Sipario

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog



 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
cinema
 
 
 
ricerca per titolo
A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9
   
* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
Velocità della luce (La)
La velocità della luce
di Andrea Papini
con Patrick Bauchau, Peppino Mazzotta, Beatrice Orlandini.
 
Il Messaggero, 18 aprile 2008

Il mystery corre sull'autostrada

Alzi la mano chi non ha mai fantasticato sulle facce (e le lamiere) che ci sfilano accanto in autostrada. Chi saranno, dove vanno, cosa nascondono? L'esordio di Andrea Papini, piccolo e insolito "mystery" italiano scritto con Gualtiero Rosella, parte di qui per costruire una parabola inquietante con tre soli personaggi e una serie di arnesi moderni: palmari, cellulari, computer, con annessi rapporti a distanza. Anche se sul finire appare una valigetta di attrezzi predisposti a ben altre intimità... Il giovane Peppino Mazzotta, un Arsenio Lupin del furto d'auto di lusso, vaga fra un casello e l'altro e ammazza il tempo seducendo a distanza un'ingenua centralinista (Beatrice Orlandini). Il glorioso Patrick Bauchau (La collezionista, Lo stato delle cose) attira la sua attenzione alla guida di una sontuosa Bentley coupé. Ma chi insegue chi? Il rovesciamento dei ruoli è un po' telefonato e i dialoghi non sono sempre all'altezza del luciferino e poliglotta Bauchau, ma Papini ha occhio, ritmo, senso dei paesaggi. E sa coniugare orrore e struggimento per spingere quelle tre solitudini verso un truce crescendo finale che non si dimentica. Un film fantastico senza trucchi e lucine. E una perfetta allegoria (involontaria?) della nostra gerontocrazia.

Fabio Ferzetti

 
Il Manifesto, 25 maggio 2008

«La velocità della luce», fra cacciatori e misteri

Un'autostrada dove le auto sfrecciano veloci. Un uomo, Mario, è in viaggio su una macchina sportiva. Un occhio al volante, uno al computer per valutare quanto valgano le auto che gli passano accanto. Finalmente una attira decisamente la sua attenzione: Una Bentley Continental del 1992, il valore potrebbe arrivare a quasi 200mila euro. Non male. A questo punto tocca lavorare di telefono. L'uomo sa come essere suadente e alla fine convince una centralinista a fornirgli il numero di telefono dell'uomo della Bentley. Comincia così un gioco strano, fatto di chiacchiere tra due sconosciuti lungo l'autostrada. In realtà mentre sappiamo che Mario è un ladro d'auto, intuiamo poco dell'altro uomo. Ha appena scaricato una bimba, quando circostanze fortuite portano i due sconosciuti a contatto diretto, con la variante della telefonista e tutto comincia a procedere con sviluppi inaspettati, a tratti banali a tratti inquietanti.
Il film di Andrea Papini si muove su un piano piuttosto inconsueto. A cominciare dagli interpreti. Peppino Mazzetta, formazione teatrale e frequentazione cinematografica indipendente, è il ladro d'auto che mette insieme una discreta cifra con le sue periodiche scorribande autostradali. Beatrice Orlandini è l'annoiata e curiosa centralinista che si lascia coinvolgere in una storia decisamente più grande di lei. Infine Patrick Bauchau, figura carismatica nel cinema di molti registi, anche importanti, che si ritaglia un ruolo ambiguo, da personaggio che nasconde una gran quantità di segreti. Dopo un'inizio che sembra non lasciar presagire nulla di buono, Papini riesce a procedere per spostamenti dell'attenzione introducendo costantemente nuovi elementi che aggiungono mistero prima di essere inquadrati e chiariti. E così si segue una storia che riesce a rimanere vivace, nonostante il budget modesto e l'ambientazione ridotta ai minimi termini. Ombre da svolta horror, o quantomeno da psicopatologia sembrano essere sempre in agguato su una vicenda che parte con un cacciatore e un cacciato, prima di invertire sostanzialmente i ruoli. Forse un po' si avverte la formazione pubblicitaria di Papini (del resto molti autori consacrati sono partiti da lì e alcuni ci ritornano volentieri) per l'utilizzo di tecnica e inquadrature che devono arrivare a colpire nel segno. Ma questa, in fondo, non è una colpa. Piuttosto è la storia che appare un po' troppo pensata al tavolino.

A. C.

© Sipario 2011