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La TraviataLa Traviata

musica: Giuseppe Verdi
libretto: Francesco M. Piave
direttore: Lorin Maazel
regia: Liliana Cavani ripresa da Marina Bianchi
scene: Dante Ferretti
costumi: Gabriella Pescucci
coreografia: Micha van Hoecke
movimenti mimici: Marise Flach
con Angela Gheorghiu / Irina Lungu / Elena Mosuc, Ramon Vargas / Massimo Giordano / Jonas Kaufamann, Roberto Frontali / Leo Nucci / George Gagnidze
Milano, Teatro alla Scala, dal 3 al 21 luglio 2007
Milano, Teatro alla Scala, dal 3 al 27 giugno 2008

   
 
Il Giornale, 6 giugno 2008

Una Traviata scaligera che affascina ancora

da Milano

Misurare la Traviata è impossibile. I parametri soliti (è «avanti» o «indietro»? è «datata» o «di rottura»?) non funzionano per l'opera di Verdi e nemmeno per le sue interpretazioni. È così autentica e ci tocca talmente che ogni volta fa storia a sé. Quella che ripropone la Scala per coprire il clamoroso infortunio dell'Andrea Chénier annunciato e scomparso è per esempio certamente legata a un pugno di anni fa, quando Muti la riportò nel repertorio della Scala contro vedovanze ed intemperanze degli ultrà legati a memorie passate. Liliana Cavani, con le scene di Ferretti ed i costumi della Pescucci, l'aveva segnata di nostalgia raffinata verso un Ottocento operistico perduto ma riconoscibile nel respiro e nei dettagli; ed è una scelta che incontra ancora con fascino l'immaginario della gente. Fa parte di quegli allestimenti che in un grande teatro vanno conservati a lungo, come riferimento alla propria identità, da tenere per qualche tempo accanto ai nuovi.
Il nuovo direttore, Carlo Montanaro, non imberbe ma giovane, ci entra in punta di piedi. A mio giudizio è straordinariamente bravo, perché si muove nell'opera come a casa sua, ed è dei pochi che potrà dare anche in futuro sicurezza e tranquillità ai cantanti, di cui asseconda il respiro e indica il fraseggio con gesto morbido e preciso. Non è di quelli che per far scrivere che hanno una personalità eccedono in un aspetto, correndo nei tempi o buttando i colori all'estremo; e le grandi frasi di quest'opera, fin dal preludio, arrivano da lontano, come un racconto toccante.
Infortunata Mariella Devia, abbiamo riascoltato come protagonista molto festeggiata Irina Lungu, di cui vi ho detto già molte cose un anno fa, e che è ancora migliorata, con grande classe e sempre molto intensa e vera. Ora ha bisogno solo di avere una Traviata costruita per lei, e di esserne felice.
C'era con lei un Alfredo educato ed armonioso, José Bros, credibilissimo; con una buona compagnia. Renato Bruson si è imposto come Papà Germont: suocero mancato di innumerevoli Violette, non è sempre il massimo della duttilità alla linea del direttore; ma la sua autorità, la sua pienezza, l'imponenza di sempre si sono arricchite d'una nuova sottile confidenza, e dice il testo come se lo inventasse sul momento, per necessità. Insomma, la grandezza è grandezza, e tutto il pubblico l'ha capito.

Lorenzo Arruga

   
 
Corriere della Sera, 4 giugno 2008

Montanaro al debutto «Traviata» non vola

L' anno scorso si era commentata la ripresa dell' edizione scaligera di Traviata, quella del ' 90 con la regia di Liliana Cavani, con l' auspicio che sarebbe stata l' ultima, poiché gli spettacoli così così sono i più soggetti a usura. Il mezzo pasticcio di Andrea Chénier - spettacolo mai nato per varie concause che sarebbe lungo ripercorrere - riporta però quella produzione alla ribalta. E se svanisce la curiosità di ascoltare Mariella Devia nella parte di Violetta - l' ha sostenuta spesso ma mai a Milano, dove stavolta glielo impedisce un' indisposizione - è pur vero che la sostituisce degnamente Irina Lungu, apprezzata Violetta di un anno fa, e che non c' è contrattempo che impedisca di vedere all' opera il direttore Carlo Montanaro. È su di lui che si concentra l' attenzione. Trentanove anni, toscano di Cecina, è uno dei nomi su cui la Scala sembra puntare per dare lustro al melodramma italiano, tra i generi operistici l' unico che ancora attende un autentico rilancio a Milano. Ma ad ascoltare questa Traviata pare un azzardo, un investimento spericolato. Il problema non sono i tempi lenti ma il fatto che non veicolano un suono conseguente; il suono, anzi, arriva stanco: cantabili sgonfi e impalpabili, cabalette pesanti. Non c' è scatto, scarsa l' energia, non l' ombra di un guizzo. La temperatura drammatica insomma non si alza mai, non lievita, si resta ancorati a un passo faticoso. Montanaro permette ai cantanti di dettare il tempo in più di una occasione. Pur con tutte le attenuanti del caso, è un debutto infelice, il suo. E così stando le cose, finisce che il più apprezzato è il solito Germont di Renato Bruson, che si rende autore di una prova molto corretta. Tale è anche quella di José Bros, il tenore che fa Alfredo. Voce non grossa, ha il merito di non voler strafare. Poche emozioni ma pochi errori. Lo stesso infine per Irina Lungu, che pure si merita tanti applausi. È brava ma manca di quel tanto di personalità che occorre per essere Violetta alla Scala. Dopo il meraviglioso dittico Prigioniero/Barbablù, lo spettacolo rappresenta un passo indietro che non ci si aspettava dalla Scala.

Enrico Girardi

     
 
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