«La velocità della luce», fra cacciatori
e misteri
Un'autostrada dove le auto sfrecciano veloci.
Un uomo, Mario, è in viaggio su una macchina sportiva. Un
occhio al volante, uno al computer per valutare quanto
valgano le auto che gli passano accanto. Finalmente una
attira decisamente la sua attenzione: Una Bentley Continental
del 1992, il valore potrebbe arrivare a quasi 200mila euro.
Non male. A questo punto tocca lavorare di telefono. L'uomo
sa come essere suadente e alla fine convince una centralinista
a fornirgli il numero di telefono dell'uomo della Bentley.
Comincia così un gioco strano, fatto di chiacchiere
tra due sconosciuti lungo l'autostrada. In realtà mentre
sappiamo che Mario è un ladro d'auto, intuiamo poco
dell'altro uomo. Ha appena scaricato una bimba, quando
circostanze fortuite portano i due sconosciuti a contatto
diretto, con la variante della telefonista e tutto comincia
a procedere con sviluppi inaspettati, a tratti banali a
tratti inquietanti.
Il film di Andrea Papini si muove su un piano piuttosto
inconsueto. A cominciare dagli interpreti. Peppino Mazzetta,
formazione teatrale e frequentazione cinematografica indipendente, è il
ladro d'auto che mette insieme una discreta cifra con le
sue periodiche scorribande autostradali. Beatrice Orlandini è l'annoiata
e curiosa centralinista che si lascia coinvolgere in una
storia decisamente più grande di lei. Infine Patrick
Bauchau, figura carismatica nel cinema di molti registi,
anche importanti, che si ritaglia un ruolo ambiguo, da
personaggio che nasconde una gran quantità di segreti.
Dopo un'inizio che sembra non lasciar presagire nulla di
buono, Papini riesce a procedere per spostamenti dell'attenzione
introducendo costantemente nuovi elementi che aggiungono
mistero prima di essere inquadrati e chiariti. E così si
segue una storia che riesce a rimanere vivace, nonostante
il budget modesto e l'ambientazione ridotta ai minimi termini.
Ombre da svolta horror, o quantomeno da psicopatologia
sembrano essere sempre in agguato su una vicenda che parte
con un cacciatore e un cacciato, prima di invertire sostanzialmente
i ruoli. Forse un po' si avverte la formazione pubblicitaria
di Papini (del resto molti autori consacrati sono partiti
da lì e alcuni ci ritornano volentieri) per l'utilizzo
di tecnica e inquadrature che devono arrivare a colpire
nel segno. Ma questa, in fondo, non è una colpa.
Piuttosto è la storia che appare un po' troppo pensata
al tavolino.
A. C.