gli ultimi anni malata e sofferente, continuando a cantare solo
grazie alla gigantesca volontà racchiusa nel suo piccolo corpo.
Per raccontarci tutto ciò, il film di Olivier Dahan non deroga dalle
regole narrative del "biopic" musicale; passa attraverso la miseria,
quando Edith era cantante di strada, i primi successi, i trionfi e la caduta,
con relativo riscatto finale. Lo fa, tuttavia, in modo meno convenzionale
rispetto alla "success story" media: mescolando i piani temporali
e i luoghi fondamentali della vita della protagonista, da New York (con cui
il film si apre, nel 1959) alla natia Belleville, a Parigi. Le innalza, sì,
un monumento cinematografico; però non evita di mostrare gli aspetti
cupi, dittatoriali e autoloesionistici del suo carattere, costruendo scena
per scena un mélo robusto e spesso commovente.
Mentre lascia in ombra gli amori celebri di Piaf (Montand, Aznavour), evitando
saggiamente di ricorrere a sosia, il film valorizza le figure dei suoi collaboratori
e, impersonato da Gérard Depardieu, l'uomo che la scoprì. Struggente
l'interpretazione di Marion Cotillard.
Roberto Nepoti
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